Diritti / Attualità

Il governo di Israele pratica l’apartheid. La denuncia “da dentro” di B’Tselem

Una tra le più importanti organizzazioni israeliane per i diritti umani prende di nuovo posizione su leggi, pratiche e “violenze di Stato” da parte di Tel Aviv che hanno lo scopo di rafforzare la supremazia sui palestinesi. “Per cambiare la realtà bisogna descriverla”, spiega il portavoce, Amit Gilutz

Uno degli edifici distrutti dalle autorità israeliane alla fine di luglio 2019 nel sobborgo di Sur Baher, Gerusalemme Est – © Manuela Valsecchi - Duccio Facchini

Israele pratica l’apartheid. È la denuncia di B’Tselem, tra le più importanti organizzazioni israeliane per i diritti umani, contenuta nel report “Un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo: questo è l’apartheid”. Il documento realizzato dal Centro d’informazione per i diritti umani nei Territori occupati della Ong e pubblicato a inizio 2021, analizza come il governo di Israele operi per portare avanti i suoi obiettivi in tutta l’area che dal Mediterraneo si spinge fino al fiume Giordano, implementando leggi, pratiche e “violenze di Stato” con l’unico scopo di rafforzare la supremazia di un gruppo su un altro, i palestinesi. “Quando B’tselem fu fondata, più di 30 anni fa durante la prima Intifada, il nostro mandato si è rivolto verso i Territori occupati, documentando la vita quotidiana e le violazioni dei diritti umani che lì accadevano, ma la realtà non è cambiata e noi continuiamo a fare il nostro lavoro di documentazione giorno per giorno -spiega ad Altreconomia il portavoce di B’Tselem, Amit Gilutz-. Noi siamo un centro di ricerca e documentazione perché continuiamo a credere che per cambiare la realtà bisogna essere in grado di descriverla: devi conoscerla, devi capirla”.

Il titolo del rapporto definisce il regime di Israele come un apartheid e sostenete che tra il sistema di Tel Aviv e quello della segregazione razziale in Sudafrica ci siano delle caratteristiche comuni.
AG Proprio questo è il punto. Dopo 53 anni di occupazione della West Bank, di formale annessione di Gerusalemme Est e di così tanti anni di controllo esterno su due milioni di palestinesi bloccati nella striscia di Gaza, sono esplicite le intenzioni dei decisori politici di Israele: mantenere queste persone sotto il nostro controllo senza garantire loro diritti, per sempre. Non possiamo più pensare ad Israele come ad un’entità democratica che ha un’occupazione temporanea nel proprio cortile. Nei Territori palestinesi occupati la presenza di 600mila coloni israeliani rappresenta una violazione del diritto internazionale e parlando apertamente di ulteriore annessione de jure di altre parti della West Bank, diventa chiaro l’impegno di Israele nel perpetuare questo stato di cose. 

Questa unica entità politica governa su 14 milioni di persone, metà di loro sono palestinesi, l’altra metà sono ebrei israeliani, esercitando il controllo grazie alle frammentazioni che essa stessa ha creato: in Israele propriamente detto, ma anche in Cisgiordania attraverso l’annessione e nella Striscia di Gaza attraverso il blocco, ovunque lavora per promuovere e perpetuare il principio di supremazia ebraica. Così se sei ebreo, avrai la stessa protezione e gli stessi pieni diritti ovunque ti capiterà di vivere in questa regione, e sarai un cittadino israeliano sia se vivi entro i confini del 1967 (stabiliti dopo la “Guerra dei sei giorni”, ndr) o come colono che vive nella West Bank, avrai in ogni caso gli stessi diritti e la stessa protezione dallo Stato. Ma se sei palestinese la tua vita cambierà drammaticamente a seconda di dove ti sarà capitato di essere nato e di vivere. In ogni caso avrai meno diritti, anche se sei un cittadino israeliano di origine palestinese.

Nel report viene spiegato come questo regime si sia strutturato nel corso degli anni e come, pur non essendoci stati grossi cambiamenti di recente, abbia senso parlarne nel adesso. Perché? Che cosa è successo negli ultimi anni?
AG Il documento è breve e coinciso, non è un’indagine storica su come questo regime sia diventato un apartheid o quando sia successo. Noi pensiamo che non ci sia stato un momento specifico ma che si sia trattato di un processo complesso e durato molti anni che è compito degli storici descrivere più compiutamente. A noi, come organizzazione per diritti umani, basta dire che siamo a questo punto e che la soglia è stata superata. Questa è ora la realtà dei palestinesi, questo è ora quello a cui sono soggetti. Tuttavia notiamo due significativi sviluppi negli anni recenti che hanno contribuito a rendere le intenzioni dei politici israeliani più chiare di prima. Il primo è il capitolo aperto sull’annessione di ulteriori parti della West Bank. Dico “ulteriori” perché Gerusalemme Est è già stata annessa immediatamente dopo l’occupazione del 1967 e attualmente include un’area molto più grande. Ed è importante notare che di fatto anche la West Bank è già stata annessa: Israele la usa per i suoi scopi, usa le sue risorse a spese dei palestinesi e senza riguardo per i loro bisogni; il punto è solo rendere questa pratica ufficiale. Il fatto che Israele si stia muovendo per farlo mostra le intenzioni a lungo termine: un territorio annesso non è più occupato nella prospettiva del governo israeliano, vuol dire “siamo qui per restare”, non si tratta di un’occupazione temporanea. L’altro nuovo sviluppo è la legge nazionale, la “Basic law”. Israele non ha una Costituzione ma la “Basic law” costituisce un gruppo di leggi fondamentali che svolgono questa funzione. E questa legge racchiude l’idea della supremazia ebraica, l’idea che questa struttura politica, questo Stato, questo regime esiste con lo scopo di promuovere gli interessi, i diritti, il benessere di un solo gruppo di persone.

Nel paper spiegate che Israele nel corso degli anni ha utilizzato la legge, la pratica e la violenza organizzata per cementare la supremazia di un gruppo sull’altro, e identificate quattro metodi con cui questo è stato fatto: restrizioni all’immigrazione, controllo del territorio, restrizioni della libertà di movimento e limitazione dei diritti politici.
AG Questi sono i diritti davvero fondamentali che determinano gli aspetti drammatici della vita delle persone e Israele li sta usando per portare avanti il proprio progetto di impadronirsi della terra palestinese e di chiudere le persone in spazi disconnessi l’uno dall’altro, senza poter sviluppare la loro comunità, per la mancanza delle risorse necessarie da entrambi i lati della Green line (il “confine” di Israele stabilito dall’accordo raggiunto con Siria, Giordania ed Egitto al termine della guerra del 1949, ndr). All’interno dei Territori occupati stiamo assistendo ad un processo simile a quello che è accaduto durante il conflitto del 1967, quando il 90% delle terre è stato sottratto da Israele e centinaia di villaggi sono stati distrutti. Oggi sempre più terra viene gradualmente presa, con ogni tipo di tecnica: dichiarando che è terra statale, erigendo insediamenti o avamposti poi inclusi sotto la propria giurisdizione, dichiarando ovunque riserve naturali o parchi nazionali. Si tratta di manovre utilizzate per impadronirsi della terra e allo stesso tempo imporre alle comunità palestinesi condizioni di vita molto severe per costringerle a rinunciare e andarsene. E vediamo politiche molto simili su entrambi i lati della Green line: ci sono le case delle comunità beduine che vengono demolite in mezzo al deserto ancora e ancora, perché sarebbero costruite illegalmente, ma sono illegali perché Israele rende illegale per loro costruire qualsiasi cosa, perché non vuole che stiano lì. E a 30 minuti di auto più a Nord, sulle colline di South Hebron, all’interno del territorio occupato in Cisgiordania, ci sono politiche molto simili. Fondamentalmente c’è un ordine di demolizione contro ogni singola struttura nella comunità e tantissime continue distruzioni e confische di case, ma anche di complessi umanitari. In questo anno di pandemia, nel quale stiamo come tutti affrontando una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, è addirittura aumentato il numero di case che sono state demolite e questo numero è molto simile da entrambi i lati della Green line.

Uno scorcio della città di Hebron (al-Khalīl), nei pressi della Moschea di Abramo (agosto 2019) – © Manuela Valsecchi – Duccio Facchini

Per per quanto riguarda la cittadinanza invece, se sei ebreo, a priori e senza nemmeno avere un legame personale con questo spazio, ti può essere concessa automaticamente la cittadinanza, che di per sé è una bella idea. Il problema è che la stessa possibilità è negata ai palestinesi, per loro è praticamente impossibile diventare cittadini in questo modo. Gli altri due pilastri che abbiamo individuato sono ancora più rilevanti per i palestinesi che vivono nei territori occupati e hanno a che fare con la partecipazione politica e le restrizioni di movimento. 

Le restrizioni di movimento sono uno dei meccanismi più diffusi e dannosi che si usano per creare questa “ingegneria demografica e geografica” dello spazio. I palestinesi sono estremamente limitati in termini di movimento: spesso è impedito loro di attraversare il confine con la Giordania per uscire verso il mondo esterno, così come il movimento interno è fortemente limitato da decine di checkpoint terrestri fissi e centinaia volanti che spuntano ogni mese in Cisgiordania, senza preavviso. I palestinesi sono obbligati a vivere con questa incertezza di non sapere se saranno in grado di vedere un dottore, di incontrare la propria famiglia o ricevere approvvigionamenti per il proprio negozio. Questo accade a livello individuale ma anche economico e sociale e queste restrizioni impediscono la possibilità di un vero sviluppo. Nel caso dei due milioni di palestinesi che vivono chiusi nella Striscia di Gaza, Israele controlla lo spazio aereo, lo spazio marittimo, gli attraversamenti terrestri, eccetto quello con l’Egitto che pur collabora largamente con Tel Aviv; controlla quasi ogni cosa e ogni persona che entra o esce. Quando è stata architettata questa politica del blocco, i suoi fautori hanno calcolato la media delle calorie che sarebbero state necessarie per le persone chiuse nella Striscia, così da spingerle al limite della fame, senza però arrivare a provocare una catastrofe umanitaria che sicuramente è in corso dopo 14 anni dall’inizio di questo embargo. 

Dal punto di vista dei diritti politici è molto semplice: ci sono cinque milioni di persone che vivono sotto il controllo di Israele, sia esso un controllo esterno come nel caso di Gaza, sia con i soldati sul proprio territorio come nel caso dell’occupazione militare nella West Bank. Israele controlla ogni significativo aspetto della loro vita: quanti litri di acqua possono bere, se possono viaggiare o semplicemente spostarsi, il loro sistema economico. Ma non possono votare, non possono prendere parte in alcun modo al meccanismo decisionale sulla loro vita. Una piccola parte dei palestinesi cittadini di Israele può votare, ma la loro possibilità di partecipare effettivamente al processo politico è comunque limitata in molti molti modi differenti da Israele.

Il tratto di muro di separazione a Betlemme (agosto 2019) – © Manuela Valsecchi – Duccio Facchini

Nel rapporto spiegate che i palestinesi vivono frammentati, sia in termini di spazio sia di diritti: un palestinese a Gaza ha uno status diverso di chi vive in Cisgiordania, e ancora diverso da chi vive nelle zone governate da Israele. È una strategia?
AG Assolutamente sì. È il trucco più vecchio del mondo, “divide et impera”, è così che funziona. Su sette milioni di palestinesi che vivono sotto il controllo di Israele -i cinque detti prima ai quali si aggiungono altri due milioni di palestinesi con cittadinanza israeliana- appena 1,5 milioni circa, o forse anche meno, possono votare al Parlamento israeliano, ovvero quelli che sono cittadini. Organizzando lo spazio in questo modo, una maggioranza ebrea in Parlamento è assicurata, a lungo. È questa la strategia, ha funzionato e sta funzionando con incredibile successo per Israele, specialmente perché nello stesso momento in cui tiene milioni di palestinesi senza diritti umani e senza diritti politici, è capace di presentarsi come una democrazia al mondo e di essere accettata nella comunità internazionale come membro del club degli Stati democratici, come uno Stato che promuove i diritti umani e il rispetto delle leggi internazionali, godendo dei benefici che questo comporta, ad esempio in termini di accordi commerciali e tutto il resto. Questo è esattamente il motivo per cui Israele non è incentivato a fare nemmeno un passo verso il cambiamento dello status quo.

Alla fine del rapporto sostenete che questa situazione già molto difficile potrebbe anche peggiorare. Aggiungete però che sono le persone ad aver creato questo regime e le persone possono peggiorarlo così come sostituirlo. Avete la speranza che un futuro basato sui diritti umani, la libertà e la giustizia sia possibile?
AG Sì certo, la crisi in cui ci troviamo non è una crisi di mancanza di soluzioni. La terra può essere divisa, si possono fare due Stati, ci può essere uno Stato che garantisca eguaglianza per tutti, ci può essere una forma di confederazione, come sono possibili molte proposte in cui l’uguaglianza, i diritti umani e la dignità di tutte le persone vengano rispettati. A mancare è la volontà politica da parte di Israele di fare un passo verso un futuro diverso da com’è adesso. La speranza esiste ma perché questo accada, noi chiediamo da anni un’azione internazionale decisa per incentivare Israele a cambiare la sua politica verso i palestinesi. Perché, ancora una volta, se rimane intatta la possibilità di farsi considerare una democrazia e al tempo stesso usare tutta questa violenza per imporre una realtà molto ingiusta, non c’è nessuna possibilità di cambiamento.

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