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Diritti / Opinioni

La difficoltà di accedere legalmente in Italia alimenta il traffico di esseri umani e il lavoro nero

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Una (nuova) normativa equa e ragionevole tutelerebbe i migranti e la società che li accoglie. La rubrica di Gianfranco Schiavone

Tratto da Altreconomia 243 — Dicembre 2021

La rubrica di questo mese di dicembre vuole essere innanzitutto un auspicio che nel 2022 si diffonda la consapevolezza di dover con urgenza rimediare alla dinamica che più produce distorsioni gravi nella gestione delle migrazioni nel nostro Paese. Va modificata la radicale mancanza di procedure che consentano un ingresso regolare in Italia per chi è alla ricerca di lavoro e possiede ovviamente alcuni requisiti dimostrabili che rendono tale ricerca fondata su aspettative ragionevoli.

Oggi, a causa dell’assenza di una norma che consenta di rilasciare visti di ingresso per ricerca di lavoro, è impossibile per un cittadino straniero entrare in Italia, anche in presenza di adeguate garanzie, per inserirsi in un mercato del lavoro nel quale sa già, a ragione, di poter accedere in tempi brevi -perché, ad esempio, chi lo vuole assumere è un parente o perché il settore di impiego nel quale vuole inserirsi richiede manodopera. L’unico canale di accesso regolare rimane il logoro decreto flussi dalle quote sempre più piccole; un meccanismo contorto che ha sempre fallito perché basato sull’idea del tutto bizzarra di un incontro a distanza tra domanda ed offerta di lavoro.

L’ottusa rigidità dell’impostazione normativa vigente che nega la possibilità di ingresso per ricerca lavoro non ha l’effetto di limitare gli ingressi bensì di produrre due gravissime conseguenze: la prima è che le organizzazioni di trafficanti di persone sono le uniche agenzie di viaggio cui possono affidarsi i migranti nella totale assenza di altri canali; al netto della retorica dei discorsi ufficiali sulla impavida lotta che conduciamo contro il traffico di esseri umani, la realtà è che noi lo alimentiamo tutti i giorni essendone, oggettivamente, i principali alleati.

La seconda è che, al di fuori delle periodiche e fallimentari regolarizzazioni generali, nessuna norma preveda la possibilità di regolarizzare, caso per caso, i rapporti di lavoro che comunque si sono instaurati in nero. Il lavoro in nero, i cui confini con lo sfruttamento, anche grave, sono molto labili, diventa dunque non una deviazione dalla legalità, frequente ma che si può combattere, ma una gigantesca realtà strutturale, di fatto immodificabile, così che poco o nulla possono fare le inchieste contro lo sfruttamento e il caporalato.

30.850 Il numero di visti di ingresso per motivi di lavoro autonomo, lavoro subordinato stagionale, e non, previsti dal “decreto flussi” 2020.

C’è invero una terza conseguenza, meno grave, ma comunque rilevante, ovvero lo stravolgimento del sistema di asilo: il migrante che con approccio razionale cerca il miglioramento delle sue condizioni di vita e che per primo vorrebbe non giocare a fare il rifugiato, non può che aggirare gli ostacoli che con cieca tenacia noi poniamo sulla sua strada divenendo richiedente asilo. Poca importanza che il permesso di soggiorno per richiesta asilo non sarà poi convertibile in lavoro a seguito di diniego della domanda di protezione: intanto gli anni decorrono, la persona si inserisce nel lavoro e nella società e il resto si vedrà. Due parole merita infine la sicurezza: se istituiamo il meccanismo di ingresso per ricerca di lavoro, come facciamo a controllare il mercato dei falsi inviti, delle false assunzioni, delle false garanzie per venire in Italia?

La prima risposta a questo come ad altri giusti quesiti sta nel comprendere che nessuna norma che voglia regolare tumultuosi cambiamenti storici, come sono quelli legati alle migrazioni, funziona come una formula matematica; la norma da adottare non è quella perfetta, che non esiste, bensì quella che non ostacola aspettative legittime, genera processi positivi e produce meno rischi possibili. Sarà dunque più facile individuare ed espellere, se necessario, la persona arrivata con il trafficante e che rimarrà sempre senza identità o lo straniero che abbiamo fatto entrare, identificato fin dalla partenza e della cui rete già tutto sappiamo? Che ogni lettore dia la sua risposta.

Gianfranco Schiavone è studioso di migrazioni. Già componente del direttivo dell’Asgi, è presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste

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