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Gli appalti del Viminale per bloccare i migranti in Libia non si fermano. Altri 10 mezzi di terra in arrivo

Il ministero dell’Interno ha indetto un nuovo bando per la fornitura di 10 “minibus” Iveco da trasferire alle autorità di Tripoli. L’obiettivo è sempre lo stesso: “contrasto dell’immigrazione irregolare”. Intanto Medici Senza Frontiere denuncia le condizioni “terribili” dei campi di detenzione governativi nel Paese Nordafricano

Il ministro Matteo Salvini incontra il vicepremier libico Ahmed Maiteeq, 5 marzo 2019 - © Oreste Fiorenza

L’Italia continua senza sosta a fornire mezzi di terra alla Libia per “contrastare” i flussi migratori. L’ultimo pezzo della “strategia di esternalizzazione” del nostro Paese a beneficio delle autorità di Tripoli, portata avanti in particolare dal ministero dell’Interno tramite la Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere, consiste in una fornitura di 10 “minibus” a marchio Iveco dal valore stimato di 1 milione di euro. La determina che ha aperto le procedure di gara -da “affidare con urgenza”- è stata firmata dal direttore centrale Massimo Bontempi il 12 marzo 2019 (termine per le manifestazioni d’interesse il 15 aprile).

L’andamento degli ultimi appalti sulla frontiera libica dà conto della decisa accelerazione impressa dal Viminale al dichiarato scopo di “migliorare la capacità di sorveglianza dell’area costiera” da parte di Tripoli. Dopo la gara da oltre 9,3 milioni di euro per la fornitura di 20 imbarcazioni destinate alla polizia libica, indetta a fine dicembre 2018, è arrivata quella per la fornitura di 30 mezzi “Toyota Land Cruiser” da 2,1 milioni di euro, il cui avviso esplorativo risale al 5 marzo di quest’anno.

Il destinatario dell’ultima commessa è sempre lo stesso: quelle “competenti autorità libiche” che il 24 dicembre 2018 avrebbero inviato una nota scritta al nostro ministero dell’Interno formulando -come recitano gli atti di gara- una dettagliata “richiesta di assistenza tecnica mediante fornitura di veicoli tropicalizzati per le esigenze istituzionali legate al contrasto del fenomeno dell’immigrazione irregolare”. Ci sarebbe anche un elenco delle specifiche tecniche dei “mezzi richiesti”. Ieri i 30 veicoli Toyota, oggi i 10 minibus per “trasporto persone” (da 22 posti).

Come per le 20 imbarcazioni destinate alla polizia libica e i 30 mezzi Toyota, i finanziamenti necessari per acquistare i 10 Iveco giungeranno dal “Fondo Fiduciario per l’Africa” (EU Trust Fund), istituito dalla Commissione europea a fine 2015 con una dotazione di oltre 4 miliardi di euro. In particolare dal progetto -implementato dal Viminale- intitolato “Support to integrated Border and Migration Management in Libya – First Phase”, dal valore di oltre 46 milioni di euro e il cui “delegation agreement” risale a metà dicembre 2017 (governo Gentiloni, ministro dell’Interno Marco Minniti).

Anche l’iter dell’ultima fornitura è segnato dall'”estrema urgenza”. Il perché lo sintetizza il ministero nella determina di avvio del procedimento. “Al fine di poter ottemperare agli accordi stipulati con lo Stato della Libia -si legge- appare prioritario procedere alla fornitura dei sopracitati veicoli”. I “presupposti dell’estrema urgenza” deriverebbero dalle “peculiari condizioni politiche in Libia, tali da richiedere un intervento di assistenza e supporto istituzionale il più possibile ampio e tempestivo”.

L’ossessione governativa è sempre e solo quella degli sbarchi. Il crollo lungo la rotta mediterranea -iniziato nell’estate 2017 e frutto anche di iniziative come quella finanziata tramite l’EU Trust Fund- è trattato come un “trionfo” da esibire: dal primo gennaio al 21 marzo del 2017 furono 19.589 (a fine anno 119.369), scesi a 6.161 nell’identico periodo del 2018 (23.370 a fine anno), fino ai 398 di quest’anno.

Non è invece considerata minimamente la condizione dei 670mila migranti, rifugiati e richiedenti asilo presenti in Libia, 5.700 dei quali detenuti arbitrariamente nei centri ufficiali gestiti dallo Stato e diretti dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (DCIM). Nel Rapporto sui risultati degli screening nutrizionali nel centro di detenzione di Sabaa, uno dei sette centri di detenzione di Tripoli, Medici Senza Frontiere ha descritto le condizioni “terribili” patite all’interno, “ben al di sotto degli standard accettati a livello internazionale”. “Come gli altri centri di detenzione ufficiali -si legge nel report pubblicato il 21 marzo 2019- Sabaa rientra nella gestione del DCIM, che è anche responsabile per la fornitura del cibo. Nonostante questo da ottobre 2018 non riceve più alimenti tramite i fornitori di servizi gestiti a livello centrale”. Le 300 persone recluse (per un terzo minori) non hanno inoltre infrastrutture di base, “come servizi igienici, ripari, elettricità, illuminazione, riscaldamento e ventilazione adeguata”.
La mancanza di cibo ha un impatto diretto sull’efficacia dei regimi di trattamento della tubercolosi e di altre patologie, aggiunge MSF, che opera con difficoltà in cinque centri del Paese (Sabaa incluso). “L’assunzione di farmaci a stomaco vuoto non solo provoca disagio per il paziente, ma può anche causare ulcere gastriche o altre conseguenze per la salute. I pazienti possono quindi avere difficoltà a proseguire i regimi terapeutici e ciò comporta un ulteriore peggioramento del loro stato di salute”.
Questa è la Libia, “partner” dell’Italia per fermare i migranti.

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