Finanza / Attualità

I fatti smentiscono l’impegno “naturale” di Unicredit verso la sostenibilità

Nel 2021 il gruppo bancario ha aumentato del 28% i finanziamenti nel settore del carbone. Tra il 2020 e il 2021 ha stanziato inoltre 12,5 miliardi di dollari per il settore oli&gas. L’analisi di ReCommon in occasione dell’assemblea degli azionisti, rigorosamente a porte chiuse

© Ouael Ben Salah, via Unsplash

Unicredit, il secondo gruppo bancario italiano e tra i primi 40 a livello mondiale, apre la stagione 2022 delle assemblee degli azionisti dei grandi gruppi bancari italiani. Anche quest’anno, le principali banche e società italiane hanno deciso di procedere con assemblee a porte chiuse, senza contraddittorio e con scarsa visibilità mediatica. Il tutto in assoluta controtendenza rispetto ad altri Paesi, come Gran Bretagna e Francia dove è stato assicurato il contraddittorio con gli azionisti. Eppure, se avessimo potuto intervenire in assemblea in qualità di “azionisti critici”, avremmo incalzato il management del gruppo di Piazza Gae Aulenti su diversi temi, in modo particolare sulla poca coerenza tra gli impegni presi in merito al settore dei combustibili fossili e il continuo e crescente finanziamento che questo continua a ricevere da Unicredit.

La strategia complessiva del gruppo rilanciata nel nuovo piano strategico 2022-2024 denominato “Unicredit unlocked” pone la sostenibilità tra i elementi centrali. “Abbiamo un impegno naturale verso la sostenibilità. Crediamo nei fatti non nelle parole”: si legge sul sito istituzionale in merito ai target ESG, legati alla sostenibilità ambientale, sociale e dei meccanismi interni al gruppo. In merito all’esposizione di Unicredit nei confronti del business fossile, ReCommon propone una formula differente: guardiamo ai fatti, non alle parole.

In merito al carbone, il più inquinante tra i combustibili fossili, le parole di Unicredit raccontano di un’uscita totale da questo settore entro il 2028. I fatti ci dicono però che nel 2021 Unicredit ha aumentato i finanziamenti del 28% rispetto all’anno precedente. In questa cascata di denaro destinato alla polvere nera “spiccano” i 226 milioni di dollari erogati a favore della società tedesca RWE e i 136 milioni a favore della sudafricana Sasol. La prima, che rientrerebbe tra i clienti tedeschi esentati dalla policy del gruppo, è la società energetica più inquinante d’Europa e anche la prima operante nel settore del carbone a opporsi per vie legali alla decisione di uno Stato di adempiere ai propri impegni sul clima, segnatamente facendo causa ai Paesi Bassi. La seconda è una società sudafricana che sta pianificando attività di espansione nel settore e non ha ancora indicato la data entro la quale eliminerà gradualmente il carbone dal proprio business. Queste caratteristiche renderebbero il finanziamento nei confronti di Sasol una palese violazione della policy del gruppo relativa all’industria del carbone. Incalzata da ReCommon tramite lo strumento delle domande pre-assembleari Unicredit ha preferito non fornire chiarimenti in merito al finanziamento a Sasol, schermandosi dietro la foglia di fico della riservatezza delle informazioni relative alla clientela.

Sul settore oil&gas, Unicredit parla di interrompere ogni finanziamento sia a progetti del settore oil&gas nella regione artica, sia a progetti volti a esplorare nuove riserve di petrolio e che ne espandono l’attuale produzione. I fatti ci dicono che tra il 2020 e il 2021 UniCredit ha stanziato nei confronti del settore oil&gas ben 12,5 miliardi di dollari sotto forma di finanziamenti. Tra le società che godono del supporto finanziario del gruppo troviamo oil major come Eni, Total e Repsol. Non mancano poi società russe come Gazprom, a dimostrazione dell’interesse del gruppo nei confronti del business fossile russo coinvolto nell’estrazione di idrocarburi nell’Artico.

L’assemblea degli azionisti è un’ulteriore occasione per fare chiarezza sui fatti che stanno dietro alle parole: ingenti finanziamenti all’industria fossile che non sono compatibili con quanto il gruppo dichiara pubblicamente in termini di impegni per la sostenibilità. Passi in avanti in termini di interruzione al finanziamento dell’industria fossile vengono annacquati da altrettante eccezioni e scappatoie. Non è questa la direzione giusta per far fronte alle sfide richieste dall’urgenza climatica.

Daniela Finamore, è campaigner per la finanza e il clima di ReCommon

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.