Diritti / Intervista

Rashid Khalidi. Storia di cento anni di guerra coloniale contro la Palestina

Intervista allo storico americano palestinese Rashid Khalidi. Nel suo ultimo lavoro ripercorre insieme le vicende di un popolo e della sua famiglia. Tra vecchi archivi, documenti personali e una lettera inviata a Theodor Herzl

Tratto da Altreconomia 227 — Giugno 2020
© Alex Levac

Rashid Khalidi, 72 anni, è un autorevole storico americano palestinese del Medio Oriente. Nato a New York da padre palestinese e madre libanese-americana, insegna Studi arabi moderni alla Columbia University. Nel suo ultimo libro “La guerra dei cent’anni contro la Palestina” si toglie i panni del freddo accademico per fare spazio, tra le pieghe della grande Storia, a quella della sua famiglia. Una famiglia non comune -di sindaci, giudici, diplomatici e studiosi come lui- il cui destino è legato a quello della Palestina.  Muovendosi tra vecchi archivi e preziosi documenti personali -come la lettera di un pro-prozio, sindaco di Gerusalemme, a Theodor Herzl, il fondatore del sionismo, il movimento politico di fine ‘800 volto a creare uno Stato ebraico in Palestina- Khalidi ripercorre gli ultimi cento anni di storia del cosiddetto conflitto arabo-israeliano. Per lo storico, più che uno scontro tra due contendenti per lo stesso territorio, una guerra coloniale, sostenuta dalle grandi potenze, contro i palestinesi. Palestinesi che, pur avendo colpe, sarebbero stati sistematicamente ignorati, quasi fossero inesistenti, nel processo che ha portato alla creazione dello Stato di Israele fino ai giorni nostri. Un tentativo di cancellazione che ha toccato anche Khalidi e il suo libro, “vittima della censura”, dice. Eppure, anche se al momento la situazione per i palestinesi non è delle migliori, il sistema “fondamentalmente disuguale e discriminatorio” di quello che lui chiama lo Stato di Palestina-Israele, si dice certo, “nel tempo non sarà più sostenibile”.

Professor Khalidi, in Italia molti editorialisti hanno scritto che il cosiddetto “Accordo del secolo”, il piano di pace del presidente Trump per il Medio Oriente, ha cambiato completamente la logica dei negoziati e la storia del processo di pace tra israeliani e palestinesi. È d’accordo?
RK Questo piano non cambia assolutamente nulla: costituisce una grave violazione del diritto internazionale. È semplicemente un tentativo unilaterale degli Stati Uniti di consacrare ciò che Israele ha fatto per molti decenni. Il processo coloniale di espropriazione nei confronti dei palestinesi era in corso e continuerà. Tuttavia, dovrà affrontare una maggiore resistenza nel tempo, a livello internazionale e regionale, man mano che la disuguaglianza coloniale di base che esiste tra israeliani e palestinesi -fondata su un unico Stato sovrano che ha il controllo completo di tutta la terra della Palestina-Israele- diventerà più evidente.

“I Palestinesi dovrebbero presentare un proprio piano in modo ampio e aggressivo. Ciò presuppone un movimento nazionale unificato che abbia una chiara strategia”

Nel suo libro lei sostiene che esiste un filo rosso, che prevede la “cancellazione” dei palestinesi, che va da Theodor Herzl al presidente Donald Trump. Questo filo rosso non si è mai spezzato?
RK Ci sono state figure di spicco del movimento sionista e israeliane, come Judah Magnes, Yitzhak Rabin ed Ehud Olmert, che sono state vicino a farlo, ma in ultima analisi, tutti si sono impegnati per il principio fondamentale del sionismo: creare uno Stato ebraico a spese dei palestinesi e al posto loro.

Pensa che il piano di Trump sia completamente da buttare? Cosa dovrebbero fare i palestinesi?
RK Come ho detto, il piano è morto in partenza. I palestinesi dovrebbero presentare un proprio piano in modo ampio e aggressivo. Ciò presuppone un movimento nazionale unificato che abbia sviluppato una chiara strategia. Sfortunatamente, al momento non esiste né un movimento nazionale palestinese unificato né una chiara strategia.

Lei è critico verso la cosiddetta soluzione a due Stati. Pensa che sia possibile la soluzione a uno Stato, binazionale, anche alla luce dei risultati delle recenti elezioni politiche israeliane?
RK Non credo che una soluzione a due Stati sia politicamente impossibile ma Israele e i suoi sostenitori negli Stati Uniti e in Europa hanno lavorato febbrilmente per oltre mezzo secolo per rendere impossibile una soluzione autentica, equa, a due Stati, e probabilmente ci sono riusciti. Di fatto, viviamo in una realtà con un solo Stato da molto tempo. C’è un solo Stato, una sola autorità di sicurezza e un registro della popolazione nella terra di Palestina-Israele, dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo. Se questo continua ad essere così, la questione chiave è se questo Stato continuerà a discriminare sistematicamente la maggioranza della popolazione sotto il suo controllo e a operare solo nell’interesse dei suoi cittadini ebrei, o se ci può essere una trasformazione. Ciò sarà difficile da fare per molte ragioni.
Una è che gli ebrei israeliani e i palestinesi vogliono ognuno il proprio Stato sovrano, separato ed esclusivo (che gli israeliani hanno avuto per 72 anni e che i palestinesi non hanno mai avuto). Un’altra è che escogitare una formula per un’alternativa giusta ed equa sarà piuttosto complicato e non è stata nemmeno presa in seria considerazione.

“Un sistema disuguale e discriminatorio, come quello che Israele ha eretto in Palestina, è in contraddizione con i valori democratici proclamati dall’Europa”

Perché i palestinesi non sono più nelle agende politiche internazionali, spesso nemmeno in quelle dei partiti progressisti e dei Paesi arabi?
RK Ciò è in parte dovuto alla debolezza della diplomazia palestinese e degli sforzi informativi degli ultimi decenni. Sono stati molto più vigorosi e di successo dagli anni 60 fino agli anni 90.
Per quanto riguarda il mondo arabo, è in parte anche dovuto alla prevalenza di dittature o monarchie assolute piuttosto che di democrazie. Tali regimi mancano di legittimità e dipendono in parte dal sostegno esterno degli Stati Uniti -grande alleato e complice di Israele- per la loro sopravvivenza contro nemici interni ed esterni. Paesi arabi democratici o parzialmente democratici come il Libano, la Tunisia e il Kuwait sono molto più favorevoli ai palestinesi rispetto a questi regimi autoritari.

Il suo libro è una ricostruzione storica ma anche la storia della sua famiglia. Come ha conciliato i due aspetti?
RK È stato molto difficile per me, in quanto storico professionista addestrato a scrivere in modo molto diverso, usare la prima persona e narrare sia la storia familiare che le mie esperienze. Ma ho sentito che così facendo ho contribuito alla storia, rendendola più accessibile e comprensibile per il lettore.

La sezione di recensioni del Wall Street Journal non ha pubblicato l’estratto del suo ultimo libro, come concordato due mesi prima. Come si sono giustificati? Si sente vittima della censura?
RK Mi hanno dato una ragione che non mi sembra credibile: l’estratto che avevano scelto si sovrapponeva troppo alle notizie del giorno. Certo che sono stato vittima della censura! Ciò non sorprende alla luce dell’inclinazione ideologica di destra del Wall Street Journal e di altre pubblicazioni di proprietà di Rupert Murdoch. Un rappresentante del mio editore britannico mi ha detto che il Times e il Sunday Times di Londra, di proprietà di Murdoch, per le recensioni non accetteranno nemmeno i libri sulla Palestina.

Nel libro lei racconta che il suo pro-prozio, Yusuf Diya al-Din Pasha al-Khalidi, inviò una lettera a Herzl. Scrisse che il sionismo in linea di principio era “naturale, bello e giusto” ed era consapevole e rispettoso della sofferenza che vi era dietro. È d’accordo con lui?
RK Mentre sono pienamente consapevole della sofferenza degli ebrei nell’Europa cristiana nel corso dei millenni, prima e specialmente dopo che Yusuf Diya al-Khalidi scrisse la sua lettera a Herzl, culminando nell’Olocausto, non credo che il sionismo sia la risposta corretta al problema dell’antisemitismo sistemico diffuso in Europa e altrove. Non sono sicuro lo pensasse neanche Yusuf Diya al-Khalidi. Ma mentre il principio può essere comprensibile, la pratica coloniale del sionismo politico in Palestina sin dai suoi inizi non era né accettabile né ha risolto questo problema. Nel frattempo, questa pratica ha creato molti problemi completamente nuovi e intrattabili dentro e attorno alla Palestina, nella regione e nel mondo.

Se la cancellazione dei palestinesi dura da cent’anni, quale prospettiva può esserci per loro?
RK Nel libro sostengo che un sistema fondamentalmente disuguale e discriminatorio come quello che Israele ha eretto in Palestina, e che dipende in gran parte dall’Europa e dall’America, è insostenibile nel tempo perché è in contraddizione con i valori democratici liberali proclamati da Europa e America. C’è una consapevolezza di questa profonda contraddizione in Israele, che ha coltivato avidamente legami con Stati e forze autoritarie e illiberali: Russia, Cina, Austria, Ungheria, il governo Modi in India, Bolsonaro in Brasile. Ma il principale partner commerciale di Israele è ancora l’Europa, e dipende fortemente dagli Stati Uniti per investimenti di capitale, armi e supporto diplomatico. Ecco perché i profondi cambiamenti in atto negli atteggiamenti nei confronti di Israele in molti settori dell’opinione pubblica americana sono così importanti, sebbene il loro impatto possa essere avvertito solo a lungo termine.

© riproduzione riservata

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia