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Ambiente / Approfondimento

Il “peso” delle bioplastiche sulla raccolta dell’umido

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Dal primo gennaio 2022 i Comuni sono obbligati a separare la frazione organica dal resto dei rifiuti urbani. L’utilizzo dei sacchetti in bioplastica compostabile è presentata come la soluzione migliore ma esistono delle alternative

Tratto da Altreconomia 246 — Marzo 2022

Dal gennaio 2022 in tutti i Comuni italiani è diventata obbligatoria la raccolta differenziata dell’umido, la frazione che già nel 2020 con circa sette milioni di tonnellate (43%) superava in peso tutti gli altri materiali raccolti differenziatamente, secondo i dati del Rapporto rifiuti urbani dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). La nuova disposizione impone ai Comuni italiani di attivare un servizio di raccolta differenziata della frazione organica dei rifiuti, attraverso cestini riutilizzabili o sacchetti compostabili certificati UNI EN 13432. La norma determina la biodegradabilità e la compostabilità degli imballaggi alle sole condizioni di un impianto di compostaggio industriale (non quindi domestico o di comunità-prossimità), che più avanti vedremo non essere l’unico sistema di gestione dell’umido urbano.

I sacchetti compostabili sono di due tipologie e molto diverse tra loro: quelli nella cosiddetta “bioplastica”, composti al 60% da materia prima fossile e solo il 40% rinnovabile (come le shopper e i sacchetti dell’ortofrutta, che chiameremo bioplastica compostabile) e quelli in carta. I primi, in base ai dati forniti dall’Istituto italiano imballaggio, costituivano nel 2019 quasi il 95% in peso delle bioplastiche prodotte in Italia. Un mercato sicuramente cresciuto con l’obbligo nei reparti ortofrutta dei supermercati italiani, a partire da inizio 2018, dell’uso esclusivo di sacchetti ultraleggeri biodegradabili monouso e a pagamento. Etichetta con codice a barre a parte (a meno che non sia a sua volta compostabile) questi sacchetti possono poi essere usati in molti Comuni per la raccolta dell’umido. Apparentemente sembra un’idea vincente: compri frutta e verdura, poi butti gli scarti nello stesso sacchetto dove l’hai acquistata. In realtà le cose sono più complesse.

A fine 2021 Biorepack, il consorzio nazionale per il riciclo organico degli imballaggi in bioplastica compostabile ha firmato un accordo con l’Associazione nazionale Comuni italiani (Anci) per dare contributi (variabili in base a una serie di parametri) a quei Comuni convenzionati che raccolgono gli imballaggi in bioplastica compostabile assieme alla frazione organica dei rifiuti. Prima dell’accordo questo materiale veniva conferito insieme alla raccolta differenziata delle plastiche e il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica (Corepla) riconosceva i relativi corrispettivi ai Comuni. Nel comunicato stampa di lancio dell’accordo, il presidente del Consiglio nazionale Anci Enzo Bianco fa notare come a partire dagli inizi del 2021 questo contributo si sia invece trasformato in un onere a carico dei Comuni, in quanto le bioplastiche compostabili sono state considerate frazione estranea agli altri tipi di plastica.

Sembrerebbe quindi un vantaggio economico il fatto che da spesa per i Comuni diventi un contributo per il corretto smaltimento delle bioplastiche compostabili. La narrazione ufficiale vuole che i sacchetti prodotti con questo materiale siano la soluzione più virtuosa per raccogliere la frazione organica dei rifiuti urbani. È davvero così?

Occorre innanzitutto chiarire che esistono diversi sistemi per gestire l’umido, una volta raccolto. In Italia, rileva l’Ispra, ci sono 359 impianti, di cui 293 dedicati al solo trattamento aerobico (impianti di compostaggio industriale, che creano compost), 43 di trattamento integrato anaerobico/aerobico e 23 impianti di digestione anaerobica (vedi tabella qui sotto). La prevalenza numerica degli impianti di compostaggio industriale può far pensare che sia il tipo di trattamento preferenziale degli scarti alimentari prodotti nelle nostre cucine. In realtà, sempre basandoci sui dati Ispra, possiamo notare come oltre il 50% della frazione organica della raccolta differenziata venga in realtà recuperata in digestori anaerobici per la produzione di biogas. A questo punto si pongono due problemi, legati tra loro. Il primo è relativo al fatto che le bioplastiche compostabili si degradano preferibilmente a condizioni aerobiche, il secondo è che i digestori anaerobici necessitano di materiali di veloce degradazione. Questo comporta che le bioplastiche compostabili debbano essere rimosse a monte o durante il processo di digestione anaerobica.

Un procedimento che può sembrare strano, visto che si tratta di un materiale pensato per essere smaltito con l’umido, ma ciò si spiega con il fatto che lo standard UNI EN 13432 risale al 2002, agli albori delle raccolte dell’organico, quando l’unica tecnologia disponibile era l’impianto di compostaggio industriale, con tempi di lavorazione completamente diversi e pensati per una degradazione di tipo aerobico. Inoltre, come precisa Utilitalia (Federazione delle imprese operanti nei servizi pubblici) in un suo position paper del 2021, condizione e tempi previsti dalla norma non coincidono in modo univoco con quelli reali dei processi industriali. Nonostante ciò, come sottolinea Biorepack, vi è un obbligo di legge (sancito dal decreto legislativo 116/2020), dello smaltimento degli imballaggi in bioplastica compostabile certificata assieme alla raccolta dei rifiuti organici. Quindi, sempre secondo il consorzio, bisogna concentrarsi affinché gli impianti si dotino di tecnologie e processi più evoluti che permettano il corretto recupero della sostanza organica e degli imballaggi in bioplastica. Il problema è stabilire chi si dovrebbe accollare i costi di adeguamento degli impianti.

60% la materia prima fossile che compone i sacchetti compostabili di bioplastica. L’altro 40% deriva da materia rinnovabile

Ma che fine fa la bioplastica rimossa dalla digestione anaerobica? Può essere dirottata nella successiva fase di compostaggio (laddove gli impianti integrati lo prevedano) oppure smaltita (in discarica o inceneritore). Ancora secondo i dati Ispra gli impianti di trattamento integrato aerobico/anaerobico si stanno sempre più diffondendo a livello nazionale, mostrando un incremento del 5,7% nell’ultimo anno (+48,6% rispetto al 2016). Questo significa che sempre più sacchetti in bioplastica dovranno probabilmente essere separati per questi processi anaerobici, con costi aggiuntivi.

Questa selezione meccanica a monte del processo è normale per gli impianti di trattamento della frazione organica dei rifiuti. Serve a rimuovere gli elementi estranei ed evitare così il deprezzamento del prodotto finale, il compost, che perde di valore tanto più è alta la presenza di materiale non compostabile (Mnc). Immaginiamo ad esempio di raccogliere i nostri scarti alimentari in un sacchetto di plastica tradizionale e poi buttarlo nel bidone dell’organico; giunto all’impianto di trattamento, viene lacerato e separato. In questa operazione si porta dietro anche parte del cibo gettato, che non verrà così compostato: alimenti residui e sacchetto verranno smaltiti in discarica o inceneritore. Questa perdita di materiale organico viene chiamata “effetto trascinamento”. Maggiore presenza di Mnc si trova nella raccolta dell’organico, più aumenta l’effetto trascinamento, con perdita di materiale altrimenti riciclabile. Inizialmente i sacchetti in bioplastica certificati UNI EN 13432 hanno effettivamente contribuito allo sviluppo della raccolta differenziata dell’organico, riducendo l’uso erroneo dei sacchi in plastica. Però c’è anche da considerare il fatto che più la raccolta è “sporca” di Mnc meno i sacchetti in bioplastica compostabile sono distinguibili da quelli in plastica. Se a casa raccogliamo l’umido nel sacchetto compostabile non saremo comunque sicuri che non faccia la stessa fine di quello in plastica, scartato assieme a una componente organica. Alla luce di questo ragionamento è difficile comprendere perché Biorepack dia un contributo ai Comuni che raccolgono le bioplastiche compostabili nell’umido anche se raggiungono numeri elevati di Mnc, fino a un 20% (63 euro a tonnellata a fronte di 127 euro a tonnellata se l’Mnc è inferiore a 5%). Contributo che, peraltro, sovvenziona solo la fase di raccolta, non quella dell’effettivo riciclo. Per il consorzio il motivo risiede nel fatto che non si vogliono premiare solo i gestori della raccolta umido più virtuosi, ma stimolare i Comuni a migliorare la qualità della frazione organica dei propri rifiuti, per ottenere un compost migliore e ridurre i costi di smaltimento.

Se continuiamo a usare i sacchetti in bioplastica compostabile, nella fiducia che si trasformino in compost, potrà succedere che si rompano, anche mentre li usiamo per la raccolta del compost. D’istinto ne prendiamo uno nuovo e glielo mettiamo intorno, prima di sporcare casa. Questa operazione riduce ulteriormente le speranze che la bioplastica diventi compost. I test per la certificazione UNI EN 13432, infatti, vengono effettuati sullo spessore di un singolo sacchetto e non sulla sovrapposizione di più strati. Inoltre, i sacchetti di bioplastica tendono a creare velocemente liquami. Questo comporta che si debba mettere una quantità piccola di umido in numerosi sacchetti, con una notevole sproporzione tra quantità di contenitori e quantità di rifiuto organico raccolto. Ancora meno certo, poi, è il destino di un eventuale pallet di sacchetti inutilizzato da un supermercato e scaduto. Più il materiale è vecchio più tende a lacerarsi, anche se intonso. Dove va smaltito?

I sacchetti in carta consentono di aumentare la produzione di biogas e la loro fibra di cellulosa può essere recuperata nel digestato per produrre poi compost

Questi problemi aumentano con la crescita della produzione delle bioplastiche. Tra le due campagne di monitoraggio a confronto (2016/2017 e 2019/2020) svolte dal Consorzio italiano compostatori (Cic) la percentuale di bioplastica compostabile nell’umido è più che raddoppiata rispetto alla prima campagna. Se la tendenza prosegue con questo ritmo smaltire questi sacchetti diventerà sempre più insostenibile. Il monitoraggio del Cic è basato su osservazioni a monte e a valle del processo, mentre non sono presenti dati relativi all’eventuale separazione delle bioplastiche prima di essere effettivamente gestite dall’impianto. Il fatto che il consorzio non abbia trovato tracce di questo materiale nel compost finale dei 27 impianti analizzati non significa necessariamente che si sia totalmente biodegradato, ma potrebbe anche essere stato smaltito diversamente.

Quale sarebbe quindi la migliore soluzione? L’altra tipologia di sacchetti certificati UNI EN 13432: i sacchetti in carta. Una conclusione tratta anche dall’analisi del ciclo di vita dei due differenti sistemi di raccolta dei rifiuti organici (“Life cycle assessment of the food waste management with a focus on the collection bag”, Waste Management & Research, 2021). I sacchetti dovrebbero essere acquistati dai Comuni, con un risparmio probabile anche per i cittadini, costretti oggi a comprarli in bioplastica al supermercato. 

© Elisa Nicoli

Un esempio di questo tipo di sacchetti è la tecnologia Sumus, adottata da un milione di famiglie in tutta Italia, grazie all’adesione di numerosi Comuni, (un elenco non esaustivo: tutta la provincia di Cuneo, nelle Cinque terre in Liguria, nelle province di Pisa, Lucca, Bari, Brindisi e Lecce, diversi Comuni attorno al lago di Bracciano, dell’area bresciana, della Penisola sorrentina, delle province di Como e Milano, Trento e Bolzano) ma anche in Svezia, in Francia e a Cipro. Sono sacchetti in carta riciclata 100% post consumo, brevettati, dotati di un fondello interno, anch’esso in carta riciclata, che li rende resistenti quanto basta. 

Se aumentasse la domanda di questo tipo di contenitori, si potrebbe recuperare anche parte della carta da raccolta differenziata che non ha ancora uno sbocco sul mercato. Sono biodigeribili nei digestori anaerobici, performance analizzata anche dal recente studio “Evaluation of the anaerobic degradation of food waste collection bags made of paper or bioplastic” (Journal of Environmental Management, 2022). I sacchetti in carta consentono di aumentare la produzione di biogas e la loro fibra di cellulosa può essere recuperata nel digestato per produrre poi compost. Si crea meno percolato rispetto alle buste in bioplastica, il che comporta l’uso di un numero inferiore di sacchetti. Siccome sono ottenuti da carta riciclata, l’impatto ambientale globale è molto inferiore rispetto alla bioplastica compostabile dei sacchetti, realizzata con un 40% di materia prima coltivata appositamente, occupando suolo altrimenti utilizzabile per la coltivazione di cibo. La carta, inoltre, non può essere scambiata per plastica, limitando al minimo l’effetto trascinamento. Ed evita la confusione, impedendo di utilizzare sovrappensiero buste in qualunque tipo di plastica, tradizionale e compostabile. 

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