Esteri / Intervista

Arab e Tarzan Nasser. Gaza, un amore da Oscar

Nel film “Gaza mon amour” i registi palestinesi Nasser raccontano che cosa significa innamorarsi nella Striscia. Una storia sulla vita che continua a resistere, oltre l’assedio

Tratto da Altreconomia 232 — Dicembre 2020
© Guillaume Kozakiewiez

Arab e Tarzan Nasser, 32 anni, sono gemelli e sono nati e cresciuti nel campo profughi di Jabalia nella Striscia di Gaza. Dal vivo sono due giganti stilosi, dal fascino mediorentale, diplomati in belle arti, pittori ma soprattutto registi. Sono loro, infatti, i candidati scelti per rappresentare agli Oscar la Palestina. Il titolo del loro film è già una dichiarazione: “Gaza mon amour”.

“Gaza è dentro di noi, la nostra famiglia e gli affetti più cari sono rimasti lì”, raccontano i due fratelli che hanno lasciato la Striscia nel 2012 e ora vivono a Parigi. “Volevamo raccontare una storia semplice, d’amore, perché anche a Gaza le persone si amano, resistono e cercano di vivere normalmente in un contesto che normale non è. Non volevamo parlare di politica anche se in Palestina la politica è dappertutto e condiziona inevitabilmente ogni storia”. Come quella di Issa, il pescatore sessantenne protagonista del film, segretamente innamorato di Sihan, una vedova che lavora come sarta e che sogna di sposare. Una notte Issa trova nella rete da pesca un’antica statua di Apollo, nudo e in erezione, e decide di nasconderla a casa sua. Ma quando Hamas, il movimento islamista che dal 2006 governa la Striscia, scopre l’esistenza del tesoro, per l’uomo iniziano i problemi.

Arab e Tarzan, a Gaza ci sono tantissimi giovani artisti. Che cosa significa fare arte in una situazione come quella, è più difficile?ATN Nella Striscia ci sono numerosi artisti di qualità e molti di loro sono giovani. In qualsiasi parte del mondo è difficile fare arte ma a Gaza forse lo è ancora di più perché anche solo reperire i materiali, dei buoni materiali, per via dell’embargo israeliano che soffoca la Striscia da quando Hamas è al potere, è complicato.

Come è stato per voi? Avete avuto problemi?
ATNIl problema degli artisti ovunque è trovare il proprio spazio. Sicuramente in altri posti è un po’ più semplice.

Perché ve ne siete andati e perché avete scelto Parigi?
ATN Per trovare spazio, per l’appunto. Inizialmente siamo andati in Giordania, dal 2015 ci siamo trasferiti a Parigi. Eravamo venuti per finire un lavoro, una coproduzione con la Francia, e abbiamo deciso di rimanere.

“Come in tutti i nostri film, i personaggi che descriviamo esistono, sono persone che conosciamo, da ognuno prendiamo un elemento, rubiamo uno spunto, magari da nostra madre, un vicino, uno zio”

Veniamo a “Gaza mon amour”. Come nasce l’idea del film? È ispirata a qualcuno che conoscete? Il protagonista ha il vostro stesso cognome…
ATN Il film trae ispirazione da una storia vera, quella di un pescatore che nel 2013 rinvenne nelle acque di Gaza una statua antica di Apollo.
Fu un evento e ne parlarono i media di tutto il mondo. L’abbiamo trovato interessante e siamo partiti da lì per poi mischiare la vicenda a una storia d’amore, che era quello che volevamo raccontare. Come in tutti i nostri film, i personaggi che descriviamo esistono, sono persone che conosciamo, da ognuno prendiamo un elemento, rubiamo uno spunto, magari da nostra madre, un vicino, uno zio. Siamo partiti dalla nostra famiglia, siamo stati orgogliosi di dare a Issa il nostro cognome, molte delle sue caratteristiche sono ispirate da nostro padre.

 

Arab e Tarzan Nasser, 32 anni, sono nati e cresciuti nel campo profughi di Jabalia nella Striscia di Gaza. Sono diplomati in belle arti, pittori e registi. Il loro film “Gaza mon amour” ha vinto il premio come miglior film asiatico al Festival di Toronto. Ha ricevuto inoltre il premio come secondo miglior film e migliore sceneggiatura alla Settimana internazionale del Cinema di Valladolid in Spagna © Sophie Davidovica

Come definireste il vostro film?
ATN Il film si definisce da solo, non sta a noi farlo, ma al pubblico caso mai. Possiamo dire che abbiamo cercato di tracciare un piccolo ritratto di vita quotidiana, di come la gente semplice a Gaza resiste, ama e non smette di sperare di vivere una vita normale, nonostante tutto.
Non abbiamo cercato di lanciare un messaggio, è
un film aperto, a libera interpretazione.

Quanto è condizionato il film dalla situazione politica esterna e interna? Si può parlare di Gaza senza parlare di politica?
ATN Quando all’inizio dicevamo che volevamo fare un film d’amore ambientato a Gaza ci guardavano come dei pazzi. Sembra che il solo racconto possibile sia quello fatto dai media che parla di sofferenza, guerra, violenza dimenticando che le persone si innamorano anche a Gaza e continuano la loro vita amorosa nonostante tutta la merda che hanno attorno. Certo, c’è un’occupazione, il cielo è pieno di droni, le miglia d’acqua pescabili si allargano e stringono in continuazione ma gli abitanti della Striscia cercano di andare avanti. La politica a Gaza e in Palestina è dappertutto, è difficile starle lontani, c’entra anche con quello che succede a Issa ma abbiamo cercato di focalizzarci sulla sua storia: un uomo che si innamora e cerca di coronare il suo sogno nonostante le difficili condizioni in cui vive.

“Gaza è dentro di noi. Sicuramente un giorno torneremo, non sappiamo quando, ma torneremo. Siamo ottimisti. Devi esserlo se vivi nella Striscia”

Il film è stato presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia ed è in concorso in giro per il mondo. Come sta andando?ATN Bene. Abbiamo vinto un premio come miglior film asiatico al Festival di Toronto e due premi, secondo miglior film e miglior sceneggiatura, alla Settimana internazionale del Cinema di Valladolid in Spagna. Per ora lo stiamo portando nei festival, poi uscirà nelle sale.

Siete stati scelti per rappresentare la Palestina agli Oscar. Che cosa significa per voi?
ATN È il sogno di ogni regista ed è davvero eccitante avere il tuo film in lizza. È un palco enorme e rappresentare Gaza e la Palestina davanti a tutto il mondo è qualcosa di ancora più grande. Se dovessimo vincere, cosa diremmo? Porteremmo la voce della nostra gente, parleremmo dei gazawi, se lo meritano.

A Gaza quali sono state le reazioni al film?
ATN A Gaza non l’hanno ancora visto, speriamo di poter organizzare presto delle proiezioni. Per ora lo abbiamo mostrato solo alla nostra famiglia che lo ha amato molto. Si sono riconosciuti nel film e hanno ritrovato e sentito tutto: la gente di Gaza, le location, i dettagli, l’atmosfera della nostra terra.

Qual è la situazione a Gaza oggi? Che racconti vi arrivano?
ATN È molto dura, ogni giorno peggiora. Se vivi in una Striscia lunga poche decine di chilometri con due milioni di persone, senza alberi e verde per respirare, se di fronte hai il mare ma ti ci puoi muovere solo per tre miglia, se il cielo è presidiato giorno e notte, se la guerra del 2014 ha distrutto tutto, come puoi vivere? Recentemente abbiamo parlato con nostro fratello minore. È nato nel 2000, con la seconda Intifada, è cresciuto con l’occupazione, ha vissuto la divisione e la lotta tra Fatah e Hamas, è passato attraverso quattro guerre e ora vuole andarsene a tutti i costi. Non può fare nulla, è giovane, bello, ha una vita davanti, come dargli torto? Abbiamo cercato di convincerlo, gli abbiamo detto che Gaza ci manca, che la vita fuori non è quella dei film, è difficile anche se da un altro punto di vista. Quanto prendi, tanto lasci. Lui ci ha ascoltato e poi ci ha detto: “Ok, vi farò una sola domanda, lasciando perdere tutto il resto: come puoi vivere con tre ore di elettricità al giorno?”.

Che prospettiva immaginate per Gaza e la Palestina dopo gli Accordi di Abramo, cioè la normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, mediata dagli Stati Uniti?
ATN Sono semplicemente usciti allo scoperto, ora sappiamo chi è chi. Le relazioni c’erano già, solo che avvenivano sotto il tavolo. Ok, avete fatto, ne prendiamo atto, ora state lontani da noi. I palestinesi non smetteranno di volere un loro Stato, indipendente e con dei veri confini. Passo dopo passo, con il piano Trump la Palestina è diventata uno stomaco, ha la forma di uno stomaco, se ci fai caso. Le colonie continuano ad aumentare, i confini sono diventati un muro. Che cosa vogliono? Ucciderci, spingerci fuori? Questo non è equo, non è giusto.

Non pensate che anche i palestinesi abbiano delle responsabilità?
ATN La Palestina vive sotto un’occupazione pesantissima, i palestinesi non hanno nulla in mano. Se il nostro Presidente deve chiedere il permesso agli israeliani per andare in Giordania e in altri posti, di che cosa stiamo parlando?

Quale sarà il vostro prossimo progetto?
ATN Ci stiamo già lavorando, per ora lo stiamo ancora cucinando a fuoco lento. Dovrebbe intitolarsi “C’era una volta a Gaza”.

Non riuscite ad andarvene davvero… Pensate di tornarci?
ATN Gaza è dentro di noi. Sicuramente un giorno torneremo, non sappiamo quando, ma torneremo. Siamo ottimisti. Devi esserlo se sei nato nella Striscia.

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