Altre Economie / Reportage

Cereali, farine, pane e comunità disegnano il futuro della Valmarecchia

Da “Valmarecchia Bionatura” di Pennabilli a “Fer-Menti Leontine” di San Leo, in provincia di Rimini: le pratiche di chi rimette al centro il recupero dei territori, valorizzandone le produzioni e le relazioni tra gli abitanti dei borghi

Tratto da Altreconomia 222 — Gennaio 2020
Marta Ciucci e Samuele Nucci della cooperativa di comunità Fer-Menti Leontine di San Leo. Il primo obiettivo della coop. è quello di riaprire il forno del borgo, chiuso dopo 60 anni di attività - © Luca Martinelli

Bruno Rossi ha quasi 80 anni e, dopo aver lavorato alla progettazione di macchine industriali, al momento della pensione è tornato al podere ereditato dal nonno. L’azienda agricola Pian di Cerbara, a Ponte Messa, una frazione del comune di Pennabilli (Rimini) in Alta Valmarecchia, ha una superficie di 70 ettari. La proprietà guarda dall’alto il fiume Marecchia ed è vocata alla cerealicoltura. “Ho ereditato la terra insieme a mio fratello e a mio cugino. Prima la proprietà era affidata in gestione a terzi, che la coltivavano in regime di agricoltura biologica”, racconta Rossi. Dall’aprile del 2018 è uno dei sei soci fondatori della cooperativa agricola Valmarecchia Bionatura, che è nata per valorizzare il territorio producendo farine di grani dei primi del Novecento, commercializzati con il marchio “Terre Biologiche Valmarecchia” (facebook.com/FarineGraniAntichi).

È una scommessa: in questo territorio tra la Romagna e le Marche, che tra il 1982 e il 2010 ha perso il 40 per cento della superficie agricola utilizzata (SAU), un gruppo di contadini decide di fare rete e investe per costruire il proprio mulino, e arrivare a controllare così tutta la filiera, dal seme alla farina. Della progettazione dell’impianto si è occupato Nicola Corazza, altro socio della cooperativa e (oggi) mugnaio per scelta: nato nel 1978, ha lasciato la Valmarecchia a otto anni (“I miei mi hanno portato a Rimini, a quell’età non puoi scegliere” racconta), continuando ogni estate a tornare dai nonni a Soanne, una frazione di Pennabilli a quasi 700 metri sul livello del mare. “Ci passavo tre mesi. E uscivo a mungere, lavoravo nei campi. Questo territorio era la mia passione”. La vita l’ha però portato altrove: “Mi sono laureato in Ingegneria gestionale alla LIUC di Castellanza (VA), poi ho continuato a lavorare fuori. A 34 anni ero già ‘quadro’, ma questo m’imponeva uno stile di vita in cui non mi riconoscevo”.

Nicola Corazza, socio della cooperativa Valmarecchia Bionatura, nata per valorizzare il territorio producendo farine di grani dei primi del Novecento – © Luca Martinelli

Cambiare vita, però, non significa solo tornare a una decina di ettari di terra ereditati a Soanne per coltivare cereali e uno zafferano di altissima qualità. Quello che cerca Corazza non è una testimonianza, una storia eroica. Mette al centro il territorio: “Abbiamo fatto tante riunioni, chiamando a raccolta gli agricoltori biologici del territorio. Quando abbiamo deciso di passare alla fase operativa, fondando la cooperativa, siamo rimasti in sei”. Il mulino è stato realizzato all’interno di un capannone, nella proprietà di Bruno Rossi. Un edificio recuperato, una ex stalla che era arrivata ad ospitare fino ad 800 pecore. “La macina è a pietra, ma l’impianto è moderno. Il grano passa attraverso le fasi di vagliatura, decorticazione, bagnatura e macina attraverso un sistema di pompe pneumatiche. Mi sporco di farina solo al momento dell’insacchettamento”, racconta Corazza. La linea produttiva dell’impianto può arrivare a macinare tra i mille e i 3mila quintali di cereali all’anno. “Nel 2018 abbiamo raccolto 400 quintali, che sono diventati 800 nel 2019”, racconta Corazza. Con il mulino di proprietà s’è allargato anche il catalogo delle farine a disposizione. Alla tipo 1 ottenuta da Rieti, Mentana e Verna, si sono aggiunte anche una tipo 2 (semi-integrale) e quella integrale, e sono nati il Miscuglio di montagna (con grano Bologna, Ardito e Gentilrosso), la farina di farro e anche alcuni trasformati, come due formati di pasta di Saragolla, l’unico grano duro coltivato. “La superficie aziendale delle realtà associate alla cooperativa arriva a circa 300 ettari, tra Pennabilli e Novafeltria. Nell’ultimo anno abbiamo deciso di differenziare la produzione introducendo anche alcuni legumi, come ceci e lenticchie, orzo e miglio”, racconta Corazza.

“Abbiamo fatto una scelta: non entreremo nella grande distribuzione. Preferiamo quella piccola, il commercio locale, chi lavora sulla qualità” – Nicola Corazza

I principali clienti di Valmarecchia Bionatura sono botteghe, fornai, gastronomie e ristoranti lungo tutta la valle del fiume Marecchia, fino a Sant’Arcangelo di Romagna, a Rimini, e giù sulla costa fino a Riccione e Misano Adriatico. “Facciamo le consegne di persona. Questo ci dà l’opportunità di parlare con i nostri rivenditori, ma anche con i consumatori finali, con chi acquista le farine e le usa in casa, per fare il pane o la pasta fresca. Abbiamo fatto una scelta: non entreremo nella grande distribuzione. Preferiamo quella piccola, il commercio locale, chi lavora sulla qualità”. Alla visibilità del marchio contribuiscono anche agriturismi ed esercizi che scelgono le farine dell’Alta Valmarecchia. Ad esempio “I Muretti” (imuretti.it) di Montescudo-Monte Colombo (RN), o la piadineria con cucina “Nud e Crud” (nudecrud.it) che usa le farine per gli strozzapreti, “e ha messo il nostro nome sulle tovagliette”, racconta Corazza.

Un’altra partnership importante è quella con il forno della comunità di San Patrignano (foodsanpatrignano.com), che si trova a Coriano, sempre in provincia di Rimini. Le farine di Valmarecchia Bionatura sono trasformate in piadine e grissini, che vengono commercializzate da CoopAlleanza 3.0 nei 12 punti vendita del riminese e in altri 23 negozi Coop in tutta l’Emilia-Romagna.

A venti chilometri da Pennabilli c’è San Leo: il centro storico, uno dei borghi più belli d’Italia a quasi 600 metri sul livello del mare, è costruito su un enorme masso roccioso invalicabile. C’è solo una porta d’ingresso, alla quale si sale dalla valle del Marecchia lungo una strada tagliata nella roccia. Quassù sono passati Dante e San Francesco. La maggioranza dei quasi 3mila abitanti vive però dieci chilometri di curve più in basso, nella frazione di Pietracuta, lungo la strada provinciale 358, la Marecchiese. “I residenti del borgo sono appena un centinaio: stava venendo meno il senso di comunità”, raccontano Marta Ciucci e Samuele Nucci.

Lei ha trent’anni, è architetto, ed è tornata in Valmarecchia dopo aver studiato e vissuto a Cesena (FC). Lui ne ha ventiquattro, lavora in ambito web e da alcuni anni ha creato e gestisce il portale “Guida San Leo” (guidasanleo.it), una guida digitale del paese. Entrambi fanno parte del direttivo della cooperativa di comunità Fer-Menti Leontine (facebook.com/fermentileontine), che è nata il primo agosto del 2019, giorno di San Leone, al termine di un percorso partecipato. “Hanno aderito alla cooperativa una cinquantina di persone”, spiega Nucci. I soci hanno pagato una quota d’ingresso di 100 euro, una forma di autofinanziamento per Fer-Menti Leontine. “Il Comune di San Leo ci ha messo a disposizione una sede, che abbiamo ripulito e reso abitabile con il lavoro volontario”, racconta Ciucci. Anche il logo della cooperativa è frutto del volontariato, creato dal professionista milanese Gianfranco Stefanelli (“È sposato con una ragazza originaria di San Leo”) su disegno dell’ultimo ceramista del borgo. Partecipazione chiama coinvolgimento: di fronte alla sede c’è il negozio di un antiquario che ha prestato un bel tavolo in legno. Divano e poltrone, invece, sono stati donati da altri cittadini. “Ci siamo dati un primo obiettivo, che è quello di riaprire il forno di San Leo: dopo oltre sessant’anni di attività, il negozio ha chiuso nell’autunno del 2018, mentre noi iniziavamo a lavorare per costituire la cooperativa di comunità”, un percorso supportato da Confcooperative.

Il forno, chiudendo, ha lasciato senza pane i ristoranti del centro storico, ben sette, che in estate accolgono i turisti che si arrampicano fino a San Leo per visitare il Forte, uno dei monumenti della famiglia dei Montefeltro. “Era uno dei simboli del centro storico”, dice Nucci. “A San Leo si veniva da Rimini, la domenica, per acquistare il ‘pane toscano’, forme da 650 grammi”, racconta Ciucci. E mentre il vecchio fornaio rinfresca ancora la sua pasta madre, lei -come professionista- segue l’iter per l’adeguamento del laboratorio per arrivare al più presto a riaprire il negozio.

La cooperativa -presieduta da Marco Angeloni, anche lui poco più che trentenne- guarda già oltre, verso un prossimo obiettivo. È ambizioso: tornare ad aprire le finestre chiuse delle seconde case di San Leo. “Questo è un borgo che può vivere, immerso in un territorio ricchissimo che è il Montefeltro. Non è funzionale il turismo mordi-e-fuggi. Puntiamo a persone che si fermino”, racconta Marta Ciucci, che nell’estate del 2019 ha sperimentato la gestione di una piccola casa-vacanze.


in dettaglio

“L’ITALIA È BELLA DENTRO”. IL RACCONTO DEI RITORNI NELLE AREE INTERNE

L’Italia lontana dalle grandi città, la montagna e la collina, le “aree interne” non è (più) il “mondo dei vinti”, quell’Italia contadina travolta dalla modernità raccontata dallo scrittore Nuto Revelli. Quarant’anni dopo, l’illusione di uno sviluppo solo necessariamente urbano lascia il posto a una realtà meno monolitica: più di un quinto della popolazione del Paese, oltre 12 milioni di persone, continua infatti a vivere tenace nelle “aree interne”, dentro l’Italia. Zone cosiddette marginali ma che, al contrario, rappresentano spesso spazi di innovazione. Chi sceglie di “restare”, o di “tornare”, dev’essere però messo nella condizione di costruire il proprio futuro. Questo libro racconta come restituire valore e vita a territori e comunità, attraverso le storie di nuovi e vecchi abitanti e della cornice offerta dalla Strategia Nazionale Aree Interne e da altri interventi. Lo sviluppo locale e i servizi necessari infatti si possono disegnare solo ascoltando i territori. “Voglio che parlino gli emarginati di sempre, i ‘sordomuti’, […] come parlerebbero in una democrazia vera. È il mondo dei vinti che mi apre alla speranza, che mi carica di una rabbia giovane, che mi spinge a lottare contro la società sbagliata di oggi”, scriveva Revelli.

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