Terra e cibo / Opinioni

Che fine ha fatto la “Carta di Milano”?

Barack Obama è a Milano per “parlare di cibo”. Per il sindaco è la “prosecuzione della Carta di Milano”. In realtà, il documento che avrebbe dovuto rappresentare l’eredità culturale e programmatica dell’Expo sull’accesso al cibo è scomparso dai radar. “Piano terra”, la rubrica a cura di Paolo Pileri

Tratto da Altreconomia 193 — Maggio 2017
La "Carta di Milano", presentata in occasione di Expo - foto di Anci Lombardia
La "Carta di Milano", presentata in occasione di Expo - foto di Anci Lombardia

Primo maggio 2015. Inizia EXPO, “Nutrire il Pianeta, Energia per la vita”. Nel suo ventre la “Carta di Milano” su “accesso a cibo sano, sufficiente e nutriente […] rispetto del suolo e delle risorse naturali e sostenibilità dei processi produttivi”, e tanto altro. Una Carta per cambiare le cose. Costruita in punta di diritti, consapevolezze e impegni per i governi del Pianeta in fatto di cibo e affini. Dopo due anni mi sono chiesto che fine avesse fatto, visto che l’ha firmata oltre un milione di persone tra cui capi di Stato, di Governo e premi Nobel.

731. Tanti sono i giorni passati dal lancio, ad EXPO 2015, della “Carta di Milano” sul “diritto al cibo che riteniamo debba essere considerato un diritto umano fondamentale”. Un lancio in pompa magna che è evaporato un po’ troppo presto. O troppo poco si è fatto?

Allora ho cercato nel web. Sito #1. Comune di Milano (oggi è  sindaco è l’ex commissario di EXPO, Giuseppe Sala): della Carta nessuna news sulla homepage. Interrogato, il motore di ricerca ti dice cos’è la carta di identità o la carta dei servizi o la carta di cortesia o la carta dei servizi sociali. Ma della Carta internazionale del cibo, zero tracce: clamoroso. Sito #2. EXPO 2015 spa: la Carta c’è, mummificata al 2015. Sito #3. Ministero dell’agricoltura: nulla in homepage. La prima informazione che il motore di ricerca sputa fuori è del 6/2/2015: annuncia la Carta; poi notizie post-EXPO del febbraio 2016 sull’eredità culturale della Carta di Milano, ma senza dettagli concreti sull’eredità. Se ci si improvvisa speleologi del web, scava scava, si trova una meritoria legge contro gli sprechi alimentari del 2 agosto 2016, fatta sulla scia della Carta di Milano. Bene, ma è una cosa che vedono e sanno in pochi.

Mi chiedo: ma se l’ambizione era rivoluzionaria e pure planetaria, perché tutto ’sto silenzio? E dire che volevano “creare una rete di città smart che si impegnino a trasformare il loro approccio al problema dell’alimentazione”. Lo scrisse Giuliano Pisapia. Qualcuno ha notizie di quella rete? L’ex sindaco e il sindaco ne parlano un giorno sì e uno no? O tutto è finito a tarallucci e vino con un paio di best practice e buonanotte? Sito #4. Le tre maggiori organizzazioni italiane dell’agricoltura: niente, solo blande notizie. Sito #5. Consiglio nazionale degli agronomi: nada. Sito #6. L’European Food Safety Authority di Parma: niente; il motore di ricerca dice “controlla di non aver fatto errori di battitura”.

Non che io sia affezionato a quella Carta, però ne erano così convinti. Personalmente non mi piaceva un granché: troppo pomposa, retorica e generalista, dolce con le multinazionali e ambigua sulla tutela del suolo (citato solo due volte sebbene tutto il cibo arrivi da lì). Su suolo e risorse diceva solo che non fossero “sfruttate in modo eccessivo”. “Eccessivo” è raccapricciante, il solito regaluccio del dio compromesso: basta consumare piano piano in modo non eccessivo che tutto è possibile.

Peraltro, beffa delle beffe, sono i firmatari a chiedere ai governi di fare così. Già, perché la Carta è stata scritta in modo tale che non erano i governi a impegnarsi, ma i cittadini a chiederlo. Pazienza: “Scripta manent”. Ora una Carta, anche se un po’ scassata, ce l’abbiamo. E dopo due anni vorrei un resoconto preciso su come è cambiata in meglio la nostra vita e soprattutto quella dei poveri e degli sfruttati dal nostro modello di sviluppo. Vorrei risposte concrete anche su cose tipo: i nostri studenti mangiano più sano nelle mense scolastiche, oggi? Gli snack distribuiti sui treni sono più sostenibili? In autostrada la rustichella è bio? Negli ospedali, le macchinette danno solo frutta fresca? L’obesità si è ridotta? E di quanto? Abbiamo diminuito le importazioni a danno dei Paesi più poveri? Abbiamo smesso di consumare suolo agricolo? Qualcuno ci dice, indicatori alla mano, che cosa è stato fatto? Altrimenti finirò per pensare di essere stato preso in giro. E non vorrei mai. Grazie.

Paolo Pileri è professore ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il suolo sopra tutto” (Altreconomia, 2017)

© riproduzione riservata

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  • Wyatt “the Pino” Earp

    Ho letto attentamente e mi nasce una corrente di pensieri. Cerco di dire in estrema sintesi. Non so esattamente cos’avessero in mente le persone che hanno realizzato la Carta di Milano… se fosse uno specchietto per allodole che giustificasse l’Expo Universale (ma non vorrei essere paranoico) o se avessero veramente delle convinzioni od un’idea progettuale. Ma tant’è. Proviamo invece a cercare di immaginare cosa si potrebbe fare di concreto per realizzare quelle cose buone che sono contenute nella Carta: riguardo per il suolo fertile, cibi meno elaborati o contaminati, migliore cultura dietetica, no agli sprechi… Forse non dovremmo sempre e solo delegare ai potenti della Terra od agli amministratori nazionali che sono sempre impegnati in tutt’altre faccende più importanti: forse dovremmo un po’ tutti impegnarci a saperne di più, a controllare i nostri consumi, a rifiutare le cose assurde e negative che ci vengono propinate dai grossi colossi dell’Alimentazione; imparare a leggere le etichette, guardare da dove giungono le cose e cosa contengono, rifiutare le confezioni elaborate che sprecano energia e materiali. Per me saranno più importanti buoni insegnati e divulgatori del sapere: per creare la cultura della miglior alimentazione e, forse, condizionare le Aziende produttrici. Credo sia più importante che eventuali norme legislative difficili da elaborare, per i troppi interessi particolari presenti. Forse, non so bene.

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