Diritti / Opinioni

Così le leggi alimentano la rabbia delle seconde generazioni

Dai permessi di soggiorno alla cittadinanza, fino ai mancati piani di integrazione: le norme chiudono gli orizzonti ai giovani stranieri. La rubrica di Gianfranco Schiavone

Tratto da Altreconomia 250 — Luglio/Agosto 2022
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Di giovani immigrati di seconda generazione si è tornati purtroppo a parlare sulle pagine dei giornali a seguito degli episodi di violenza nelle periferie di Torino, Milano e di molte altre città. Non intendo proporre qui improvvisate analisi sociologiche che non mi spettano, bensì richiamare l’attenzione su alcune questioni giuridiche che vanno considerate nell’analisi di un fenomeno così complesso che inquadri il disagio sociale dei giovani immigrati all’interno di un’analisi complessiva di una società, quella in cui viviamo, che ha rubato a tutti i suoi giovani la prospettiva del futuro. Ciò premesso mi sembra indubbio che la vigente normativa sull’immigrazione insieme alla normativa sulla cittadinanza siano leggi aventi una natura di fondo criminogena in quanto favoriscono e alimentano il sorgere di comportamenti a-sociali e violenti tra la popolazione straniera, specie giovanile, per molte ragioni. 

La prima è una straordinaria rigidità nel fissare le condizioni e i requisiti per rilascio e rinnovo dei permessi di soggiorno: di conseguenza la regolarità si può perdere in qualunque momento per una pletora di ragioni, anche di minimo rilievo. La seconda ragione è un’analoga rigidità nel conseguimento dei requisiti per l’ottenimento del permesso permanente di soggiorno (il permesso Ue per soggiornanti di lungo periodo): questo fa di molti stranieri che pur vivono in Italia da molti anni (e talvolta da decenni) persone perennemente precarizzate. La pure positiva introduzione, a fine 2020, dell’istituto giuridico della protezione speciale ha solo parzialmente lenito tali rigidità.

Terza e ultima ragione la quasi totale assenza, da trent’anni, di canali di ingresso regolare per lavoro, che ha condannato milioni di persone a una vita da irregolari, socialmente marginalizzati e inseriti nel mercato del lavoro nero e dello sfruttamento quale unica condizione di sopravvivenza.

Quasi ogni giovane straniero, quando non è accaduto a egli stesso, è figlio di genitori che sono stati irregolari per periodi più o meno lunghi della loro vita in Italia. Anche quando madri e padri cercano di celarle ai figli, le storie di queste persone umiliate e sfruttate rimangono parte della storia della famiglia. Si unisca tutto ciò ad una legge sulla cittadinanza (ne abbiamo parlato su Ae 242) talmente chiusa che per uno straniero è possibile passare gran parte della propria vita nel nostro Paese senza divenirne cittadino. Persino una proposta di legge (il cosiddetto “ius scholae”) che mira al modesto obiettivo di includere, alla maggiore età, coloro che sono stati bambini che hanno concluso il loro ciclo di studi in Italia, viene avversata da molti con triviale violenza. 

A questo quadro va accostata un’ulteriore macroscopica questione: la mancanza di un programma nazionale di sostegno all’integrazione sociale degli stranieri. In questo caso il cuore del problema è più politico che giuridico, anche se ha il suo peso il fatto che la norma (l’articolo 42 del Testo unico sull’immigrazione) risulti piena di nobili intenti ma dal contenuto assai vago e lasci assoluta discrezionalità di agire o meno all’esecutivo di turno. 

Nel 2010 venne varato dal Governo Berlusconi, con la presunzione di abbracciare addirittura un decennio, il “Piano integrazione nella sicurezza. Identità e incontro”, un autentico zibaldone di esternazioni ideologiche che ha lasciato il nulla dietro di sé. È stato il primo e unico piano di integrazione fatto dall’Italia. Nel 2022, nonostante l’avvio di diversi lavori preparatori, ancora manca un nuovo Piano nazionale sull’integrazione sociale che si orienti su altre visioni e non sia solo un libro di buoni propositi. Mentre la politica è cieca a queste urgenze il messaggio generale che arriva diretto e forte ai giovani stranieri, nati in Italia e non, è ben chiaro: siete altro da noi, siete solo sgraditi candidati inseriti in una sorta di prova perpetua e tollerati perché manodopera a basso costo. In una società a bassissima mobilità sociale anche per i giovani italiani, gli omologhi stranieri percepiscono con bruciante evidenza che il loro orizzonte è ancor più chiuso. Usiamo il poco tempo che ci rimane prima che irrompano ben più estesi conflitti sociali rispetto a quelli che stiamo iniziando a vedere per cambiare radicalmente rotta.

Gianfranco Schiavone è studioso di migrazioni. Già componente del direttivo dell’Asgi, è presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste

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