Diritti / Intervista

Ecco dove stiamo respingendo i migranti. L’inferno libico e l’incoerenza del Governo

In Italia si sta celebrando un processo contro un presunto aguzzino a capo di un campo di prigionia in Libia. Senza il nulla osta del ministero della Giustizia, le torture sarebbero rimaste impunite. Contemporaneamente, però, il ministero dell’Interno blocca i migranti e li rispedisce in luoghi del genere. Intervista all’avvocato dell’ASGI

© Narciso Contreras
© Narciso Contreras

I campi di prigionia libici sono un lager e i migranti vittime di torture meritano tutela e giustizia, anche in Italia. Detto questo, i migranti respinti nel Mediterraneo dovranno tornarci, in quei campi. La coerenza del governo italiano si è fermata nelle aule del Tribunale di Milano, dove si sta celebrando il processo a carico di un cittadino somalo, Matammud Osman, ritenuto l’aguzzino di centinaia di migranti. Arrestato nei pressi della Stazione centrale un anno fa, Osman -appena 23 anni- è accusato di aver sequestrato cittadini somali “al fine di ottenere, per sé e per gli altri componenti della sua organizzazione, come prezzo della liberazione l’ingiusto profitto della somma di 7mila dollari pattuita per l’ingresso clandestino di ciascun cittadino somalo nel territorio dello Stato italiano”. Il capo di imputazione mette in fila le atrocità che Osman, dal 2015 a metà 2016, avrebbe compiuto a danno delle sue vittime, raccolte in Somalia e portate fino in Libia attraverso l’Etiopia e il Sudan, a bordo di autobus e fuoristrada “scortati da uomini armati della organizzazione”. Fino all’inferno, e cioè al campo di prigionia nella città libica di Bani Walid. Un capannone sorvegliato da uomini armati, circondato da mura di cinta dove la fuga era impossibile. Ogni giorno, Matammud e i suoi uomini avrebbero picchiato i somali con pugni e calci, bastoni, spranghe di ferro, “cagionando agli stessi fratture agli arti ed in alcuni casi anche la morte”. O ustioni gravi. In quel campo c’era una “stanza delle torture” per gli uomini. Le donne subivano “gravissime violenze sessuali”. Motivo? “Punire il mancato pagamento della somma pattuita”.

Piergiorgio Weiss è l’avvocato milanese che rappresenta l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), costituitasi parte civile al dibattimento che dovrebbe concludersi a metà settembre.

Avvocato Weiss, come è avvenuto il fermo di Osman?
PW L’imputato è giunto in Italia attraverso uno sbarco dalla Libia. Nel settembre del 2016 venne chiamata una pattuglia della Polizia locale nei pressi di via Sammartini, zona Stazione centrale di Milano, dove alcune persone ne stavano circondando un’altra con fare minaccioso. Chi aveva fermato quello che oggi è l’imputato, sosteneva di aver riconosciuto colui che avrebbe gestito in Libia il campo di smistamento dal quale poi erano partiti per arrivare in Italia. Tutti lo riconobbero e tutti, nell’incidente probatorio richiesto dalla Procura, gli attribuirono le cose peggiori, diventate poi il capo di imputazione.

Vale a dire?
PW Almeno quattro omicidi, il sequestro di persona che si realizzò nel detenerli in questo campo di prigionia, gli abusi e le violenze sessuali a danno di ragazze, anche minorenni, nonché la tratta e l’ingresso sul territorio nazionale attraverso lo sbarco in Sicilia. Questo tipo di accusa è stata confermata da tutti quelli che hanno rilasciato dichiarazioni.

Anche le perizie sui corpi delle vittime confermano le accuse?
PW La Procura -per competenza se ne occupa l’Antimafia- ha disposto una consulenza medico legale alla dottoressa Cristina Cattaneo la quale ha riconosciuto nelle cicatrici presenti sulle persone offese delle risultanze compatibili con le torture. Tra le peggiori, i sacchetti di plastica incendiati e lasciati bruciare sui loro corpi.

Come si sta difendendo l’imputato?
PW La difesa di Matammud Osman sostiene che si tratti di un errore di persona. Matammud non sarebbe che una vittima del sequestro di persona, delle lesioni, delle percosse e poi del trasporto in Italia, non sarebbe lui un gestore del campo ma un ospite. Anche lui avrebbe subito torture, una serie di uccisioni di familiari in Somalia, tanto che questo lo avrebbe indotto a fuggire in Italia.
L’ulteriore difesa che prospettano è quella che lui appartenga a un clan -la società somala è divisa in clan- differente da quello degli accusatori. Si tratterebbe quindi di un vecchio retaggio tra fazioni. La Procura ha sostenuto però l’infondatezza di questo tipo di ragionamento e lo ha fatto nominando un’ulteriore consulente tecnica, antropologa, sentita all’ultima udienza, la quale ha smentito la tesi sostenendo non solo che non sia uniforme l’appartenenza ad un unico clan da parte degli accusatori, ma che buona parte dei diversi clan non sia affatto in conflitto con quello di appartenenza dell’imputato.

Perché questo processo si sta celebrando in Italia, a Milano?
PW Questo procedimento penale è stato avviato a Milano in quanto Matammud è stato rintracciato qui. Poi però è proseguito con giurisdizione italiana sulla scorta anche di una richiesta fatta dalla Procura di Milano al ministero della Giustizia. L’articolo 10 del codice penale statuisce infatti che alcuni delitti molto gravi commessi dallo straniero -in questo caso Matammud all’estero -la Libia- nei confronti di cittadini non italiani -tutte le persone offese di questo procedimento- possono avere un processo in Italia solo e soltanto se, richiesto dalla Procura, il ministro della Giustizia dà il suo placet.

ASGI ha denunciato un comportamento schizofrenico del Governo italiano in tema di diritti umani dei migranti in Libia.
PW Il ragionamento più politico che giuridico è che sembra un po’ incoerente l’attuale atteggiamento governativo di non apertura, di un’accoglienza ristretta, di sostanziale respingimento degli stranieri che arrivano da queste condizioni -perché questa è la fotografia che ne esce-, quando poi contemporaneamente c’è da parte di un’altra componente del governo -ma sempre quel governo è- il placet a celebrare un processo sicuramente indaginoso, costoso e impegnativo per dar risposta a una serie di violenze efferatissime nei confronti di cittadini non italiani, non commessi in Italia e che ben potrebbero essere pilatescamente materia per altra giurisdizione. Come dire: il ministero della Giustizia accorda il processo e riconosce la tutela delle vittime di questo genere di situazione e contemporaneamente la mano sinistra, il ministero dell’Interno, fa diversamente dalla destra restringendo il varco già flebile d’ingresso.

Perché ASGI è impegnata in questo processo?
PW 
ASGI si era presa a cuore la vicenda per riuscire a denunciare questo tipo di situazione e perché il rischio era che nessuna persona offesa potesse aver voce in questo procedimento. Le vittime sono infatti persone difficilmente rintracciabili e anche una volta rintracciate, la loro voce resta flebile, vuoi per problemi di lingua, per problemi economici o per paura.

Per quale motivo questa costituzione di parte civile è un po’ più particolare delle altre?
PW Perché è abbastanza significativa l’affermazione certa che mi auguro la sentenza faccia, qualora lo condanni, della ragione specifica dell’immigrazione di queste persone. Vengono non per scelta, o per scelta inconsapevole, ma per necessità. “Se non paghi -si sentivano dire- dopo un anno vieni ucciso, fintanto che non paghi i 7mila dollari necessari per il trasferimento, ogni giorno che passa tu lo passi all’inferno. E più inferno più dovresti essere sollecito nelle tue telefonate in famiglia”. Ecco, se davvero la situazione venisse fotografata così dalla sentenza è chiaro che per un’associazione come ASGI si tratterebbe di una sentenza molto importante. Che riconoscerebbe come la Libia, oggi, è anche questo.

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