Cultura e scienza / Opinioni

Quel monumento dei sudditi liberato dalla Costituzione dei partigiani

Come una fotografia del 5 maggio 1945 a Piacenza racconta un popolo orgoglioso del proprio patrimonio artistico. La rubrica di Tomaso Montanari

Tratto da Altreconomia 231 — Novembre 2020
Piazza Cavalli a Piacenza, il 5 maggio 1945. I piedistalli di Francesco Mochi gremiti di partigiani

Piacenza, 5 maggio 1945. Le divisioni partigiane sfilano nelle vie del centro per celebrare la liberazione, avvenuta il 28 aprile. In Piazza Cavalli non ci sono i cavalli e i cavalieri di bronzo, “sfollati” nel Castello di Rivalta per difenderli da incursioni aeree. Ma ci sono gli elegantissimi, mirabili piedistalli disegnati e realizzati da Francesco Mochi. E quel giorno, come si vede in questa fotografia straordinaria, non sono vuoti: sono invece entrambi gremiti di partigiani. Se ne contano circa quindici su ogni monumento.

Si può leggere questa immagine in molti modi. Per secoli la Piazza Grande è stato un teatro civile e la stessa disposizione laterale dei monumenti di Mochi, pensata per lasciar libero lo spazio della piazza e il prospetto del Palazzo Gotico, è una testimonianza eloquente di questa collettiva destinazione di quel cruciale spazio pubblico. E d’altra parte non si deve dimenticare che proprio un’occasione effimera aveva innescato il processo che portò alla nascita dei cavalli di bronzo: quella dei festeggiamenti che il duca Ranuccio pretese dai piacentini nel 1612 per il battesimo di suo figlio Odoardo e per il primo solenne ingresso in città di sua moglie, Margherita Aldobrandini. Allora Ranuccio Farnese pretese un visibile atto di sottomissione feudale da parte di Piacenza, città indelebilmente macchiata del sangue del bastardo di papa Farnese, Pier Luigi, soppresso da una congiura piacentina nel lontano 1547. Nell’accoglienza della famiglia del sovrano Piacenza dovette mostrare il sentimento dei sudditi, cioè rendere visibile l’ossimoro che legava nei loro cuori “obbligo e amore” nei confronti dei “padroni”. Ora se torniamo a guardare la fotografia scattata il 5 maggio 1945, potremo forse coglierne le più profonde implicazioni simboliche.

I piedistalli sono vuoti: non ci sono più padroni. E al posto dei padroni, un nuovo sovrano è salito su quei monumenti: quel sovrano è il popolo, in una sorta di prefigurazione per immagine di ciò che l’articolo 1 della Costituzione nata dalla Resistenza affermerà solennemente due anni e mezzo dopo recependo il concetto della sovranità popolare nato da quella Rivoluzione francese che abbatté l’antico regime dei Farnese e degli altri principi. È pieno di significato che l’ordine nuovo si manifesti attraverso quell’occasionale, e confidenziale, uso di due illustrissime opere d’arte. Perché tra le costituzioni delle democrazie moderne, quella italiana del 1948 è l’unica che dedichi uno dei principi fondamentali alla conservazione del “paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione” (articolo 9, secondo comma).

Quei partigiani issati sopra i basamenti dei duchi spiegano in modo insuperabilmente concreto il concetto astratto per cui con la sovranità il popolo, cioè la nazione, acquista ora un patrimonio, quello che un tempo era nella disponibilità dei re. Dovremmo ricordare che quei partigiani -quel popolo, quindi noi- non sono mai scesi da quei piedistalli: il ritorno dei due Farnese con i loro cavalli è avvenuto in un’Italia senza monarchia e con una costituzione che ha spaccato in due la storia della cultura italiana assegnando a spiagge e montagne, a musei e a chiese e ai monumenti di bronzo nelle nostre piazze una missione nuova al servizio del nuovo sovrano, il popolo. Sarebbe tempo di tradurre tutto questo in una politica della cultura davvero democratica: non lo abbiamo ancora mai fatto.

Tomaso Montanari è professore ordinario presso l’Università per stranieri di Siena. Ha vinto il Premio Giorgio Bassani di Italia Nostra

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