Diritti / Intervista

La verità rimossa sui lager dei migranti in Libia

Le condizioni spaventose dei campi di detenzione sono note all’Europa e all’Italia. Anche dal punto di vista giudiziario, come dimostra il caso della storica sentenza della Corte d’Assise di Milano, confermata in appello il 20 marzo 2019. Intervista all’avvocato Maurizio Veglio

Tratto da Altreconomia 213 — Marzo 2019
Una donna sporge le mani tra le sbarre della sua cella, in un centro di detenzione in Libia - © UNICEF/UN052608/Romenzi

L’ultima descrizione della Libia l’ha fornita nel gennaio di quest’anno l’organizzazione Human Rights Watch (hrw.org): “L’inferno senza scampo”. In particolare per i migranti, condannati a vivere in “condizioni intollerabili e degradanti, esposti al rischio di torture, violenze sessuali, estorsioni e lavori forzati”. Nell’omonimo rapporto, frutto di ricerche e sopralluoghi sul campo e in quattro centri di detenzione (a Tripoli, Misurata e Zuwara), HRW ha ribadito come “le politiche dell’Unione europea contribuiscono agli abusi sui migranti in Libia”.

L’Italia conosce la realtà spaventosa della Libia e dei suoi campi di detenzione, ufficiali e non. E lo sa anche in forza di una verità processuale scolpita da una sentenza della Corte d’Assise di Milano (10 ottobre 2017, confermata in appello il 20 marzo 2019) contro un cittadino somalo, identificato quale aguzzino di un campo di Bani Walid e condannato all’ergastolo. Ma l’ossessione rimane quella di sigillare le frontiere dell’“inferno senza scampo” e impedire alle persone di ricevere protezione.

Maurizio Veglio, avvocato specializzato in diritto dell’immigrazione, socio dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI, asgi.it) e lecturer presso l’International University College di Torino, ha curato recentemente la pubblicazione a più mani “L’attualità del male” (ed. Seb27) dedicata proprio alla “Libia dei Lager” e alla sentenza di Milano. Una verità rimossa.

Avvocato, da dove nasce l’idea del libro?
MV La genesi di questo lavoro affonda nel profondo turbamento che genera la lettura della sentenza della Corte d’Assise di Milano. Una sentenza storica perché portatrice di una molteplicità di funzioni. È uno dei rarissimi casi della storia giudiziaria in cui verità storica e verità processuale si toccano in tempo reale. Cosa che non è successa nei grandi processi storici, da Norimberga in avanti. Ciò che accade in Libia in realtà è documentato ormai da diversi anni da organizzazioni non governative e da agenzie delle Nazioni Unite. Nonostante questo l’opinione pubblica non sa, non vuole, non sembra interessata a conoscere. Si giudica con molta nettezza e con molta superficialità l’immigrazione dalla Libia perché manca il diritto alla parola di chi l’ha conosciuta. Secondo Medici per i diritti umani, l’85% di chi è sbarcato in Italia dalla Libia tra 2014 e 2017 ha subito torture, eppure ciò non lascia tracce nel dibattito sulle politiche migratorie.

Il governo italiano però rivendica la bontà della “strategia” in Libia.
MV Faccio fatica a immaginare un esempio di manipolazione concettuale e lessicale più efficace di quello applicato alla Libia. Uno dei ritornelli che ci accompagna da tempo impone la tutela della sicurezza delle persone prevenendo i viaggi in mare. In realtà, la domanda rimossa è un’altra e cioè “Per quale motivo le persone sono disposte a mettersi sul mare piuttosto che rimanere su quella terra?”. Continuo a stupirmi – e per questo la sentenza è uno strumento fondamentale non solo in chiave storica ma anche lessicale – del fatto che gli interventi della cd. “Guardia costiera libica” sono ancora definiti da molta stampa “salvataggi”. L’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, che ha sottoscritto gli accordi con la Libia del febbraio 2017, parla di una politica che è “patrimonio dell’Italia”. I sequestri e le detenzione a fini di estorsione nei campi libici vengono presentati come “ordinarie” esperienze di incarcerazione di persone prive di documenti di soggiorno, secondo una parvenza di prossimità allo Stato di diritto. La realtà è radicalmente diversa e la sentenza lo dice in modo molto netto.

Ovvero?
MV I migranti vengono sequestrati da gruppi armati che non rispondono ad alcuna autorità o da organismi, come il Dipartimento per il controllo dell’immigrazione clandestina (DCIM), che formalmente afferisce al Governo di accordo nazionale, l’autorità riconosciuta internazionalmente ma pressoché priva del controllo del territorio. Buona parte delle persone sequestrate in questi centri sono in evidente bisogno di protezione internazionale. La Libia non è firmataria della Convenzione di Ginevra e formalmente riconosce sette (secondo altre fonti nove) nazionalità come le uniche i cui cittadini possono invocare il diritto di asilo. Si tratta di un’ennesima finzione: in diversi punti di sbarco in cui vengono riportate le persone intercettate – (“salvate”) – dalla “Guardia costiera libica” è presente personale dell’UNHCR e dell’OIM, il quale procede all’identificazione, in contesti difficili e con spazi di autonomia decisamente compressi. Una volta che la persona è individuata come cittadino yemenita, siriano o iracheno, nazionalità che rientrano nella lista dei potenziali rifugiati, la sua sorte non è diversa da coloro che non possono “vantare” quella cittadinanza. I migranti vengono infatti portati presso i centri di detenzione e qui nuovamente soggetti a violenze unicamente finalizzate a ottenere il pagamento di un riscatto. Ciò che distingue i “centri ufficiali” di detenzione e quelli disseminati nel resto del Paese, totalmente al di fuori del controllo delle autorità, è che i primi (tra i 20 e i 30) sono soggetti a qualche forma di monitoraggio esterno. Gli altri centri sono terra di nessuno, unicamente soggetti alla regola delle armi. Ciò che accede all’interno di questi luoghi non può non richiamare quanto avvenuto 80 anni fa in Europa, quando si affermava che non tutte le “razze umane” avessero pari dignità.

“Si giudica con molta nettezza e con molta superficialità l’immigrazione dalla Libia perché manca il diritto alla parola di chi l’ha conosciuta”

Esiste la “Libia dei Lager” o è una forzatura?
MV Non sostengo un’equiparazione frettolosa tra gli odierni centri di sequestro libici e i campi di concentramento, perché presupposti e finalità non sono sovrapponibili. Paradossalmente è molto più “banale”, per richiamare l’opera di Hanna Arendt, la dinamica odierna: in Libia si viene sequestrati perché pur essendo uomini privi di qualunque bene si è ancora potenziali produttori di reddito. Nei centri libici si pratica l’abominevole arte di strizzare i migrante per ottenere denaro. Credo però ci siano parallelismi molto forti dal punto di vista dell’esperienza soggettiva di chi finisce catapultato in questi luoghi. Un’esperienza di privazione assoluta, di disfacimento della vita, in cui uno dei pochi momenti di riaffermazione della propria individualità è quello della telefonata ai familiari, quando durante le torture dei carcerieri si può parlare con qualcuno che si conosce, invocando un aiuto per la propria sopravvivenza. 

“Sappiamo ancora poco delle lingue parlate nei centri libici. Oltre all’arabo, che molti sequestrati non conoscono, circolano le lingue dei mediatori e quelle dei kapò

Nel libro sottolineate più volte il parallelismo della lingua parlata nei campi libici con l’esperienza dei campi di concentramento. Perché?
MV Primo Levi ricordava come le persone appena entrate nei lager cadevano in una condizione di sordomutismo. Chi non era in grado di capire i rudimenti del tedesco era tagliato fuori. Levi stesso affermava che una delle risorse che gli hanno consentito di sopravvivere era proprio la conoscenza di base del tedesco, per aiutare la comprensione di quella versione brutalizzata, umiliata, bestializzata diffusa nel campo. Sappiamo ancora molto poco delle lingue parlate nei centri libici. Oltre all’arabo, che molti sequestrati non conoscono, circolano le lingue dei mediatori e quelle dei kapò, ai quali viene affidata la gestione dei campi, come l’imputato del processo di Milano, un cittadino somalo di vent’anni, investito del compito di gestire uno dei centri situati nei pressi di Bani Walid, che sembra cedere a un autentico delirio di onnipotenza.

Qual è il significato della testimonianza di fronte all’orrore?
MV Gran parte della letteratura concentrazionaria si interroga sul senso della testimonianza, sulla possibilità della lingua di raccontare quello che è successo e in generale sul dovere di testimoniare. Sulla Libia siamo invece clamorosamente in ritardo, dobbiamo ancora discutere del diritto di testimoniare. Le 17 persone offese nel processo di Milano rappresentano centinaia di migliaia di persone costrette al silenzio, private della possibilità di reclamare giustizia, un risarcimento – peraltro impossibile – quantomeno nell’affermazione delle sofferenze a cui sono stati costretti.

Quanto è presente la voce dei sopravvissuti nelle stanze e nei verbali delle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale?
MV La lettura quotidiana degli archivi delle Commissioni territoriali evidenzia un ulteriore ritardo nella comprensione e nella decodificazione del caso libico, ciò che è intollerabile per chi è professionalmente deputato a decidere le domande di protezione internazionale. Come dimostra anche l’analisi della giurisprudenza, non c’è omogeneità di giudizio sul rilievo da riconoscere alle esperienze traumatiche avvenute in Libia. A ciò si aggiungono difficoltà oggettive: molte persone portano sul corpo i segni delle torture, ma tantissime donne, minori, uomini che hanno subito violenze fisiche, abusi e stupri conservano ferite invisibili, altrettanto, se non più, devastanti. La scelta di rimuovere chirurgicamente l’aggettivo “umanitario” dalla normativa in tema di immigrazione minaccia conseguenze deleterie in molti ambiti, il più rilevante dei quali riguarda proprio la questione libica.

Il ministro Salvini parla di “venire in Italia chiedendo il permesso”.
MV La potenza simbolica e manipolatrice del barcone trasforma vittime di violenze abominevoli in soggetti minacciosi, capaci -direi, a propria insaputa- di mettere in discussione l’identità delle comunità che riceve. La “colonizzazione sur place” a cui stiamo assistendo costringe lo straniero a chiedere l’autorizzazione al soggiorno come un surrogato della dignità, intesa come -scriveva Jean Amery- “il diritto alla vita concesso dalla società”. Gli archivi istituzionali, dai repertori di giurisprudenza alle carte della pubblica amministrazione, confermano la capacità virale di questo atteggiamento e ci consentono di scoprire una nuova biblioteca coloniale, un insieme di immagini, percezioni, pregiudizi, luoghi comuni che ostacolando il diritto al contraddittorio dello straniero – in particolare del richiedente asilo – parlano al posto dei migranti. E ne dipingono un immagine corrotta dal diffuso sentimento di fastidio, disturbo, paura e diffidenza.

85% i migranti sbarcati in Italia tra il 2014 e il 2017 che hanno subito torture secondo i dati forniti da Medici per i diritti umani

Ne “L’attualità del male” riflettete anche sullo stato di salute delle Convenzioni internazionali sull’asilo e sulla loro capacità di star al passo con i tempi. Perché?
MV Il diritto di asilo delineato nel diritto internazionale è figlio di una precisa epoca storica – le metà del secolo scorso – e nasce per affrontare la questione dei rifugiati in Europa. L’identikit del rifugiato “classico” è profondamente distante da chi oggi chiede tutela per sfuggire a un matrimonio combinato in Pakistan, per contestare l’autorità del padre in Gambia, per essersi avvicinato a una religione proibita in un Paese confessionale. Inoltre la Convenzione di Ginevra ignora la presenza femminile e le problematiche di genere e di identità sessuale. Il cosiddetto esperto di protezione internazionale deve oggi fare i conti con giudizi estremamente complessi, la cui dose di presunzione e violenza istituzionale è innegabile. Attraverso la consapevolezza della propria ignoranza (quale disciplina regola i rapporti patrimoniali, sociali, familiari nella società Dogon in Mali?) si deve creare spazio per i mondi degli interlocutori, eliminando le posizioni di pretesa superiorità. Si deve essere disposti a concepire quello che Tobie Nathan chiama un “Parlamento degli dei”, un luogo in cui le credenze di tutti, le origini, le tradizioni e i significati possano provare a dialogare.

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