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Terra e cibo / Attualità

I trattori in strada raccontano la fine di un modello agricolo

La crisi dei prezzi è la crisi di un sistema produttivo che non valorizza filiere e non è certo alla ricerca della sostenibilità. La sovranità alimentare concepita dal ministro Lollobrigida non rispetta e non tutela acqua e suolo. Dal coordinamento europeo di Via Campesina la richiesta di una rilettura nella chiave della “transizione ecologica”

Un tentativo di blocco al casello austradale di Melegnano (MI) a fine gennaio © Maurizio Maule / Fotogramma

Per un ministro che ha fatto della sovranità alimentare la propria bandiera, come Francesco Lollobrigida, è senz’altro complesso accettare le proteste degli agricoltori e degli allevatori che anche in Italia bloccano da qualche giorno strade e caselli autostradali. Non c’è voluto molto, quindi, affinché il titolare dell’Agricoltura nel Governo Meloni decidesse di incontrare il cosiddetto “movimento dei trattori”, cosa avvenuta il 31 gennaio davanti alla Fieragricola di Verona.

Il giorno prima, di fronte alle proteste che nella Tuscia avevano portato a bruciare una bandiera di Coldiretti, tra le associazioni di categoria senz’altro la più vicina all’esecutivo, Lollobrigida ne aveva preso le difese, sostenendo che la mobilitazione non dovrebbe mettere agricoltori contro agricoltori, posto che secondo lui “gli agricoltori sono i primi ambientalisti del territorio”, come ha detto entrando alla Fieragricola. La visione del ministro è quella neo-bucolica, secondo cui a protestare “sono quelli che proteggono quello che hanno di più prezioso, la terra che gli ha dato il pane, e deve tornare a darglielo arricchendo loro e le loro famiglie, e in questo anche la nostra nazione, e difendendo il nostro valore di riferimento che è la qualità”. E ancora: “L’agricoltore nell’ambiente e nella terra ha il suo patrimonio principale, ha quello che gli garantisce il reddito. Pensare che lo distrugga con le sue attività è una cosa che non ha logica”.

Eppure lo fa, come dimostrano le analisi sul degrado del suolo condotte in Italia dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, guardando alle azioni che riducono la capacità in termini di produttività di un “tappeto magico” che non è minacciato solo dall’impermeabilizzazione ma anche da un modello agricolo non sostenibile, che rilascia nel suolo stesso e da lì nell’acqua di falda e in quella superficiale pesticidi di cui si ritrovano concentrazioni superiori ai limiti di legge. È il caso, ad esempio, degli erbicidi glifosate e del suo metabolita Ampa, del metolaclor e del metabolita metolaclor-esa, di imazamox, esaclorobenzene e nicosulfuron, o tra i fungicidi di azossistrobina, dimetomorf, carbendazim e metalaxil, come evidenza l’ultimo Rapporto nazionale sui pesticidi nelle acqua di Ispra (edizione 2022).

La realtà, anche leggendo le cronache sui quotidiani in questi giorni, è che chi protesta sta inconsapevolmente denunciando il fallimento di un modello agricolo che è in realtà agro-industriale, un sistema che non regge, basato su produzioni intensive senza alcun controllo della filiera e dei prezzi, in balia della grande distribuzione (nel caso di prodotti destinati al consumo umano) o dell’industria mangimistica, per quei prodotti come il mais che ormai non vengono più prodotti per l’uomo, ma per diventare il cibo insostenibile del nostro cibo, cercando quindi di massimizzare la resa per ettaro   anche a discapito della qualità ambientale del lavoro agricolo e pur a fronte di situazioni contingenti come la scarsità idrica che riguardano in particolare l’area della Pianura Padana e renderebbero opportuno modificare il tipo di colture, come ricordato anche dal segretario generale dell’Autorità distrettuale del Po, Alessandro Bratti.

Ecco perché raccontando la protesta dei trattori avrebbe senso amplificare la voce di quelle realtà che lottano per una nuova agricoltura, come i francesi di Confédération paysanne che chiedono ad esempio “l’introduzione di prezzi garantiti per i nostri prodotti agricoli, la definizione di prezzi minimi d’ingresso nel territorio nazionale, il sostegno economico alla transizione agro-ecologica commisurato alle problematiche in gioco, la priorità alla creazione e non all’ampliamento delle aziende agricole, il blocco dell’artificializzazione dei terreni agricoli”, o Via Campesina, il cui coordinamento europeo ha diffuso un “Manifesto per la transizione agricola per affrontare la crisi”.

Le rivendicazioni sono puntuali: “Chiediamo un bilancio adeguato affinché i sussidi della Politica agricola comune (Pac) vengano ridistribuiti per sostenere la transizione verso un’agricoltura in grado di affrontare le sfide della crisi climatica e della biodiversità. Tutti gli agricoltori già impegnati e che vogliono impegnarsi in processi di transizione verso un modello agroecologico devono essere sostenuti e accompagnati nel lungo periodo. È inaccettabile che nell’attuale PAC la minoranza di aziende agricole più grandi monopolizzi centinaia di migliaia di euro di aiuti pubblici, mentre la maggioranza degli agricoltori europei non riceve alcun aiuto, o solo le briciole”.

I contadini esprimono preoccupazione per i “tentativi dell’estrema destra di sfruttare questa rabbia e le varie mobilitazioni per promuovere la loro agenda, negando il cambiamento climatico, chiedendo standard ambientali più bassi e puntando il dito contro i lavoratori migranti nelle aree rurali. Non sono queste le cause del disagio, e non contribuiranno a migliorare le condizioni degli agricoltori. Al contrario -continua un comunicato stampa del coordinamento di Via Campesina in Europa- negare la crisi climatica rischia di intrappolare gli agricoltori in un susseguirsi di catastrofi sempre più intense: ondate di calore, inondazioni, tempeste, ecc. È necessario agire: noi agricoltori siamo pronti ai cambiamenti necessari per affrontare queste crisi, a patto di non essere più costretti a produrre al prezzo più basso possibile. Allo stesso modo, i lavoratori migranti svolgono oggi un ruolo fondamentale sia nella produzione agricola che nell’industria agroalimentare: senza di loro non ci sarebbero forza lavoro sufficiente in Europa per produrre e trasformare il nostro cibo. I diritti dei lavoratori agricoli devono essere integralmente rispettati”.

Una delle possibili soluzioni è forse quella di scendere dai trattori da 200mila euro che Brunella Giovara ha visto alle porte di Milano per la Repubblica per tornare a un’agricoltura contadina e a filiere di produzione e distribuzione capaci di riconoscere un prezzo equo.

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