Cultura e scienza / I nostri libri

Una vita buona per tutti: l’economia è prendersi cura

Altreconomia porta in libreria una delle voci più importanti del femminismo teologico militante: un manifesto radicale che invita i lettori a “prendersi cura” della transizione dall’economia delle merci alla società dei bisogni e delle relazioni

Tratto da Altreconomia 214 — Aprile 2019

Ina Praetorius -teologa ed economista svizzera, nella foto in alto- è oggi una delle voci più rappresentantive del femminismo teologico militante e “radicale”. In questo filone si inserisce “L’economia è cura” -in uscita in libreria ad aprile per Altreconomia-. Un libro importante e affascinante che spiega con un linguaggio “alto” ma comprensibile a tutti, che prendersi cura di sé e degli altri è il primo passo per un radicale cambio di prospettiva: la reciprocità e la “dipendenza consapevole” dall’altro(a) diventano infatti l’antidoto più efficace e “sovversivo” all’individualismo della società moderna. Il cambio di paradigma decisivo ed epocale è il passaggio da una società di mercato centrata sulla produzione di merci e sul profitto a una società di centrata sul bisogno e sulla libertà-in-relazione di tutti gli esseri umani. Ina diventa il medium grazie al quale il concetto-ponte di care/cura può sprigionare tutto il suo effetto trasformativo. “L’economia è cura” è dunque un invito a partecipare ad una vera e propria “care revolution” che vuole costruire un linguaggio e un’economia differenti, alla ricerca di una “felicità interna lorda” e di un sistema economico e sociale capace di soddisfare i bisogni di tutti gli esseri umani, senza discriminazioni.

Precisa la curatrice e traduttrice Adriana Maestro: “[considerarlo] un libro di ‘economia della cura’, come un settore specifico nell’ambito più generale dell’economia è riduttivo oltre che fuorviante; in maniera ben più radicale [afferma che] l’economia è cura”. Rincara la dose nella preziosa postfazione il filosofo Roberto Mancini: “Quando Praetorius afferma che l’economia è cura non sta semplicemente proponendo un’altra economia, ci sta richiamando a vedere il senso del modo umano di stare al mondo”.

“L’economia è cura” analizza le “separazioni” tipiche della nostra epoca: come quella -oggi assai evidente e spesso tragica- tra esseri umani e natura, ma soprattutto quella tra gli stessi esseri umani: per esempio il pensiero che considera ancora gran parte delle attività domestiche e di “cura” -pulire, lavare, cucinare, accudire, allevare i bambini (…)- come “proprie della natura femminile”.

Queste e altre dicotomie sono plasticamente descritte come uno “spasmo secolare”, da sciogliere grazie all’impegno comune: allora “quegli esseri umani -scrive Praetorius- assimilati alla natura, che da secoli fanno un lavoro preliminare gratis e invisibile per consentire alla meccanica del mercato di funzionare, sarebbero finalmente riconosciuti come attori economici rilevanti e come portatori di dignità umana nel senso pieno della parola”. L’autrice individua infine pratiche di “ricomposizione”, “nella forma di un elenco aperto: tante iniziative che disvelano la verità ovvia celata dalla scissione dell’economia: il fatto che noi siamo tutti/e parte della natura, bisognosi/e, finiti/e, limitati/e e allo stesso tempo liberi/e di organizzare la nostra esistenza nel fragile spazio vitale del nostro pianeta così che sia possibile una convivenza sobria e godibile”. Prefazione di Luisa Cavaliere. La copertina è dell’illustratrice turca Hülya Özdemir.

“L’economia è cura. Una vita buona per tutti: dall’economia delle merci alla società dei bisogni e delle relazioni” di Ina Praetorius. A cura di Adriana Maestro, Altreconomia. 128 pagg, 12 euro. In libreria, nelle botteghe del commercio equo e solidale e in libreria dal 4 di aprile.


Le guide di Altreconomia

VIAGGIARE CON I PIEDI. VIAGGIARE CON LA TESTA

Scriveva Marcel Proust nella “Recherche”: “L’unico vero viaggio […] non sarebbe andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di altri cento, vedere i cento universi che ognuno di loro vede, che ognuno di loro è”. Le guide di Altreconomia fanno proprio questo spirito: spesso non sono gli itinerari e le mete a essere inediti, ma è lo sguardo di chi li racconta a essere ogni volta differente, soggettivo e unico.

Una prospettiva che si ritrova nel piccolo best seller “La guida delle libere viaggiatrici. 50 mete per donne che amano viaggiare in Italia e nel mondo” (Manuela Bolchini e Iaia Pedemonte), dove sono tante donne a raccontare a turno, come novelle Sherazad, un viaggio “per ogni piacere e ogni sapere”, in Italia e nel mondo. Il successo della prima edizione fa già pregustare un secondo volume, completamente nuovo che uscirà a inizio 2020. Una visione del tutto peculiare è anche quella di “L’Italia selvaggia. Guida alla scoperta di luoghi incontaminati per tutti i piedi”, dove Elisa Nicoli e gli altri autori -tra un cammino e una sosta gastronomica- lasciano spesso la parola ai genius loci, la persona che meglio custodisce la storia e la magia di territori remoti e di solitaria bellezza.

Tra maggio e giugno sarà poi in libreria una novità assoluta, la guida “L’Italia di vino in vino. A piedi e in bicicletta tra filari e cantine”, un libro che punteggia alcune delle strade più belle e ricche d’arte, storia e natura -da percorrere appunto a piedi o in bici- con alcune delle cantine di vino biologico e naturale, ambascitrici del territorio. Saranno disponibili 25 e più itinerari a cura di alcune delle migliori penne del mondo del vino, Luca Martinelli, Sonia Ricci, Diletta Sereni.

In piena estate sarà pronta infine “La guida del turista contadino. On the road tra fattorie biologiche e borghi rurali”, un libro che raccoglie l’eredità della fortunata guida all’ospitalità rurale “Dormire e mangiare nell’orto” (Roberto Brioschi e Umberto Di Maria): 100 itinerari per chi si sente “turista contadino” e del rurale vuole scoprire la bellezza, conoscere i saperi antichi. O provare il ruvido abbraccio di un’ospitalità autentica, mettere le mani nella terra e, a fine giornata, assaporare ben di più della “solita zuppa”.

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