Ambiente / Inchiesta

In Olanda i colossi del carbone pretendono indennizzi pubblici

Nel 2019 il governo ha messo al bando l’uso del combustibile fossile dal 2030. Le società tedesche RWE e Uniper, nonostante l’Accordo di Parigi sul clima del 2015, non hanno cambiato rotta. Ora fanno causa per ottenere compensazioni miliardarie

Tratto da Altreconomia 239 — Luglio/Agosto 2021

Nel 2019 il governo olandese ha messo al bando dal 2030 l’uso del carbone per produrre energia, ma la transizione a un’economia a ridotte emissioni potrebbe costare cara alle casse pubbliche. Le società tedesche RWE e Uniper, proprietarie di due centrali a carbone entrate in funzione nel 2015 e 2016 (rispettivamente Eemshaven, nel Nord del Paese, e Maasvlakte 3, nel Sud), hanno infatti portato lo Stato olandese in tribunale per ottenere compensazioni. La disputa non si ferma ai confini nazionali, ma si gioca anche nell’ambito dell’Energy charter treaty (Ect). 

Il trattato internazionale consente infatti agli operatori stranieri nel settore dell’energia di promuovere arbitrati contro gli Stati per chiedere risarcimenti in caso di misure che possono mettere a rischio i loro investimenti. Secondo il centro di ricerca olandese sulle multinazionali SOMO, il think tank londinese Ember e la società non profit statunitense Institute for energy economics and financial analysis (Ieefa), autori a fine aprile 2021 del report “Compensazioni per beni incagliati?”, davanti al rischio di contenziosi di questo tipo, molte politiche di contrasto alla crisi climatica potrebbero essere congelate o diluite. 

Nel 2015 nei Paesi Bassi è entrata in funzione anche una terza centrale, quella di Maasvlakte (omonima dell’impianto Uniper perché molto vicina), oggi di proprietà della tedesca Onyx Power. Altre 16 unità di produzione di energia dal carbone sono state avviate nell’Unione europea tra il 2015 e il 2020, generando il 20% dell’energia totale. Nuove turbine messe in funzione nonostante l’Accordo di Parigi sul clima del 2015, la crescita di solare ed eolico già nei dieci anni precedenti e, nei Paesi Bassi, anche la storica sentenza nel processo avviato dalla fondazione Urgenda contro lo stato olandese.

I giudici della corte distrettuale de L’Aja avevano già stabilito nel 2015 che il governo dovesse mettere in campo azioni per ridurre le emissione del 25% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990. Decisione confermata nel 2018 e 2019 nei successivi gradi di giudizio. L’obiettivo, però, non è stato raggiunto: “Le emissioni piuttosto sono aumentate, con i tre grandi impianti responsabili per ulteriori 16,2 milioni di tonnellate di CO2 nel 2016 (il 10% delle emissioni totali di CO2 dei Paesi Bassi)”, si legge nel report elaborato dalle tre organizzazioni. A fine maggio 2021 i giudici del tribunale dell’Aja hanno emesso un’altra importante sentenza sul tema, intimando a Shell di tagliare le emissioni del 45% entro il 2030.

“Le emissioni piuttosto sono aumentate, con i tre grandi impianti responsabli per ulteriori 16,2 milioni di tonnellate di CO2 nel 2016” – Somo, Ember e Ieefa

Oggi circa il 60% dell’energia elettrica nei Paesi Bassi è ricavata dal gas naturale, mentre meno del 20% viene dalle quattro centrali a carbone ancora attive: le tre avviate tra il 2015 e il 2016, più la centrale di Amer gestita da RWE, in funzione dal 1993 e che entro il 2025 sarà riconvertita interamente a biomassa (oggi siamo all’80%). La legge olandese approvata a dicembre 2019 vieta l’uso del carbone per la produzione di energia elettrica dal 2030, per raggiungere una riduzione delle emissioni del 49% entro il 2030 e del 95% entro il 2050 rispetto ai livelli del 1990. 

 

A fine 2019 la centrale di Hemweg 8 di proprietà della società svedese Vattenfall ha fermato le turbine con alcuni anni di anticipo rispetto al previsto, proprio per l’effetto combinato della nuova legge e delle sentenze del caso Urgenda. Questo però non è bastato per arrivare al taglio delle emissioni disposto dai giudici. Anche gli obiettivi al 2030 non sono privi di incognite, a partire dal prezzo che per raggiungerli dovranno sostenere le casse pubbliche, e quindi i cittadini olandesi. La società Vattenfall ha ricevuto una compensazione pubblica di 52,5 milioni di euro per la chiusura anticipata di Hemweg 8, attiva dal 1994. Non sono invece previsti contributi per gli impianti rimasti attivi, in considerazione del fatto che il periodo di transizione permetterà agli operatori di recuperare una parte degli investimenti e pianificare una trasformazione delle centrali per sostituire il carbone con altri combustibili. Al momento sono anche attivi sussidi per la co-combustione delle biomasse nelle centrali, ma il governo vorrebbe interromperli nel 2027.

La società Vattenfall ha ricevuto una compensazione pubblica di 52,5 milioni di euro per la chiusura anticipata di Hemweg 8, attiva dal 1994

La legge olandese del 2019 in realtà ammette la possibilità di compensazioni nel caso di un carico eccessivo per un singolo operatore. Secondo il report delle tre organizzazioni, però, l’unica richiesta è arrivata da Onyx Power, che ha partecipato a un bando in cui può ottenere fino a 240 milioni di euro per la chiusura di Maasvlakte, come risarcimento per i guadagni persi e i costi di smantellamento della centrale. Le altre due società, mentre da una parte hanno annunciato di voler raggiungere la neutralità climatica entro i prossimi 20 anni, dall’altra hanno deciso di percorrere le vie legali per ottenere risarcimenti per le centrali a carbone. Entrambe hanno avviato cause nelle corti nazionali. RWE inoltre ha reso noto di aver avviato un contenzioso anche nella cornice del citato Energy charter treaty, e secondo un documento del governo olandese la stessa Uniper starebbe facendo altrettanto. 

Gli importi si attestano intorno al miliardo di euro per ciascun caso. “A causa della legge sull’uscita dal carbone e per il fatto che le biomasse come combustibile sostitutivo non sono economicamente sostenibili senza sussidi, a partire dal 2030 RWE non potrà più trarre profitto dall’impianto di Eemshaven”, si legge in un comunicato della società in cui si sostiene la necessità di risarcimenti del danno. Per Uniper, nel provvedimento “mancano sufficienti compensazioni. Questa legge è sbilanciata, poiché Uniper non può esercitare i suoi diritti di proprietà, ma non è neanche compensata”. Per le tre organizzazioni autrici del report, “basandosi sugli sviluppi del mercato e i prezzi stimati, si prevede che le tre centrali non saranno più economicamente sostenibili al più tardi dal 2024, e verosimilmente non ci si potranno aspettare profitti dopo il 2030”. “Costruendo nuove centrali a carbone, le società energetiche hanno fatto scelte mediocri in tempi di maggiori impegni per il clima e crescente concorrenza delle rinnovabili”. In gioco adesso ci sono enormi quantità di risorse pubbliche: in caso di sentenze a favore degli operatori, gli investimenti destinati al contrasto dei cambiamenti climatici e all’adattamento potrebbero essere deviati verso le compensazioni. 

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