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Ambiente / Attualità

Dall’Argentina al Benin, si accende la protesta contro la privatizzazione delle sementi

Negli ultimi mesi diversi Paesi hanno approvato leggi per l’adesione all’Unione internazionale sulle nuove varietà sementiere, mettendo a rischio la tutela della biodiversità agricola nei Paesi a basso reddito e favorendo le multinazionali del settore (Bayer-Monsanto, Syngenta, Corteva o Basf). La denuncia della Ong Grain

© REDSAG

Il 27 dicembre scorso il governo argentino del neoeletto presidente Javier Milei ha presentato il progetto di legge “Omnibus” che, tra i suoi 664 articoli, prevede l’adesione del Paese all’Unione internazionale sulla protezione delle nuove varietà vegetali (Upov). A prima vista un provvedimento esclusivamente tecnico, ma che in realtà rappresenta un nuovo passo verso la concretizzazione “di un vecchio desiderio delle multinazionali delle sementi come Bayer-Monsanto, Syngenta, Corteva o Basf”, denuncia Grain, organizzazione che da anni lavora a fianco dei piccoli agricoltori e dei movimenti sociali nelle loro lotte per la difesa di sistemi alimentari controllati dalle comunità e basati sulla biodiversità.

Il provvedimento ha suscitato l’immediata protesta da parte di associazioni e realtà locali che si sono mobilitate per chiedere al Congresso di respingere l’adesione dell’Argentina all’Upov. “Per anni, un pugno di multinazionali ha cercato senza successo di modificare l’attuale legge sulle sementi (che risale al 1973, ndr) che riconosce i diritti di proprietà per le aziende, ma garantisce anche quelli degli agricoltori. Questi tentativi sono stati sistematicamente respinti da un’ampia gamma di organizzazioni di produttori e della società civile”, si legge nel testo della petizione diffusa a inizio gennaio che denuncia come l’adesione all’Upov significhi calare dall’alto (e senza un dibattito pubblico sul tema) un cambiamento radicale sulla normativa sementiera. “La posta in gioco è estremamente significativa, chi controlla le sementi controlla la filiera agroalimentare e quindi la disponibilità, la qualità e il prezzo del cibo”, conclude il testo della petizione chiedendo che il Congresso “protegga la sovranità alimentare del popolo argentino”.

Facciamo un passo indietro. Upov è una sigla quasi sconosciuta ai non addetti ai lavori: identifica l’istituzione che regola i diritti di proprietà sulle nuove varietà sementiere. Come ha spiegato su Altreconomia Riccardo Bocci della Rete Semi Rurali “si tratta del primo accordo tra Stati che ha introdotto il concetto di proprietà nel mondo delle piante agrarie, prendendo come modello quello che stava succedendo nei Paesi industrializzati”. A oggi ne fanno parte 75 Paesi, cui si aggiungono l’Unione europea e l’African intellectual property organization (Oapi). Proprio Bruxelles è tra i principali promotori dell’Upov, non a caso lo inserisce come clausola obbligatoria in molti degli accordi commerciali che sigla con i Paesi non industrializzati. Un modello che, sottolinea sempre Bocci, è diventato lo standard per definire che cos’è una varietà: “Dal 1961 individua un insieme di piante uniformi, distinte e stabili. La diversità presente nelle varietà locali viene così bandita dall’agricoltura”.

L’Argentina non è il solo Paese che nel corso degli ultimi mesi ha dovuto confrontarsi con iniziative legislative che hanno messo sotto attacco la libertà dei contadini di gestire in autonomia la propria produzione sementiera e tutelando, al tempo stesso, la biodiversità agricola. “L’attacco odierno alle sementi mira a porre fine all’agricoltura contadina e indigena, alla produzione alimentare indipendente. Dove prevale la sovranità alimentare contadina, è difficile trasformarci in manodopera a basso costo e dipendente, in persone senza territorio e senza storia”, hanno denunciato Grain e decine di altri movimenti e organizzazioni in occasione della ‘Giornata di azione globale contro Upov’ del 2 dicembre 2023. Oltre duecento organizzazioni di diversi Paesi latinoamericani, africani e asiatici hanno siglato un manifesto che denuncia “la crociata politica e tecnocratica” in atto per imporre leggi e regolamenti uniformi e rigidi a favore dell’agroindustria e per screditare “le pratiche storiche dei popoli e le conoscenze ancestrali dei contadini indigeni, al fine di renderci dipendenti dalle multinazionali”.

La protesta si è accesa anche in Benin, in Africa occidentale, dove il primo giugno 2023 una coalizione composta da diverse organizzazioni (di agricoltori, di attiviste femministe e gruppi di consumatori) ha espresso la sua profonda preoccupazione per la potenziale adesione del Paese all’Upov. “L’esperienza di altri Paesi africani, come il Kenya, ha dimostrato che l’Upov incentiva la selezione per i raccolti da esportazione, mentre le aziende straniere ne traggono maggiori benefici rispetto agli allevatori nazionali -si legge nel testo della dichiarazione diffusa dalle organizzazioni-. I semi industriali sono associati all’agricoltura monocolturale, che richiede un’irrigazione estensiva, input sintetici e pacchetti tecnologici che impoveriscono i suoli e danneggiano l’ambiente”.

La richiesta al governo è quella di ritirare la proposta di adesione e di rivalutare le migliori strategie per i sistemi di sementi che diano priorità ai bisogni delle comunità locali sostenendo, ad esempio, la promozione dell’agroecologia e l’uso di semi autoctoni che si adattino bene alle condizioni locali e che “contribuiscono alla sostenibilità dell’agricoltura in Benin e in tutta l’Africa, salvaguardando al tempo stesso la sovranità alimentare e i diritti dei contadini sui semi”.

Mentre il governo del Guatemala ha presentato il 6 settembre 2023 una proposta di legge (iniziativa 6283) per aderire all’Upov. Una decisione che ha acceso la protesta delle comunità indigene e degli aderenti alla Rete nazionale per la difesa della sovranità alimentare (Redsag) che il 13 settembre è scesa in piazza per protestare contro questa decisione e chiedere all’esecutivo di ritirare quella che è stata ribattezzata “legge Monsanto”: lo stesso identico nome di un provvedimento approvato nel 2014 e successivamente ritirato. Gli agricoltori -che in larga parte appartengono alle comunità indigene- hanno il timore di perdere il prezioso patrimonio di semi autoctoni che vengono coltivai nel Paese da centinaia di anni. Inoltre c’è la preoccupazione che l’adesione all’Upov possa avere un impatto economico negativo, costringendo i contadini ad acquistare ogni anno le sementi presso punti vendita autorizzati, invece di risparmiarle a ogni raccolto in vista di quello successivo.

Un movimento di protesta è nato anche nelle Filippine, dove ad aprile 2023 una coalizione di scienziati, agricoltori, cittadini e rappresentanti della società civile ha presentato un ricorso davanti alla Corte suprema per chiedere lo stop alla commercializzazione di una varietà di riso dorato geneticamente modificato, brevettato dalla Syngenta e da altre multinazionali agrochimiche.

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