Diritti / Opinioni

Non si può non essere “contro” se si ama davvero la vita

Quanto più grande è l’amore per gli uomini e per le cose belle del mondo, tanto più grande è il desiderio di cambiarlo. La rubrica di Tomaso Montanari

Tratto da Altreconomia 219 — Ottobre 2019
La villa patrizia di Pescia (PT), nella campagna toscana, divenuta istituto tecnico agrario

Una mattina di settembre, fresca e assolata. A Pescia, nella campagna toscana: sulla scalinata di una splendida villa patrizia ottocentesca. Il simbolo di una ricchezza antica, che affonda le radici nei privilegi feudali del medioevo: fondata su uno sfruttamento secolare e poi aumentata col duro lavoro degli operai nelle cartiere e nelle altre fabbriche della famiglia. Finché, nel 1904, quella villa diventa di proprietà pubblica, e diventa una scuola. Un esemplare istituto tecnico agrario, con dieci ettari di tenuta in cui imparare. Una ricchezza pubblica, aperta che prende il posto di un dominio chiuso, privato. Uno straordinario sentimento di felicità e di giustizia: il significato più profondo di un luogo bello e giusto insieme. Inclusivo: non esclusivo. Capace di mettere in comunione passato e futuro. Un’isola: nel mare nero e minaccioso che la contraddice e la assedia. Il mare di un senso comune fondato sull’“ossessione per la creazione di ricchezza, [sul] culto della privatizzazione e del settore privato, [sulle] disparità crescenti tra ricchi e poveri” (Tony Judt). Ecco, in quel luogo incantato ho pensato che, se ce l’abbiamo fatta una volta, possiamo farcela ancora. Le straordinarie conquiste sociali di un passato recente ci devono scuotere: “Non possiamo continuare a vivere così” (Judt). Non possiamo: perché il nostro “sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice” (papa Francesco). È il paradosso della nostra epoca: non si può non essere “contro” se si ama davvero la vita. Quanto più grande è il nostro amore per gli uomini e per le cose belle di questo mondo, tanto più grande è il desiderio di cambiarlo, il mondo. Perché questo “sistema sociale ed economico” -il capitalismo- non è più compatibile con i diritti umani. Con l’esistenza stessa dell’uomo su questo Pianeta. Ci vuole il coraggio di vederlo, e di dirlo. Un coraggio che avevamo, e che abbiamo perduto quando ci siamo fatti convincere che diventare adulti significhi accettare il mondo così com’è. L’aria di quella mattina di settembre era l’invito ad una ribellione intellettuale ed emotiva: un invito a liberare la parte di noi che è rimasta fedele alle aspirazioni, alle convinzioni, all’etica di quando eravamo bambini. Prima del compromesso con lo stato delle cose.

George Orwell, forse il maggiore scrittore politico del Novecento, ha riflettuto con straordinaria profondità sulla necessità di “non abbandonare completamente la visione del mondo acquisita nell’infanzia”: e cioè “la capacità di desiderare follemente cose che da grandi non si sognano più”. Ebbene, possiamo -dobbiamo- tornare a desiderare follemente, con implacabile determinazione e insieme con intatta allegria, un mondo giusto. Un mondo in cui “il fine della società è la felicità comune” (Piero Bevilacqua). Reimparare a “parlarlo”, quel mondo. A rimetterlo nel senso comune delle persone del nostro tempo. Ricominciare a lottare per questo. La condizione per riuscirci è partire da una critica radicale alla mentalità corrente, e allo stato delle cose: smettere di credere che “tutto ciò che esiste, è naturale che esista così” (Antonio Gramsci). Perché, no: non è naturale. Si può e si deve cambiare. E se questo mondo non ci piace, se vogliamo cambiarlo davvero, allora dobbiamo smetterla di accontentarci del meno peggio, del voto utile, del compromesso necessario, della “sinistra di destra” (Mauro Vannetti). Al contrario: ripartire dalla comprensione, dalla condanna e dal ripudio dei tradimenti che ci hanno condotto fino a questo punto. E soprattutto ricominciare a dirci come lo vogliamo, il mondo.

Tomaso Montanari è professore ordinario presso l’Università per stranieri di Siena. Ha vinto il Premio Giorgio Bassani di Italia Nostra.

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