Interni / Reportage

Viaggio a Ostana, laboratorio per la rinascita della montagna

In 30 anni il paese in provincia di Cuneo ha cambiato il suo destino e resistito all’abbandono. I cittadini hanno aperto nuove strade, è stato ripopolato, ospita realtà culturali nazionali e centri studi. Il turismo responsabile lo ha rafforzato

Tratto da Altreconomia 240 — Settembre 2021
Da piccolo borgo che rischiava di essere abbandonato, Ostana è diventata il teatro di una rinascita sociale e culturale © Marco Carlone

Alla ricerca di un luogo isolato in montagna dove poter vivere di pastorizia, Philippe e la sua famiglia approdano a Chersogno, paesino semi-abbandonato della Val Màira. La giunta comunale vede in questo francese schivo l’occasione per far rivivere il borgo. Si prodiga quindi per accogliere al meglio i nuovi arrivati. Sistema una vecchia casa, riempie le stalle di fieno, convince i locali a concedere a Philippe l’uso dei campi incolti. La famigliola giunge a Chersogno in una notte stellata con il riflesso della luce sui pendii innevati. La popolazione la scorta alla nuova casa con le fiaccole in una processione silenziosa che, per una comunità avviata verso l’estinzione, sa di palingenesi.

Il resto de “Il vento fa il suo giro” è una spirale di conflitti latenti che si agitano sullo sfondo come ombre cinesi, fino al deprimente finale. Quasi tutta girata in occitano e completamente autofinanziata, l’opera prima di Giorgio Diritti esce nel 2005. Nel giro di due anni diventa un fenomeno internazionale, vince 14 premi e viene applaudita ai festival di mezzo mondo.

Chersogno non esiste ma la storia raccontata ne “Il vento fa il suo giro” è vera. È accaduta nei primi anni Novanta a Ostana, Comune della Valle Po arroccato di fronte al Monviso in provincia di Cuneo. Fredo Valla, lo sceneggiatore, era nell’amministrazione che aveva scommesso sulla venuta di Philippe. “Quando la famiglia se ne andò, apparvero manifesti anonimi contro me e il sindaco. La storia segnò in modo profondo la socialità del paese: da una parte, quelli che erano stati a favore, dall’altra, quelli che erano stati contro. Su Ostana calò una cappa che rimase per anni”, ricorda Valla. A tre decenni dai fatti, in paese sembra spirare un altro vento.

Oggi Ostana è un “modello di rinascita della montagna”, finalista a Constructive Alps e Rassegna architetti Arco alpino, due premi ideati per valorizzare esempi di rigenerazione alpina. Se a inizio anni Ottanta gli abitanti erano cinque, ora sono 89 (dati Istat). I nuovi ostanesi sono perlopiù coppie di under 40 con figli, spesso laureati. Nel 2009 il paese è stato inserito nella lista dei borghi più belli d’Italia. È uno dei pochi, tra i circa 300 censiti, amministrati da una donna: Silvia Rovere, trasferitasi con la famiglia alle pendici del Monviso nel 2011 per gestire il rifugio Galaberna. La nascita di suo figlio Pablo nel 2016 è finita sul Washington Post. In paese non nascevano bambini dal 1988.

“Ancora prima dei fantasmi delle case e dei muri, erano i fantasmi delle persone la cosa più presente in questi luoghi” – Antonio De Rossi

Oggi Ostana ospita realtà culturali di livello nazionale, come il centro per lo studio dei fiumi alpini Alpstream e L’Aura scuola di cinema (laurascuoladiostana.it), aperta da Valla e Diritti nel 2012. Nel 2021 il Premio Ostana-Scritture in Lingua Madre, dedicato alla tutela delle lingue minoritarie, è giunto alla tredicesima edizione. Dal 2008 ha portato in Valle Po rappresentanti di minoranze linguistiche di tutto il mondo come sami, ciuvasci, yoruba. E due anni fa lo svizzero Tobias Luthe ha fondato il Monviso Institute dove si studiano “transizioni sostenibili e design rigenerativi per una società più giusta e più resiliente”.

Antonio De Rossi, professore di Progettazione architettonica presso il Politecnico di Torino e curatore di antologie come “Riabitare l’Italia” (Donzelli Editore, 2018) e “Metromontagna” (Donzelli Editore, 2021), è uno dei protagonisti della rigenerazione di Ostana. “Come tutti i luoghi della montagna piemontese, qui era passato un vento di disgregazione, di dissoluzione, qualcosa come un’implosione dall’interno”, esordisce De Rossi. “Ancora prima dei fantasmi delle case e dei muri, erano i fantasmi delle persone la cosa più presente in questi luoghi”. Il “mondo dei vinti” narrato da Nuto Revelli negli anni Settanta: la provincia montana risucchiata dal fondovalle, abbacinata dai miraggi della modernità (benessere, opportunità, servizi).

Ma negli anni Ottanta Ostana imbocca un’altra via, soprattutto per la tenacia di un gruppo di abitanti emigrati in pianura ma decisi a far rivivere il paese. Il passaggio cruciale avviene nel 1985 quando la nuova giunta decide che non si potranno più costruire edifici ex novo, solo ristrutturare quelli già esistenti. Una scelta pionieristica che preserva il paesaggio architettonico, impedendo che Ostana diventi una riserva di seconde case. Nella prima fase si punta molto sulla promozione della cultura e della tradizione locale, lanciando azioni per valorizzare la memoria e il patrimonio storico, occitano in primis. Il nucleo che guida la stagione proviene infatti dall’esperienza del movimentismo occitanista. La rete di relazioni con contesti (politici, accademici, culturali) portata in dote si rivelerà decisiva per tenere Ostana connessa con l’esterno, soprattutto con la più dinamica realtà torinese.

Fredo Valla, sceneggiatore del film “Il vento fa il suo giro”, ha fatto parte dell’amministrazione del Comune di Ostana nei primi anni Novanta © Marco Carlone

Dal 2004 la prima fase “tradizionalista” si evolve in un’azione più consapevole. L’amministrazione si adopera per vincere bandi e convogliare risorse sul territorio, nel solco della scelta distintiva compiuta vent’anni prima per tutelare il paesaggio antropico. È proprio da questa alterità che nel 2007 nasce il coinvolgimento del Politecnico di Torino. È allora che si scommette sulla “costruzione di una nuova abitabilità tramite l’infrastrutturazione di servizi”, spiega De Rossi.

A Ostana contenitore e contenuto si sviluppano in simbiosi. Gli interventi sono concepiti per ospitare subito nuovi servizi negli edifici recuperati nella convinzione che “l’efficienza della produzione dei servizi di base deve essere valutata in termini sociali e non strettamente economici”, come scritto nella Strategia nazionale aree interne.

Si parte dalla costruzione di un centro benessere in pietra, autosufficiente sul piano energetico. Poi si riplasma l’ingresso del capoluogo, il Porto Ousitano, dove si realizzano una piccola piazza, un edificio per manifestazioni al coperto, un infopoint e una palestra di roccia. Segue la costruzione di spazi pensati per richiamare giovani imprenditori dalla pianura: un panificio, un caseificio, laboratori per attività artigianali. L’intervento più ambizioso è però il recupero integrale della borgata Miribrart dove nel 2015 si inaugura il centro culturale Lou Pourtoun. Lo spazio, il simbolo della nuova Ostana, ospita esposizioni artistiche, workshop universitari, convegni, una scuola di politica. Nel 2018 viene selezionato per la Biennale di architettura di Venezia.

“Ostana è un laboratorio. Sta provando a costruire un modello di sviluppo per la montagna diverso”, spiega Rovere. Secondo la sindaca-rifugista, la rigenerazione si fonda sulla riattualizzazione della figura del montanaro: “Un tempo arrangiarsi voleva dire sapersi occupare degli animali, dell’agricoltura, di un muro a secco. Il montanaro del 2021 deve invece occuparsi di promozione turistica, impresa e accoglienza sul territorio”.

Il fulcro della seconda vita di Ostana ruota, infatti, attorno al turismo con le inevitabili contraddizioni che ciò comporta. Avendo passato indenne l’ondata di turistificazione sregolata degli anni Ottanta e Novanta, il paese si è però scoperto ben attrezzato per proporre forme di turismo dolce, responsabile ed esperienziale fondate sul rispetto dell’ambiente -naturale e antropico-, che oggi incarnano il nuovo paradigma.

Lo scorso 3 giugno è stato presentato il Tavolo tecnico-scientifico nazionale per la montagna, coordinato dal ministero per gli Affari regionali e le autonomie. Sarà incaricato di investire i circa 800 milioni di euro stanziati nel contesto del Piano nazionale di ripresa e resilienza in progetti che contrastino lo spopolamento delle aree interne. Tre le sfide principali, oltre alla semplificazione normativo-fiscale, il rafforzamento delle infrastrutture e la creazione di opportunità di lavoro per i giovani. Ovvero quello che a Ostana si persegue fin dal 2004.

Per ora questa storia di reinsediamento resta un’eccezione. Secondo l’ultimo report Istat, uscito a dicembre 2020, anche se circa un sesto degli italiani ancora vive in “piccoli Comuni” (meno di cinquemila abitanti), tra 2011 e 2019 la popolazione residente è diminuita nell’80,1% di questi territori. In otto anni, tra decessi e trasferimenti, i piccoli Comuni hanno perso 384.403 persone: il 3,8% della propria popolazione (la media nazionale è +0,3%). Per i fautori del ripopolamento della montagna, Ostana è quindi divenuta un manifesto. “Per certi versi unica e non ripetibile, la storia di Ostana dimostra una grande cosa: anche un paese praticamente morto può rinascere”, chiosa De Rossi.

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