Diritti / Reportage

Palestina: occupazione senza scampo, tra rifugiati e case distrutte

Mentre il primo ministro uscente Netanyahu promette l’annessione della Valle del Giordano, continua l’insediamento illegale di coloni in Cisgiordania. Le condizioni di vita nei Territori sono drammatiche, denunciano le Nazioni Unite

Tratto da Altreconomia 219 — Ottobre 2019
Alcuni fedeli musulmani attraversano un punto di controllo di soldati israeliani nella città di Hebron (al-Khalīl), nei pressi della Moschea di Abramo (agosto 2019) - © Duccio Facchini

“Alle 2:30 sono stato svegliato da una telefonata dai miei vicini. Mi dissero che erano arrivati i soldati israeliani, avevano circondato le case e dato pochi minuti ai residenti per recuperare qualcosa. Stavano liberando il campo per le ruspe e i bulldozer”. Muammed vive a Sur Baher, sobborgo palestinese di Gerusalemme Est. Ricorda ogni dettaglio del 22 luglio 2019. Il tentativo di resistere allo sgombero, il fermo, il trasferimento in una stazione di polizia, la multa e poi il rilascio, ore dopo. “Della mia casa erano rimasti in piedi solo i primi due piani. Dal tetto in giù, invece, era distrutta, sbriciolata”, racconta davanti a una tazza di caffè, qualche biscotto e un pacchetto di sigarette Parliament. Gli occhi di quest’uomo che non dorme raccontano i Territori palestinesi occupati di oggi. Muammed siede nell’ufficio del comitato nato per difendere “territorio, abitazioni e popolazione” dei quartieri di Sur Baher, Wadi al-Homus, Muntar, Deir al-Amud. È a mezz’ora di autobus dalla Porta di Damasco (Bab al-Amud) della Città vecchia di Gerusalemme (Al-Quds). Dal terrazzo ci si affaccia su colline, ulivi e palazzi.

Accanto a lui c’è il coordinatore del comitato, Ziad, che ha fatto stampare volantini di protesta e delle gigantesche piantine a colori dell’area interessata dalle demolizioni. Le ha fatte appendere alle pareti. La legenda dà l’idea della permanente condizione di angoscia: in pochi chilometri quadrati c’è la linea rossa (la “barriera”), la “zona cuscinetto”, i checkpoint, i blocchi stradali, le tre aree (A, B e C) in cui è stata spezzettata la Cisgiordania (West Bank) dopo gli accordi di Oslo degli anni Novanta. Qui e là ci sono anche 15 puntini gialli: sono gli edifici distrutti o sul punto di esserlo per volere del governo israeliano, proprio come la casa di Muammed. “Eppure non si trattava di alloggi abusivi”, spiega Ziad: erano stati tutti regolarmente autorizzati dall’Autorità nazionale palestinese, amministrativamente responsabile dell’area. Ma quei permessi, purtroppo per i 350 inquilini, sono stati considerati carta straccia dal governo di Tel Aviv, per il quale quelle abitazioni si trovavano troppo vicine alla barriera di separazione tra Israele e West Bank. Non è una controversia amministrativa. Il comportamento di Israele, infatti, costituisce una “clamorosa violazione del diritto internazionale”, come ha affermato Saleh Higazi, vicedirettore di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord, poche ore dopo le demolizioni. “Da decenni le autorità israeliane adottano misure arbitrarie e sproporzionate in nome della sicurezza per espandere il loro controllo sulle terre palestinesi ed espellere gli abitanti da quelle aree che considerano di interesse strategico. In questo modo hanno sfollato con la forza intere comunità e distrutto illegalmente decine di migliaia di alloggi”. Nel disinteresse di larga parte della comunità internazionale, Amnesty International ha ricordato come il “trasferimento illegale di civili residenti nei territori occupati” costituisca una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra nonché un “crimine di guerra”.

I numeri dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) rafforzano la tesi di Higazi. Dal 2009 al settembre 2019, Israele ha demolito “ufficialmente” 6.179 strutture abitative e allontanato almeno 9.500 palestinesi solo nella West Bank. Di queste, 1.800 strutture ricadono a Gerusalemme Est, 3.400 le persone sfollate. Quest’anno (a metà settembre) siamo a quota 163 edifici nella città. “Israele -ha aggiunto Amnesty International- deve immediatamente porre fine a questa politica crudele e discriminatoria fatta di demolizioni di alloggi e sfollamenti forzati. Invece di distruggere le case di intere famiglie, Israele deve smantellare la parte di barriera di sicurezza costruita all’interno dei Territori palestinesi occupati, compresa la zona di Sur Baher, in violazione del diritto internazionale”.

Mentre le case dei palestinesi vengono distrutte -oltre 49.000 dall’occupazione del 1967-, gli insediamenti israeliani nei Territori avanzano senza sosta, violando anche in questo caso il diritto internazionale. Non è una suggestione del piccolo comitato di Ziad e nemmeno dei residenti espulsi dai quartieri di Sheikh Jarrah, Beit Hanina, Beit Safafa, Ras Al’Amud o Silwan -quest’ultimo affacciato sulle splendide mura cinquecentesche della Città vecchia-: è un fatto accertato anche dalle Nazioni Unite. Tra gennaio e agosto del 2019, il governo israeliano ha approvato la costruzione di circa 3.700 nuove unità abitative negli insediamenti e in programma ce ne sarebbero altre 2.400. “Questa iniziativa punta a consolidare la rivendicazione israeliana di sovranità sulla Cisgiordania”, hanno sottolineato in estate Leilani Farha, avvocata canadese, direttrice della Ong “Canada without Poverty” nonché Relatrice speciale Onu per il diritto alla casa, e Michael Lynk, professore di Legge presso la Western University dell’Ontario, che è Relatore speciale Onu sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967. “Costruire insediamenti civili in territorio occupato, così come la sua annessione -hanno dichiarato Farha e Lynk- è illegale”. Ma se la comunità internazionale “si è pronunciata contro gli insediamenti israeliani”, non ci sarebbero state “conseguenze effettive” per questa violazione. Tradotto: il governo di Israele fa quello che vuole, nonostante, tra le altre cose, una recente risoluzione delle Nazioni Unite (la 2334 del 2016) abbia nuovamente definito gli insediamenti una “flagrante violazione del diritto internazionale”.

Uno degli edifici distrutti dalle autorità israeliane alla fine di luglio 2019 nel sobborgo di Sur Baher, Gerusalemme Est – © Duccio Facchini

Sanzioni vane: nella campagna elettorale israeliana del settembre 2019, a pochi giorni dal voto, il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu ha promesso l’annessione della Valle del Giordano, ovvero del 30% della Cisgiordania occupata, dove vivono oltre 65mila palestinesi e 11mila coloni. Quella di Netanyahu non è stata una sparata, semmai un sussulto di sincerità, una presa d’atto: “La patina di un’occupazione temporanea è venuta meno -ha commentato Lynk-. Israele, potenza occupante, non ha dimostrato alcuna volontà di adempiere ai suoi obblighi internazionali e nemmeno di accettare le numerose risoluzioni delle Nazioni Unite che le hanno ordinato di bloccare la sua opera di insediamenti illegali e di porre fine all’occupazione lunga 52 anni”.

“Israele, potenza occupante, non ha dimostrato volontà di adempiere ai suoi obblighi internazionali e di porre fine all’occupazione lunga 52 anni” – Michael Lynk, relatore Onu

Il prodotto dell’occupazione non sta soltanto nei report che ogni anno il professor Lynk presenta all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Un’altra agenzia Onu (l’UNCTAD, su commercio e sviluppo), ha il mandato di misurare l’impatto delle politiche restrittive di Israele a danno della Palestina (Cisgiordania e Striscia di Gaza) e dei suoi abitanti. Le 15 pagine dell’ultimo rapporto (uscita a metà settembre 2019) fotografano una “catastrofe” umanitaria, economica, sociale. A Gaza il tasso di disoccupazione è al 52%, nella West Bank al 18%. Gli investimenti nella Striscia sono crollati al 3% del Pil, praticamente azzerati, e nove volte su dieci riguardano progetti di ricostruzione delle macerie lasciate dai raid israeliani degli ultimi dieci anni: dall’operazione “Piombo fuso” -raccontata dallo scrittore, giornalista e attivista per i diritti umani Vittorio “Vik” Arrigoni, ucciso nell’aprile 2011- in avanti. Un milione di palestinesi a Gaza sono poveri, il 53% dei residenti, e di questi 400mila sono bambini. E a Gerusalemme, invece, le famiglie palestinesi che vivono al di sotto della soglia sono 7 su 10. Ogni paragrafo è desolante. C’è quello dedicato ai 2,5 milioni di alberi d’ulivo distrutti nei 52 anni di occupazione o quello sull’acqua di falda sottratta da Israele. Secondo UNCTAD, infatti, Tal Aviv “confisca l’82% delle acque sotterranee palestinesi per l’utilizzo all’interno dei suoi confini o nei suoi insediamenti, e i palestinesi devono importare da Israele oltre il 50% delle loro acque”. E uno studio della Banca Mondiale avrebbe evidenziato che “solo il 35% delle terre palestinesi sono effettivamente irrigate, il che costa all’economia 110mila posti di lavoro all’anno e il 10% del Pil”. Eppure le acque sotterranee farebbero “parte delle risorse naturali di un territorio” e a una potenza occupante dovrebbe essere “preclusa la possibilità di appropriarsene per l’uso sul proprio”. Anche sul versante economico la dipendenza sofferta dalla Palestina è netta: Israele pesa per l’80% delle esportazioni palestinesi e garantisce il 58% delle importazioni. Non solo: i territori sono occupati e chi ci vive incontra costantemente ostacoli. Nei 5.655 chilometri quadrati della West Bank, gli “ostacoli permanenti” censiti dall’UNCTAD sono ben 705. Checkpoint, blocchi stradali, tumuli di terra. Per non considerare il muro di 730 chilometri che stringe la Cisgiordania dai primi anni Duemila. Il “pezzo” di Betlemme è diventato una sorta di attrazione, con tanto di negozio di gadget delle opere di Banksy e installazioni artistiche che cambiano continuamente, come fosse una tela a cielo aperto.

“Nella Striscia di Gaza, la carenza di energia elettrica e la devastazione delle infrastrutture sanitarie hanno provocato un disastro ambientale”. Secondo le Nazioni Unite, infatti, ogni giorno in quel territorio oltre 100 milioni di litri di acque reflue non trattate vengono scaricate nel Mediterraneo. “La contaminazione delle spiagge è a livelli quattro volte superiori a quelli indicati dalla normativa internazionale”. Per la salute pubblica “di una popolazione sotto occupazione prolungata” si tratta di un “grave pericolo”

Ma è nel cuore della città vecchia di Hebron (al-Khalīl), a pochi chilometri da lì, che si può camminare in mezzo alla “catastrofe”. Il centro è spezzato da muri, filo spinato, reti metalliche sopra i mercati. Per garantire “sicurezza” a poche famiglie di israeliani insediati nei pressi della “Tomba dei Patriarchi” (Moschea di Abramo), sono ovunque soldati armati o tornelli dei checkpoint. I visitatori possono provare a passare, attraversando quartieri fantasma, mentre i palestinesi non residenti restano fuori oppure vengono perquisiti con modi spicci prima di accedere ai luoghi di culto. Amer, 35 anni, è una guida turistica palestinese del gruppo Atg (Alternative tourism group, atg.ps). Arrotola i jeans fin sotto il ginocchio e mostra il foro di un proiettile che si è beccato da giovane, quando tentava di superare il muro o lanciava pietre. Non esibisce quei segni per suscitare meraviglia, lo fa per dire quanto è stanco. Pensa ai 300 palestinesi morti lo scorso anno (13 israeliani) o ai 32mila feriti (142 israeliani). “Quanto tempo è trascorso inutilmente e non solo dal 1967”, dice camminando nel campo profughi di Aida, gestito dall’agenzia UNRWA delle Nazioni Unite (unrwa.org). All’ingresso del quartiere c’è una porta sovrastata da un’enorme chiave. È il simbolo del “ritorno” a casa che i rifugiati palestinesi attendono dal 1948, quando furono espulsi in 750mila dall’esercito israeliano. Oggi sono 5,4 milioni, tra Giordania, Libano, Siria, Striscia di Gaza e West Bank. Non è un caso che sui muretti di Aida s’incroci più volte la cifra “194”: è il numero della risoluzione Onu che 71 anni fa dette loro una speranza, oggi sempre più fioca. Intanto il mandato dell’UNRWA verrà rinnovato per altri tre anni, come accade dal 1949. Una missione che è sempre più difficile visto il taglio dei finanziamenti disposto a metà 2018 dagli Stati Uniti e un buco non previsto di oltre 400 milioni di dollari su un bilancio di 1,2 miliardi. Una “crisi senza precedenti”, spiega Tamara Alrifai, portavoce dell’agenzia che ha in capo 58 campi, 700 scuole, mezzo milione di studenti, 8 milioni di visite mediche ogni anno. Dentro Aida sono 3.150 i rifugiati registrati dall’UNRWA. In un cortile c’è un felino disegnato su tutta la parete di una casa: “Da queste parti sopravvive solo una tigre”.

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