Esteri / Approfondimento

L’arrampicata in Palestina è un gesto di libertà contro l’oppressione

Il progetto “West Climbing Bank” promuove la scalata tra i giovani che vivono nei campi profughi dei Territori occupati in Cisgiordania. Un progetto partito nel 2017 anche grazie agli attivisti del centro sociale ZAM di Milano

Tratto da Altreconomia 224 — Marzo 2020
Una giornata nelle falesie di Battir, un villaggio palestinese di circa 4.000 abitanti, situato poco a Sud di Gerusalemme. © West Climbing Bank

L’evasione dalla difficile quotidianità in Palestina passa anche attraverso le maestose falesie di calcare che circondano Ramallah o la piccola palestra colorata del centro giovanile Amal Almustakbal nel campo profughi di Aida a Betlemme e ha per ingredienti l’arrampicata sportiva e gli attivisti di West Climbing Bank. Una storia, questa, cominciata tre anni e mezzo fa quando i responsabili del centro giovanile Laylac del campo di Dheisheh a Betlemme, impegnati in un tour europeo per stringere relazioni con realtà sensibili alla causa palestinese, hanno incontrato i ragazzi dello ZAM -il centro sociale Zona Autonoma Milano – che ospita un palestra popolare di arrampicata in uno spazio occupato a Sud della città.

L’idea di utilizzare la scalata come uno strumento ricreativo rivolto ai tantissimi bambini e ragazzi del campo profughi è sorta spontanea: nel campo di Dheisheh, costruito nel 1949 per ospitare 3mila rifugiati, vivono attualmente 15mila persone (con una densità abitativa di 45,454 individui per chilometro quadrato). Uno dei principali problemi segnalati dall’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi nell’area (UNRWA) è la “mancanza di spazi pubblici sicuri in cui i bambini possano giocare e socializzare. Nonostante le diverse attività offerte dalle organizzazioni locali, quella principale per i bambini rimane giocare nelle strade del campo e questo li espone a diversi pericoli”.

15mila sono gli abitanti del campo profughi di Dheisheh, dove è attivo il progetto West Climbing Bank. Costruito nel 1949, il campo dovrebbe ospitare 3mila persone

Gli attivisti dello ZAM si sono attivati per offrire loro un’alternativa e così è nato il progetto West Climbing Bank (WCB). Alla fine del 2017 una ventina di persone sono partite dall’Italia alla volta della Cisgiordania, munite di 40 paia di scarpette e dieci imbraghi, strumenti indispensabili per arrampicare, ottenuti grazie a una campagna di sensibilizzazione e a una raccolta fondi. Con questa prima dotazione il gruppo ha organizzato una serie di uscite nelle pareti vicino a Betlemme, dove ha avuto modo di conoscere l’embrionale movimento di arrampicata sportiva presente in Palestina. Soprattutto nella città di Ramallah ad una ventina di chilometri da Gerusalemme: qui un gruppo di scalatori statunitensi ha aperto una piccola palestra coperta (“indoor”) e reso arrampicabili, “chiodandole”, diverse falesie.

“Abbiamo subito colto l’opportunità rappresentata dall’arrampicata per i bambini e i ragazzi del campo e ci siamo resi conto dell’enorme potenziale offerto dalle bellissime pareti di calcare palestinesi -spiega Massimiliano Goitom di WCB-. Per l’anno successivo ci siamo dati l’obiettivo di chiodare delle falesie dove gli abitanti del campo potessero scalare”. Per tutto il 2018 il gruppo ha portato avanti la campagna “dona uno spit” (strumento necessario per attrezzare le pareti) e quando sono tornati durante le vacanze di fine anno sono riusciti a “chiodare” una ventina di vie nella zona di Battir, un villaggio alle porte di un parco naturale vicino a Betlemme, dove le valli di ulivi lasciano il posto a ripide falesie di roccia. Un’iniziativa che ha raggiunto un duplice scopo. “Tutta la zona intorno alle pareti attrezzate è classificata come area C -continua Massimiliano-, è cioè occupata sotto la giurisdizione militare e amministrativa israeliana. In questo modo abbiamo costituito un presidio territoriale per i palestinesi, anche se, da quando Israele ha costruito un insediamento di coloni a poche centinaia di metri, la zona è diventata inaccessibile per loro e bisogna percorrere una strada molto più lunga per raggiungere la falesia”.

Nel 2019 gli attivisti di West Climbing Bank si sono dati un altro obiettivo: costruire una palestrina di arrampicata indoor nel centro giovanile Amal Almustakbal nel campo profughi di Aida a Betlemme

Anche questo secondo viaggio, come il primo, ha rappresentato un’occasione per accompagnare i bambini del campo ad arrampicare e per far conoscere la realtà della Palestina occupata a chi, del gruppo di italiani, non aveva mai visitato la West Bank: “In tutti i nostri viaggi c’è sempre qualche nuovo partecipante -racconta ancora Massimiliano- e ci teniamo molto che ognuno veda con i propri occhi alcuni luoghi particolarmente significativi della Cisgiordania. Come ad esempio Hebron, dove l’insediamento dei coloni ha lacerato la città, rendendo intere vie inaccessibili per i palestinesi”, pur essendo formalmente area A e quindi sotto il controllo militare e amministrativo dell’Autorità nazionale palestinese.

“Abbiamo colto l’opportunità dell’arrampicata per i bambini del campo, e ci siamo resi conto del potenziale offerto dalle pareti di calcare” – Massimiliano Goitom

Nel 2019 gli attivisti milanesi si sono dati un altro ambizioso obiettivo: costruire una palestrina di arrampicata indoor nel centro giovanile Amal Almustakbal nel campo profughi di Aida, sempre a Betlemme, col quale negli anni è nato un rapporto di amicizia. “Nella quotidianità non è semplice per chi vive nei campi andare a scalare in falesia, sebbene negli anni alcune persone abbiano appreso le manovre di sicurezza e la tecnica necessaria, il contesto resta molto difficile e non si sentono sicuri nell’andare ad arrampicare da soli -spiega ancora Massimiliano-. Ci sono dei volontari del Servizio civile internazionale che si sono appassionati e quando possono organizzano delle uscite, ma resta complesso. Una struttura artificiale all’interno del campo ci è sembrato un modo per permettere ai bambini di arrampicare più spesso e in autonomia”. Grazie a una nuova campagna di raccolta fondi nei mesi precedenti alla partenza sono state reperite le risorse per procurarsi il materiale necessario e una volta arrivati a Betlemme, lo scorso dicembre, sono bastati un paio di giorni per montare la struttura grazie alla collaborazione e all’entusiasmo di tantissime persone. In questo modo è rimasto del tempo per andare a scalare anche sulla roccia: “Abbiamo organizzato tre uscite collettive di arrampicata, coinvolgendo circa 70 persone che vivono nel campo” sottolinea ancora emozionato l’attivista di West Climbing Bank.

Prima di pensare al 2020, il gruppo di ragazzi dello ZAM prova a fare un bilancio degli anni trascorsi: “Il nostro progetto, dopo tre viaggi, ha finalmente preso una forma compiuta. Abbiamo attrezzato delle vie, fornito l’attrezzatura necessaria ad arrampicare in sicurezza per tutti, abbiamo costruito una piccola palestra e abbiamo insegnato a tante persone come muoversi autonomamente sulla roccia, respirando quella sensazione di libertà che in questi luoghi è a molti quotidianamente negata. E, come spesso accade al termine di queste esperienze, ogni volta siamo tornati con la sensazione che ciò che abbiamo riportato a casa sia molto di più di quello che abbiamo lasciato”.

Il forte significato che in Palestina assume il gesto atletico di arrampicare verso l’alto non è vissuto solo da chi condivide il progetto West Climbing Bank. Gli statunitensi Tim Bruns e Will Harris, tra i fondatori dell’associazione di arrampicata sportiva Wadi Climbing a Ramallah, hanno scoperto le falesie palestinesi nel 2012, durante una pausa dagli studi in Giordania, e da allora hanno dato un forte impulso alla crescita dell’arrampicata in Palestina. I climber non solo hanno aperto la palestra indoor di Ramallah e chiodato oltre 200 vie su roccia, ma hanno anche fatto conoscere le potenzialità di questa terra in quei Paesi dove questo sport è già affermato e promosso delle “vacanze top-rop” rivolte a scalatori europei e americani. Un’attività che senza dubbio ha rappresentato un modo per sostenere l’economia palestinese e rafforzare il movimento di climber locale, scontando però il limite di essere in parte preclusa alla stessa popolazione locale. L’arrampicata infatti è praticata da tempo in Cisgiordania ma nelle zone controllate dai coloni israeliani e quindi inaccessibili ai palestinesi. Da qui l’idea di Tim Bruns, insieme a Benjamin Korff, Albert Moser e Marcus Maia di realizzare la prima guida dell’arrampicata sportiva in Palestina che fosse alternativa a quella esistente (“The Israeli Climbing Guidebook”). Il volume, dal titolo “Climbing Palestine: A guide to Rock Climbing in the West Bank”, è stato pubblicato dalla casa editrice statunitense Village to Village Press nel novembre 2019. Oltre alle tipiche informazioni “per climber” (con relazioni delle falesie, delle vie e delle loro difficoltà) e alle tipiche informazioni turistiche (come spostarsi, dove dormire e mangiare), la guida segnala anche i percorsi alternativi dedicati ai palestinesi che vogliono raggiungere i luoghi di arrampicata situati in area C. “La libertà di movimento è il motivo che ci ha spinti alla pubblicazione di questa guida -racconta Tim Bruns-. L’arrampicata su roccia è uno sport che consiste essenzialmente nello spostare il proprio corpo attraverso movimenti sempre nuovi. Questo è particolarmente significativo in un luogo come la Palestina, che vive sotto l’occupazione militare e dove la libertà di movimento è fortemente limitata per la popolazione”.

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