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Tra Covid-19 e occupazione la Palestina è al collasso. L’allarme delle Nazioni Unite

Per l’agenzia Onu al Commercio e sviluppo (Unctad) il tessuto socio-economico della Cisgiordania e della Striscia di Gaza è ormai allo stremo. Pesano le chiusure imposte dalla pandemia ma la situazione era già segnata dall’occupazione militare di Israele. “È urgente porne fine”, il richiamo rivolto alla comunità internazionale

Nel centro storico di al-Khalīl (Hebron) - © Manuela Valsecchi

Le conseguenze della pandemia da Covid-19 rischiano di trascinare il già precario tessuto economico della Palestina verso il collasso. A lanciare l’allarme è l’agenzia delle Nazioni unite per il Commercio e lo sviluppo (Unctad) che ha ricostruito in un rapporto la gravità della situazione nei territori occupati della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, dove  secondo i dati ufficiali forniti dall’Organizzazione mondiale della sanità all’11 ottobre si contano 55.134 casi positivi e 442 decessi.

Come in altri Paesi del mondo, anche in Palestina nel mese di marzo 2020, dopo i primi contagi, le autorità hanno risposto all’emergenza con chiusure generalizzate e limitazioni alla circolazione delle persone. Un’iniziativa che secondo gli esperti dell’Unctad ha avuto e avrà ricadute economiche di “vasta portata” dovute al rallentamento delle importazioni, alla riduzione dell’offerta di manodopera, allo stop delle attività economiche e della produttività. Il primo a rimetterci è il bilancio statale. Per rimanere a galla, infatti, l’Autorità nazionale palestinese ha varato un “piano di emergenza”, volto a mantenere la spesa pubblica al minimo pur garantendo i servizi essenziali e i salari dei dipendenti pubblici che, insieme ai pensionati, sostengono un quarto della popolazione. A metà aprile, il ministero delle Finanze e l’Autorità monetaria dei territori hanno sottoscritto un accordo in base al quale le banche avrebbero stanziato un finanziamento ulteriore di 400 milioni di dollari a favore dell’Anp, ma lo shock fiscale della pandemia e l’improvviso impoverimento su larga scala di famiglie e imprese hanno comportato una destabilizzazione del sistema bancario, già esposto per oltre tre miliardi di dollari con la Palestina.

Alle condizioni precarie dell’Anp si affiancano quelle del comparto privato. Tra i settori più colpiti c’è il turismo, che rappresenta il 4% della forza lavoro occupata in Cisgiordania -escluso l’indotto-, e che negli ultimi anni era fortemente cresciuto. Non è l’unico: un mese dopo lo scoppio dell’epidemia, le principali associazioni di categoria hanno infatti annunciato piani di riduzione dei salari del 50 per cento. Allo stesso modo i 140mila palestinesi che lavorano in Israele sono rimasti senza occupazione: il loro stipendio vale oltre il doppio rispetto a chi è impiegato nella West Bank, e le famiglie che ne dipendono “pesano” per circa un terzo dei consumi privati. Un’altra fonte di reddito duramente colpita è stata ed è tutt’ora quella delle rimesse da parte degli espatriati: questo ammanco peserà sul bilancio dell’Anp per 120 milioni di dollari, in un momento in cui si prevede che anche il contributo dei donatori istituzionali che sostengono la Palestina sarà “appena” di 266 milioni di dollari, il più basso da oltre un decennio. “Ad aprile, solo un mese dopo l’inizio delle restrizioni indotte dalla pandemia, le entrate dell’Anp provenienti dal commercio, dal turismo e dai trasferimenti sono scese ai livelli più bassi degli ultimi 20 anni -riporta l’Unctad- e il già ampio deficit nel 2020 supererà probabilmente quota 1 miliardo di dollari e potrebbe arrivare fino a 1,4 miliardi”.

Nel centro storico di al-Khalīl (Hebron) – © Manuela Valsecchi

Diverse istituzioni tra cui la Banca mondiale hanno avanzato ipotesi circa gli impatti della pandemia. Lo scenario più ottimistico prefigura una riduzione del Pil del 14%, quello peggiore fino al 24%. Si tratta però di “proiezioni statiche” insufficienti ad avere un quadro attendibile, sottolinea l’agenzia dell’Onu, suggerendo invece di guardare alla recente storia dell’occupazione. Già dopo lo scoppio della seconda Intifada nel settembre 2000, Israele aveva infatti attuato una politica di chiusura dei confini e di forti limitazioni agli spostamenti interni che aveva portato alla sostanziale distruzione dell’attività economica nei Territori. Il consolidato processo di “annessione” -per usare le parole di Michael Lynk, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967- ha determinato, ben prima dell’arrivo della pandemia, una crisi profonda, segnata dalla disoccupazione (pari al 30%), dalla povertà (che interessa un quarto delle famiglie palestinesi) e dallo squilibrio fiscale.

Le raccomandazioni dell’Unctad per provare a scongiurare il collasso sono chiare: “L’Anp non ha la forza per far fronte a questa crisi, la sua capacità di rispondere a shock improvvisi è stata erosa nel tempo dall’occupazione, dalla mancanza di spazio politico e di strumenti convenzionali di politica economica, come l’acceso a prestiti esterni o un’autonomia monetaria”. Un’azione a livello internazionale per garantire che l’Anp e i palestinesi possano superare la pandemia, afferma l’agenzia Onu, è “urgente”. Anche al di là dell’emergenza sanitaria, alla luce del continuo drenaggio di risorse da parte di Israele e dell’annessione di ampie parti della Cisgiordania, “non c’è alternativa al sostegno dei donatori per garantire la sopravvivenza dell’Anp e la sua capacità di fornire servizi minimi e vitali alla popolazione”. Occorrono prestiti agevolati per le piccole e medie imprese, sussidi salariali e indennità di disoccupazione e la messa in sicurezza del sistema bancario. La comunità internazionale deve mobilitarsi per porre fine alla perdita annuale di centinaia di milioni di dollari di risorse fiscali dei palestinesi. Nel marzo 2019 infatti, il governo di Israele, che già decurtava di un terzo le entrate palestinesi provenienti dall’estero, ha iniziato a “trattenere” 12 milioni di dollari al mese delle entrate palestinesi provenienti dall’estero. Una somma equivalente a quanto l’Anp “versa alle famiglie dei prigionieri palestinesi in Israele e di quelli uccisi in attacchi o presunti tali contro gli israeliani”.

Secondo l’Unctad, Israele dovrebbe assumersi le proprie responsabilità e, così come previsto dal diritto internazionale, abolire le chiusure e le restrizioni imposte alla Striscia di Gaza per consentire l’importazione delle forniture mediche necessarie e il trasferimento di coloro che necessitano di assistenza sanitaria. Nella Striscia affacciata sul Mediterraneo la situazione è ancor più precaria: l’area da 13 anni vive una crisi umanitaria sempre più grave che aveva spinto l’Onu a dichiararne l’invivibilità entro aprile 2020. E gli indicatori economici lo confermano: nel 2019 il Pil pro capite era sceso del 29% rispetto al 2006 e il tasso di disoccupazione era del 43%, con oltre metà della popolazione che viveva al di sotto della soglia di povertà di 4,6 dollari al giorno.
A Gaza manca l’acqua pulita e l’elettricità, non ci sono adeguati impianti di trattamento delle acque reflue, il sistema sanitario è impreparato e la densità della popolazione è tra le più alte al mondo, con oltre due milioni di persone che vivono in 365 chilometri quadrati. Anche in questo caso secondo gli esperti delle Nazioni Unite è indispensabile e urgente “un efficace impegno dei donatori per gestire la situazione”.  “Senza ulteriore sostegno finanziario è molto probabile che i servizi essenziali a Gaza e nel resto dei Territori palestinesi occupati vengano ridotti o sospesi, con gravi conseguenze umanitarie, soprattutto all’indomani della pandemia. La comunità internazionale può svolgere un ruolo chiave garantendo finanziamenti adeguati per assicurare la fornitura di servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, il cibo, l’istruzione e altre forme di aiuti a milioni di rifugiati palestinesi, a Gaza in particolare. Se le tendenze attuali continuano, il danno all’economia palestinese minaccia l’esistenza stessa dell’Anp. Il fatto che pandemie, epidemie e crisi politiche, finanziarie e climatiche possano ripetersi con maggiore frequenza sottolinea l’urgenza di porre fine all’occupazione in modo da consentire al popolo palestinese di resistere a inevitabili emergenze future”. Spetta agli attori internazionali fare pressione sul governo di Israele affinché la “potenza occupante rispetti gli obblighi che le incombono in virtù del diritto internazionale”.

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