Cultura e scienza / Intervista

Lo “sconfinato amore per la libertà” di Nuto Revelli, partigiano e scrittore nato 100 anni fa

La ritirata di Russia, la guerra partigiana, il “mondo dei vinti”, l’amicizia con Mario Rigoni Stern e con Primo Levi. Già ufficiale degli Alpini, Revelli è stato autore di libri fondamentali che spaziano dalla Seconda guerra mondiale alla vita nell’Italia contadina degli anni Settanta. Intervista a Giuseppe Mendicino, autore della biografia in uscita

Nuto Revelli - © Giovanna Borgese

“A 25 anni, Nuto Revelli ha alle spalle la ritirata di Russia e la guerra partigiana, e porta sul viso e nell’animo ferite senza rimedio” scrive Giuseppe Mendicino nella biografia del partigiano e scrittore cuneese, nato cento anni fa, il 21 luglio del 1919 e morto il 5 febbraio 2004. Già ufficiale degli Alpini, Revelli è stato autore di libri fondamentali che spaziano dalla Seconda guerra mondiale (“Le due guerre. Guerra fascista e guerra partigiana”) alla vita nell’Italia contadina degli anni Settanta (“Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina. La pianura. La collina. La montagna. Le Langhe”).
Il libro di Mendicino –“Nuto Revelli. Vita, guerre, libri” (Priuli e Verlucca, 128 pp, 14 euro)- ha lo stesso titolo di quello che l’autore ha dedicato a Mario Rigoni Stern (“Mario Rigoni Stern. Vita, guerre, libri”), a segnare un legame: il grande scrittore dell’Altipiano d’Asiago era amico di Revelli, e insieme rappresentano due dei tre vertici di un triangolo di cui faceva parte anche Primo Levi.

Nuto Revelli a Paraloup tra i partigiani della banda Italia Libera

“Levi, Rigoni Stern e Revelli sono legati da un forte sentimento di amicizia personale, da valori comuni, da un’etica civile forte che traspare in tutte le loro opere, e anche nella loro vita. Un codice di valori cui sono stati sempre coerenti -ricorda Mendicino-. Una volta Primo Levi scrisse ‘Noi tre siamo come tre petali di un trifoglio’. Vissero Auschwitz, la ritirata di Russia, il lager e la guerra partigiana, e sono usciti da queste esperienze con molta dignità, hanno cercato di lavorare molto sulle memoria, con uno sguardo rivolto al passato (‘Noi dobbiamo ricordare per chi non può più farlo’), ma anche al futuro, sapendo che se queste cose non vengono studiate, e approfondite, poi si ripetono”.

 Fu Mario Rigoni Stern, racconta Mendicino, a leggere all’autore della biografia di Revelli una poesia di Primo Levi, scritta un anno prima di morire e inviata ai due amici.

A Mario e a Nuto.
Ho due fratelli con molta vita alle spalle,
nati all’ombra delle montagne
hanno imparato l’indignazione
nella neve di un Paese lontano,
e hanno scritto libri non inutili.
Come me, hanno tollerato la vista
di Medusa, che non li ha impietriti,
non si sono lasciati impietrire
dalla lenta nevicata dei giorni.

“Non si sono lasciati impietrire dalla lenta nevicata dei giorni: è un verso bellissimo -dice Mendicino-. Non si sono asserviti, ne hanno lasciato cadere nell’indifferenza il proprio vissuto. Hanno saputo mantenere intatta la capacità di indignarsi. Rigoni Stern mi disse anche che ‘Mai tardi’ di Revelli (il diario delle ritirata dalla Russia, uscito nel 1946, a guerra appena conclusa, ndr) era stato uno dei primi libri sulla guerra che aveva letto”.

Qual è l’importanza di rileggere i libri di Revelli, oggi?
GM La poca conoscenza del Novecento è un grandissimo problema. Quello che può insegnare Revelli è uno sconfinato amore per la libertà e per l’autonomia di pensiero, valori che sono eterni, che non sono legati solo al nostro Novecento letterario. Un elemento che accomuna Levi, Rigoni Stern e Revelli fu l’adesione a “Giustizia e Libertà”, il movimento nato per conciliare libertà individuale e solidarietà sociale. Le brigate di Giustizia e libertà (Partito d’Azione) furono tra le meglio organizzate e combattive durante la Resistenza, poi purtroppo il Partito d’Azione uscì sconfitto dalle prime elezioni e così quel patrimonio di cultura, politica e non, di rigore morale e passione civile, si disperse. Ne facevano parte anche Massimo Mila, Piero Calamandrei, Renato Chabod, Norberto Bobbio, Carlo Casalegno, Enzo Biagi, Alessandro Galante Garrone, Ugo La Malfa, Carlo Azeglio Ciampi, Riccardo Lombardi, Dante Livio Bianco, Ferruccio Parri. I suoi uomini continuano a essere un riferimento per chi crede nei valori della libertà, dell’etica civile, della solidarietà. 
Accanto al valore storico, poi, ce n’è un altro: la scrittura di Revelli è molto chiara, i suoi libri sono un impasto di leggerezza e profondità, quella di cui parla Calvino nelle sue lezioni americane.

Partigiani in partenza da Paraloup, borgo in provincia di Cuneo. Tra l’autunno del 1943 e il 1944 è stata la sede della prima banda partigiana di “Giustizia e Libertà”

Di sé Revelli scrisse: “Sono un partigiano, non un ex partigiano”. Che cosa significa, per lei?
GM Che essere partigiano non è qualcosa legato a un momento storico, ma un sentimento che caratterizza per sempre l’uomo libero, capace di indignarsi di fronte alle ingiustizie, alle sofferenze. Che negli anni Settanta, quando scrive quelle parole, Revelli è ancora quell’uomo libero che scelse la montagna e rifiutò di asservirsi al nazifascismo. Rimane per sempre. Mi piacciono i ribelli -ripeteva ai ragazzi che incontrava nelle scuole- purché lo siano per giuste cause.

Come ha vissuto, Revelli, il suo ruolo di testimone?
GM Quando ricordava, negli incontri pubblici, ciò che aveva vissuto, Revelli -ma come lui anche Levi e Rigoni Stern- di notte ne risentiva, riviveva quei momenti. Tuttavia ha conservato la necessità di portare la propria testimonianza, quella della sua vita, che ho voluto raccontare nel libro. In un Paese allo sbando, è importante recuperare una coscienza civile dal basso.

Primo Levi, Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli nei primi anni Ottanta

Dopo aver speso quasi trent’anni a scrivere di guerra, Revelli pubblica “Il mondo dei vinti”, dopo aver attraversato le Langhe, per raccontare la società contadina in disfacimento: quale legame?
GM Anche se sembrano due materie staccate, la guerra e l’abbandono delle colline e delle montagne, il legame è forte. Lo scopre, Nuto Revelli, quando va a parlar con questi anziani abitanti: tutti erano passati per la guerra, alcuni anche dalla Grande guerra del 1915-1918, e questo rappresentava sempre il primo tema, seguito dalla sofferenza del periodo post bellico, lamentele per pensioni non date, invalidità non riconosciute. Questo fu un problema pesantissimo per tanti: per le campagne, i ricordi di guerra erano comunque sempre presenti. Ne “Il mondo dei vinti”, e poi anche ne “L’anello forte” (testo in cui raccoglie le testimonianze di centinaia di donne, “una gigantesca Spoon River contadina” l’ha definita Corrado Stajano, ndr), Revelli si sarebbe anche staccato dalla guerra, ma non era possibile. Questo legame è segnato da un altro aspetto: lo stesso cinismo ed avidità che avevano portato alla guerra, nel Dopoguerra guidano scelte per lo sviluppo del tutto sbagliate, interventi che non possono garantire alla montagna una sopravvivenza decente. Revelli non era un nostalgico del passato, ma un attento osservatore del presente.



Che cosa consigli di fare ad un giovane che dopo aver letto il tuo libro abbia voglia di conoscere Revelli più a fondo?
GM Deve andare a Paraloup, nei periodi lontani da eventi o momenti turistici, fuori stagione: è emozionante questo piccolo borgo, sulla collina alta, a poca distanza da Cuneo, dove Revelli formò la sua banda partigiana.

Martedì 16 luglio alle 19, Giuseppe Mendicino presenta “Nuto Revelli. Vita, guerre, libri” alla libreria Sovilla di Cortina d’Ampezzo (BL), nell’ambito del festival “Una montagna di libri“.

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