Cultura e scienza / Intervista

Giuseppe Mendicino. La memoria di Mario Rigoni Stern

Il primo novembre il grande scrittore di Asiago avrebbe compiuto cent’anni. A 24 aveva già vissuto l’esperienza della ritirata di Russia e dei campi di concentramento. Un ritratto

Tratto da Altreconomia 242 — Novembre 2021
Giuseppe Mendicino (qui con Mario Rigoni Stern) è scrittore e socio del Gruppo italiano scrittori di montagna © Giulio Malfer

Mario Rigoni Stern è nato il primo novembre del 1921 ad Asiago (VI), capoluogo dell’Altipiano dei Sette Comuni. “Scrivi con la ‘i’, mi raccomando. Anche se molti usano il termine Altopiano, lui preferiva la parola Altipiano, che gli ricordava il libro di Emilio Lussu”, racconta Giuseppe Mendicino, amico e biografo di Rigoni Stern, che ha scritto e pubblicato pochi mesi fa per Laterza “Mario Rigoni Stern. Un ritratto”. Il testo di Lussu a cui fa riferimento è invece “Un anno sull’altipiano”, uno dei libri fondamentali sulla Grande Guerra (l’edizione in commercio per Einaudi contiene un’introduzione di Rigoni Stern), a cui lo scrittore veneto -morto ad Asiago a quasi 87 anni, nel giugno del 2008- era molto legato per affinità etiche e letterarie.

Nella prima parte del tuo “ritratto” racconti l’infanzia e l’adolescenza di Mario Rigoni Stern sull’Altipiano. Che indirizzo darà quel vissuto alla sua vita?
GM Senz’altro la passione per le montagne e per la neve, e la capacità di affrontarle anche in ambienti difficili. E quella per l’avventura, scaturita dalle letture giovanili: da “I figli del capitano Grant” di Jules Verne ai libri di Emilio Salgari, su tutti “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson. Quando da ragazzo dopo un litigio con i genitori scappa da casa, ha invece con sé “Tifone” di Joseph Conrad. Leggendo questi testi nasce in lui il desiderio di avventura e inizia a sentire l’Altipiano, pur amatissimo, come un’isola da cui sogna di andar via. Cerca di entrare in Marina, per amore di una ragazzina di Venezia, ma non lo prendono anche perché non ha mai imparato a nuotare in vita sua. Fa domanda, quindi, per un corso da alpino sciatore-rocciatore: ha 17 anni, sarà il più giovane alpino d’Italia. Quel corso durissimo, tra le nevi e le vette della Val d’Aosta, lo supereranno solo in quattro, come racconta nel libro “L’ultima partita a carte” (2002). Gli altri tre ragazzi diventeranno i suoi migliori amici nella vita militare. Nessuno di loro sopravvivrà alla guerra.

All’inizio della Seconda Guerra Mondiale, l’alpino Rigoni Stern è impegnato sul fronte greco-albanese. Che cosa comporta quel momento nella sua formazione?
GM Il primo fronte, anche se per pochi giorni, è quello con la Francia nel giugno del 1940. È una guerra veloce ma Mario vede i primi congelati e avverte l’inaffidabilità dell’esercito italiano. Nelle sue lettere, aveva meno di vent’anni, non ho trovato mai alcun segno di esaltazione al fascismo, solo l’ingenuità di pensare che la guerra fosse giusta e combatterla doveroso. Del resto in Italia c’era il pensiero unico: nelle scuole, negli oratori, nei giornali. Nelle università, dove la conoscenza c’era, solo 12 professori rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo e a Mussolini. Il fronte greco-albanese si apre nell’autunno del 1940: il duce ordina di attaccare il 22 ottobre, anniversario della Marcia su Roma, probabilmente il momento più infelice per farlo viste le condizioni climatiche e ambientali dell’autunno tra quelle montagne. Quella guerra diventa subito una ritirata. I greci difendono bene la loro patria, Rigoni combatterà solo su suolo albanese.

In “Quota Albania” (1971), il libro a lui più caro, scriverà che quella ritirata gli ricordava i racconti del padre sulla disfatta di Caporetto. In Albania assiste a un disastro militare. Combattendo e sopravvivendo tra mille difficoltà e traversie, da ragazzo-adolescente diventa ragazzo-uomo. Credo che aver fatto parte del corpo degli Alpini abbia rappresentato per lui un antidoto di fronte alla retorica fasulla del fascismo. Per un alpino gli ordini devono aver un senso, per essere eseguiti, e c’è l’orgoglio del lavoro ben fatto, della responsabilità verso i compagni. Forse è anche per questo che dopo l’8 settembre 1943 saranno in pochi ad aderire alla Repubblica sociale. Tanti alpini che si erano salvati in Russia, finiranno tra i partigiani o tra gli Internati militari italiani (Imi) prigionieri nei lager tedeschi.

La baracca dei custodi del lager in cui Mario Rigoni Stern fu tenuto prigionerio. Tra le montagne boscose a ridosso della cittadina di Vordernberg, in Stiria, la baracca è l’unico segno ancora esistente del campo di concentramento. Lo scatto è di Giuseppe Mendicino

Il 1942 e il 1943 sono segnati dalla campagna di Russia che con la dolorosa ritirata dell’esercito italiano incide sulla sua vita e sulla sua opera.
GM Rigoni Stern parte una prima volta nel gennaio del 1942, con il Battaglione Cervino. Poi farà parte del battaglione Vestone, dal luglio dello stesso anno fino alla ritirata dopo la tragica battaglia di Nikolajevka nel gennaio del 1943. Quella ritirata sarà una tragedia epocale per gli italiani, che lasciano in quella campagna 75mila ragazzi tra i 20 e i 22 anni. “Il sergente nella neve” (dal titolo del suo libro del 1953) definirà “il capolavoro della mia vita” l’essere riuscito a portare in salvo i 70 uomini del suo plotone per 11 giorni, a temperature impossibili e attraverso continui combattimenti, fino allo sfondamento decisivo a Nikolajewka. Negli anni scorsi ho parlato con alcuni alpini che erano con lui; tutti ricordavano la sua incitazione: “Stiamo uniti, stiamo uniti, stiamo uniti”.

È una pagina dolorosissima e per Mario arriva la consapevolezza piena di combattere dalla parte del torto. Una comprensione dell’orrore iniziata a partire dalla battaglia del primo settembre del 1942, quando il suo battaglione Vestone aveva perso in combattimento la metà del suoi uomini. Ho visto un cambiamento nelle lettere successive a quel primo settembre. Quel giorno gli alpini vengono mandati al massacro contro i mortai russi e devono poi combattere a distanza ravvicinata, armati con il vecchio “Fucile 91”. I russi invece hanno i mitra. Mentre si stanno ritirando, Mario si carica sulle spalle un commilitone ferito e lo porta in salvo. Per il suo comportamento viene decorato con la medaglia d’argento; lo racconta il suo tenente Cristoforo Moscioni Negri nel libro “I lunghi fucili”. In Russia Mario Rigoni Stern vede la ferocia degli alleati tedeschi nei confronti della popolazione, comprende appieno il disastro del fascismo e delle sue guerre di aggressione.

Invece vivrà anche l’esperienza del campo di concentramento. Come influirà su di lui?
GM Nei ricordi di quel periodo le parole che ricorrono più spesso sono: fame, freddo e umiliazioni. Il primo lager è in Lituania, allora Prussia Orientale. In un luogo desolato. Il suo numero di prigioniero è 7943. Cambierà lager più volte. Gli ultimi mesi li passa in Austria, nella regione della Stiria, tra le montagne boscose a ridosso della cittadina di Vordernberg, a lavorare in una miniera di ferro a cielo aperto che gli fa venire in mente il purgatorio di Dante. Lui e i compagni di prigionia sono trattati come schiavi, salvo in un giorno di umanità, dedicato alla caccia al cervo. Un episodio che descriverà in “I giorni del Nord Est III”, uno dei più bei racconti del libro “Uomini boschi e api” (1980).

Rigoni Stern tornerà in Italia, a piedi, nel maggio del 1945. È poi tornato in Stiria, a rivedere quei luoghi, nel 1965 e poi di nuovo nel 2000, quand’era rimasta una sola baracca, quella dei custodi. Lo addolorò vedere che nulla ricordava il lager e le loro sofferenze, neppure una piccola targa. Sono andato lassù là nel giugno scorso: la baracca è abbandonata, ha i vetri rotti. Temo che verrà presto abbattuta, cancellando ogni ricordo del lager. Spero che qualche associazione si muova e faccia qualcosa.

Se dovessi consigliare a un ventenne o a chi non l’ha mai letto un libro da cui iniziare a esplorare l’opera di Rigoni Stern?
GM Penso che consiglierei “Quota Albania”, davvero importante e ben scritto. Il diario di un ragazzo messo alla prova da dure e tragiche difficoltà, acquisendo consapevolezza e maturità. Se un lettore ha interesse per la natura, gli direi di partire da “Arboreto Salvatico” (1991), anche se non c’è mai uno spartiacque tra storie di guerra e di natura perché in Rigoni Stern l’elemento paesaggio è sempre presente, anche quando parla di prigionia e di battaglie. E viceversa. Il “Sergente nella neve” inizia con il rumore delle canne sbattute dal vento, sulle rive del Don, e con la visione notturna del quadrato di Cassiopea. Quando descrive le isbe russe, ricorda a volte le abitudini di certi villaggi dell’Altipiano. Rispetto al suo amico Primo Levi, che ha dovuto vivere in città, a Torino, lui ha avuto la fortuna di abitare tra le montagne e i boschi dell’Altipiano. La natura è stata salvifica per lui. L’uso del termine “salvatico”, toscano antico, assume due significati: selvatico e salvifico. Chi legge i suoi libri ne apprezza la scrittura, sempre chiara, a volte poetica, e la forte etica civile.

A 13 anni dalla sua morte, dove vorresti tornare a camminare con Mario Rigoni Stern? A quali cime era più legato?
GM Un luogo dove vorrei andare con lui è la valle di Champorcher in Valle d’Aosta. Rigoni Stern e Levi c’erano stati da ragazzi, Mario nel 1939 e Primo nel 1940. Si dicevano “un giorno torniamo al Lago Bianco, al lago di Miserin, sulla Rosa dei Banchi” (una cima delle Alpi Graie). Sono luoghi che non sono stati rovinati dal cemento o dagli impianti, e sarebbe emozionante tornarci con lui. E poi su Cima Portule, la montagna che amava di più nell’Altipiano dei Sette Comuni. Confidava di avere una speranza: che i suoi lettori andassero a camminare tra le valli e le montagne evocate nelle sue pagine, provando magari le sue stesse emozioni: “Pensarlo -diceva- mi dà un senso di felicità”.

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