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I vent’anni della “Bossi-Fini”, l’ipocrisia fatta legge sull’immigrazione

La legge del 2002 ha peggiorato il già insufficiente Testo unico del 1998, criminalizzando gli stranieri. Dal legame tra permesso di soggiorno e durata del contratto di lavoro al simulacro dell’incontro tra domanda e offerta. Migliaia di persone condannate a precarietà e “irregolarità”. Dove è urgente intervenire

© John Salvino, unsplash

La legge 189 del 30 luglio 2002, meglio conosciuta come “Bossi-Fini”, compie vent’anni. “Si è trattato di un provvedimento tutt’altro che organico in materia di immigrazione o di asilo -spiega l’avvocato Livio Neri, socio dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione-, che è andato a riformare in peggio il già insufficiente Testo unico del 1998, la cosiddetta legge ‘Turco-Napolitano’, e a identificare l’immigrazione come un ‘problema’ di ordine pubblico”. Scorie di criminalizzazione che inquinano passato e presente: si vedano il “pacchetto sicurezza” di Roberto Maroni al Viminale nel 2009 o il decreto “Minniti-Orlando” del 2017.

Prima di occuparsi degli ostacoli posti nel 2002 ai canali di ingresso regolari o della “bolla dell’asilo”, Neri parte però dal filone della “Bossi-Fini” che definisce più “strettamente repressivo”. “Penso all’allungamento dei termini di detenzione amministrativa degli stranieri nei centri per il rimpatrio, prima chiamati Cpt, poi Cie e oggi Cpr, o all’introduzione del reato di inottemperanza all’ordine di espulsione del questore. Un reato che proprio nel 2002 si decise di punire da sei mesi a un anno e che la Corte di giustizia dell’Unione europea ha dichiarato nel tempo incompatibile con il diritto dell’Ue”.

Nel 2002, continua Neri, si è fatta norma anche l’idea che dovesse essere il governo in sostanza a “decidere a sua discrezione se emettere decreti flussi annuali e, quindi, far entrare o meno lavoratori stranieri”. E la decisione fu -a colpi di propaganda e presunta “faccia feroce”- di “chiudere” qualsiasi canale di ingresso regolare in Italia se non attraverso il simulacro dell’incontro tra domanda (un imprenditore italiano) e sconosciuta offerta (un lavoratore mai incontrato di persona che risiede all’estero). Il che portò a cancellare quel che timidamente il Testo unico del 1998 aveva previsto sotto forma di residuale possibilità di ingresso per ricerca di lavoro dietro sponsorizzazione.
Con la “Bossi-Fini” si pensò di non riconoscere più quel che accadeva nella realtà, e cioè che le catene migratorie funzionano tramite reti sociali, familiari, amicali.

Neri non ama lo slogan “abroghiamo la Bossi-Fini”. “Non ha un significato tecnico credibile -dice-: come dicevo prima è un peggioramento di scelte già sbagliate, occorre superare i punti critici, uscendo dalla stretta connessione tra soggiorno e lavoro, riabilitando quell’intuizione intelligente della sponsorizzazione, sanando l’irregolarità che è stata prodotta in questi anni non con provvedimenti di emersione spot, che sono totalmente zoppi, ma con meccanismi che portino le persone integrate nel tessuto sociale alla ‘luce'”.

A oggi invece uno strumento di regolarizzazione “mascherata” è rappresentato dai “decreti flussi” emanati dal governo per -in teoria- stabilire quote predeterminate di lavoratori stranieri in ingresso. “Questa ipocrisia dura da vent’anni -riflette Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà di Trieste-. Si tratta infatti di persone che sono già in Italia, che lavorano in nero e che aspettano questo meccanismo per fingere di non essere nel nostro Paese. E quando arriva la ‘quota’ gli interessati tornano a casa, prendono il visto e ripartono per il presunto primo ingresso. Una finzione, comunque insufficiente, che si è affiancata negli anni alle ‘sanatorie’ basate unicamente sulla volontà del datore di lavoro, senza prevedere margini di azione del lavoratore, che si trova alla sua mercé”.

Per Schiavone è quindi urgente riformare il Testo unico sia rispetto alle procedure di ingresso sia per quanto riguarda i requisiti in materia di soggiorno. “Un sistema rigido che impone, salvo eccezioni, di dover dimostrare una capacità reddituale per essere in regola. Regolarità che se viene persa non si potrà più riconquistare”.

Anche secondo Nazzarena Zorzella, avvocata di Bologna e socia Asgi, la “riforma necessaria” della “Bossi-Fini” passa per il superamento dello stretto legame tra permesso di soggiorno e durata del contratto di lavoro. “In un mercato del lavoro sempre più precario come quello italiano il diritto alla stabilità del soggiorno è stato messo in crisi e questo ha determinato anche l’esplosione dell’irragionevolezza dei procedimenti amministrativi per i rinnovi dei permessi: più hanno durata breve, maggiore è il lavoro delle questure”.

È poi urgente “superare la bolla dell’asilo”, per citare Zorzella. “Negli ultimi vent’anni e oltre le persone straniere in Italia non hanno avuto il diritto di scegliere in quale percorso amministrativo e giuridico immettersi per il diritto di soggiorno e di residenza in Italia -continua l’avvocata-. Aver negato l’esistenza di visti per ricerca di lavoro con un tempo ragionevole, ad esempio un anno, ha costretto tante persone non solo ad affidarsi ai trafficanti ma anche a entrare nel sistema della protezione internazionale”.

Un concetto da spiegare bene per evitare strumentalizzazioni. “Non voglio dire che le persone non ne avessero o non abbiano anche oggi i motivi per chiedere e ottenere asilo, ma è doveroso rivendicare il diritto per la persona straniera di poter scegliere. È indubbio che la stragrande maggioranza delle persone che migrano abbia diritto a una protezione, anche se magari fugge dalla povertà, tenuto conto che le Nazioni Unite considerano un diritto umano fondamentale l’uscita da quella condizione. Ma quel percorso può essere ‘esercitato’ anche con la lente del visto per ricerca di lavoro. Lo dico perché questa seconda strada comporta che la persona non debba tagliare i ponti con il proprio Paese di appartenenza. Cosa che invece avviene quando si chiede asilo dal proprio Paese d’origine. La violenza che noi stessi imponiamo alle persone anche all’interno del sistema protezione internazionale di tagliare i ponti con il proprio Paese è qualcosa che nessuno di noi accetterebbe mai. È una questione di riconoscere alla persona migrante la libertà di scelta”.

L’ultimo punto che solleva Zorzella tocca direttamente la “competenza” sul diritto degli stranieri. “A 90 anni dall’introduzione del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza che assegnava alle autorità di Pubblica sicurezza il controllo degli stranieri è anacronistico, oggi, conservare in capo alle questure la competenza al rilascio dei permessi di soggiorno”. La materia andrebbe passata ai Comuni. “Non è una questione ideologica -spiega Zorzella- ma è per un fatto molto semplice: il Testo unico sull’immigrazione e il suo regolamento indicano già le norme per ottenere un permesso di soggiorno, limitando la discrezionalità che viene data alle autorità. È un procedimento amministrativo, come l’iscrizione anagrafica o altri di pertinenza dell’ente locale, cioè dell’istituzione che è prossima alla comunità e alla persona che abita quel territorio”. Tutte battaglie che per Nazzarena Zorzella “dovremmo riprendere”.

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