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Il “Bando borghi” finisce in città

Il “pasticcio” della lotteria aperta dal ministero della Cultura, che metteva in palio 20 milioni di euro per ogni Regione, a patto di spenderli in un’unica soluzione, si è consumato. Prevale la logica della grande opera, che non tocca in alcun modo le disuguaglianze territoriali

Il Castello di Andora nel Comune ligure di Andora © Wikimedia

Il Castello di Andora “è un castello in rovina su una collinetta isolata della borgata di Castello nel Comune ligure di Andora, in provincia di Savona” spiega Wikipedia. Lo si può vedere a due passi dall’Autostrada A10, la Savona-Ventimiglia. Dista appena tre chilometri dal Mar Ligure e dalla Strada statale 1. Non è certamente un paesino delle aree interne, di quelli che stanno soffrendo da qualche decennio un importante calo demografico a causa della distanza dai centri di erogazione dei servizi essenziali. Eppure la Regione Liguria ha scelto proprio il “Borgo castello di Andora” come progetto  da candidare per la Linea A del “bando borghi”, la lotteria aperta dal ministero della Cultura che mette in palio 20 milioni di euro per ogni Regione, a patto di spenderli in un’unica soluzione, cioè per un unico intervento di “valorizzazione”: 420 milioni di euro, su un totale di un miliardo previsto dal bando.

“Stiamo gestendo una grande operazione di valenza culturale e sociale. Si è parlato per molti anni nel nostro Paese di recupero delle aree interne e dei borghi, ma non ci sono stati grandi interventi finalizzati a concretizzare questo obiettivo” aveva detto il ministro Dario Franceschini il 20 dicembre presentando il bando, articolato in due linee, la A e la B. Grande operazione, grandi interventi: la logica della grande opera era applicata, almeno a parole, al territorio più fragile, quello che senza accesso ai servizi di cittadinanza sta perdendo anno dopo anno abitanti. Non è stato così: il Friuli-Venezia Giulia ha scelto il castello di Gorizia, che è al centro della città (uno dei capoluoghi di provincia della Regione) e ospita numerosi musei, tra cui quello bellissimo dedicato alla Grande Guerra; la Regione Umbria ha scelto Cesi, che fa parte del Comune di Terni (altro capoluogo di provincia). 

Lo avevamo scritto a fine gennaio che la Linea A del “bando borghi” sarebbe stato un pasticcio e ora che si è consumato (il 15 marzo scadevano i termini per la presentazione delle candidature da parte delle Regioni), con buona pace dei territori davvero marginali, vale la pena tornare a scriverne. Del resto il problema (il pasticcio) era a priori, laddove non si individuavano criteri coerenti con l’idea di “borgo”, ma si andavano a definire le funzioni insediabili prendendo a prestito i trend topic di questi due anni di pandemia: spazio quindi alle accademie di arti e dei mestieri della cultura, agli alberghi diffusi, alle residenze d’artista, ma anche a residenze sanitarie assistenziali (Rsa) dove sviluppare programmi a matrice culturale e, immancabili, residenze per famiglie con lavoratori in smart working e nomadi digitali.

In un editoriale pubblicato da La Fonte, nel marzo del 2022, Rossano Pazzagli, docente di Storia del territorio e dell’ambiente all’Università del Molise, esponente della Società dei Territorialisti, già Direttore del Centro di ricerca per le aree interne e gli Appennini, ha scritto: “La maggior parte delle risorse (linea A) sarà attribuita a pochi luoghi, scelti dalle rispettive Regioni, secondo la logica di creare ‘eccellenze’ e lasciare tutto il resto nelle condizioni in cui si trova. Non è creando punti di eccellenza che si attenuano le disuguaglianze. Ci sono tanti piccoli Comuni che avrebbero bisogno di 30 o 40mila euro per tenere aperto un servizio e manutenere una strada, e qui si sceglie la via di dare 20 milioni a uno solo”. 

Solo a metà febbraio la piattaforma Borghi -che riunisce le associazioni Borghi più belli d’Italia, Legambiente, Unione Nazionale Pro Loco d’Italia e Touring Club Italiano- ha chiesto al ministero di ritirare la Linea A del bando, peraltro con poca enfasi sui media. L’unico soggetto che si è fieramente opposto è stata l’Unione nazionale dei comuni, comunità ed enti montani (Uncem), che ancora il 15 marzo ha indirizzato a Dario Franceschini una lettera firmata dal presidente Marco Bussone: “La matrice narrativa, politica, istituzionale, non è corretta. Lo diciamo amareggiati, preoccupati, con la testa bassa. Un miliardo non si spende così”.

L’opposizione di Uncem e di Uncem Piemonte ha portato almeno la Regione Piemonte a rinunciare a promuovere il castello di Stupinigi, residenza Savoia a Nichelino, alle porte di Torino. Alla fine, la scelta è caduta su Elva, il Comune più isolato dell’isolatissima ma ricchissima (in termini culturali ma anche di esperienze legate al turismo sostenibile) Val Maira, in provincia di Cuneo. Elva ha presentato un progetto che prevede la nascita di un’appendice dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e di un Centro Studi di Apicoltura in collaborazione con l’Università di Torino, una scuola di Pastorizia, l’Osservatorio astronomico ‘Lhi trèes sitors’, il ‘Centro Saperi tradizionali delle produzioni alpine’, la Foresteria Alpina, un museo immersivo dedicato ad Hans Clemer e a scrittori elvesi e una scuola per ‘Riabitare le Alpi’ realizzata con il Politecnico di Torino. 

Venti milioni sono tanti. Sarà davvero complesso, vinta la “lotteria”, riuscire a spendere, nei termini del Piano nazionale di ripresa e resilienza (che scade nel 2026). Adesso si apre la fase di valutazione dei progetti da parte di un Comitato tecnico istituito dal ministero della Cultura al quale partecipano un rappresentante delle Regioni, un rappresentante dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci) e un rappresentante delle associazioni partecipanti al Comitato di coordinamento borghi. Lo stesso accadrà anche per i progetti presentati per la Linea B, che mette a disposizione 580 milioni di euro e dovrebbe finanziare 229 progetti. Secondo il ministero della Cultura sono invece ben 1.800 i Comuni sotto i 5mila abitanti che si sono candidati, compiendo uno sforzo immane (hanno avuto in media 60 giorni di tempo per rispondere ad un bando complesso) che per la maggior parte di loro si tradurrà in un insuccesso. Uno sforzo, ultimo elemento di criticità, fatto in molti casi da soli, perché in spregio all’invito ai piccoli Comuni di fondersi o associarsi in Unioni per la gestione dei principali servizi e degli uffici comunali, in questo non era possibile fare gruppo, a meno che la somma degli abitanti residenti non restasse sotto i 5mila.  

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