Interni / Inchiesta

Dove finisce l’imposta di soggiorno. Inchiesta sui bilanci dei Comuni

Dal 2017 al 2020 sei tra le principali città turistiche italiane hanno raccolto oltre 692 milioni di euro. Solo Roma 434,2 milioni. L’utilizzo del contributo è però svincolato per legge e la trasparenza è scarsa. Ecco perché occorre ripensarlo

Tratto da Altreconomia 237 — Maggio 2021
La chiesa della Santissima Trinità dei Monti di Roma © Ilnur Kalimullin - unsplash.com

L’imposta di soggiorno incassata dal Comune di Roma negli ultimi quattro anni vale 434,2 milioni di euro. Il suo impiego a bilancio, però, non è noto nel dettaglio. Lo confermano i dati ottenuti da Altreconomia in merito a questa specifica voce di gettito da parte delle principali città turistiche italiane e relativi agli anni 2017-2020. Sommando le entrate di Milano, Torino, Bologna, Napoli, Genova e della capitale, si supera quota 692 milioni di euro (senza considerare località come Firenze o Venezia che mancano all’appello). Le risorse giungono da strutture ricettive, extraricettive e in minima parte anche dalle piattaforme per affitti brevi, come Airbnb, ma solo nel caso in cui il Comune abbia stretto un accordo. Le risorse sono utilizzate in modo autonomo dalle amministrazioni, nel quadro di una norma del 2011 che lascia ampi margini di manovra.

Tra i 1.125 Comuni che hanno adottato l’imposta, il caso di Roma è il più significativo. Prendiamo come esempio il 2019, anno in cui sono stati registrati almeno 31 milioni di viaggiatori nelle strutture ricettive. Prima dell’emergenza sanitaria che ha comportato una fortissima riduzione degli arrivi in Italia -pari al 69%, secondo Istat-, il gettito nella capitale era arrivato a 153,7 milioni. In forte crescita rispetto al 2018 (136,8 milioni) e 2017 (98,5 milioni). Il 2020 fa storia a sé (45,2 milioni). A precisa domanda l’amministrazione ha fatto sapere che l’ammontare non è a “destinazione vincolata”. “Le entrate confluiscono tutte nel bilancio di Roma Capitale, indistintamente”. Nessuna informazione aggiuntiva sull’uso del gettito derivante dal pernottamento nelle strutture alberghiere ed extra-alberghiere e negli appartamenti o stanze affittate attraverso le piattaforme. Secondo i dati di Federalberghi, le prime a Roma a oggi sono circa 1.200 mentre le seconde, imprenditoriali e non, stando al Comune sarebbero quasi 15mila.

A differenza delle altre città italiane, a Roma i criteri del “contributo” di soggiorno sono definiti da un regolamento ad hoc che traduce quanto stabilito dalla legge 122/2010 e che attribuisce al Comune la facoltà di reperire le “risorse necessarie a garantire l’equilibrio economico-finanziario della gestione ordinaria” dell’amministrazione. Nel resto dei Comuni, invece, l’imposta -istituita dal decreto legislativo 23/2011- stabilisce che il “relativo gettito è destinato a finanziare interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli a sostegno delle strutture ricettive, nonché interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali locali, nonché dei relativi servizi pubblici locali”. Come ricordato da una sentenza del Consiglio di Stato del 2018, la disposizione normativa è “generica” ed “è caratterizzata dall’esistenza di un obiettivo (e, dunque, di un impiego) aperto”. Questo riconosce ai Comuni la possibilità di muoversi in modo autonomo anche perché il regolamento quadro che avrebbe dovuto fissare, entro il 6 giugno 2011, i principi generali per l’applicazione dell’imposta non è mai stato adottato.

153,7 milioni di euro, l’imposta di soggiorno incassata dal Comune di Roma nel 2019

“La destinazione dell’imposta di soggiorno spinge a riflettere su una questione centrale: gli impatti del turismo sulle città. L’imposta nasce per essere destinata in parte a interventi sul turismo e in parte per rimettere in equilibrio i costi e i benefici dei flussi secondo una logica che dovrebbe essere compensativa”, spiega Filippo Celata, docente di Geografia presso l’Università La Sapienza di Roma e studioso dei processi di trasformazione urbana. “Ma anche nel caso in cui i proventi siano destinati a politiche specifiche sul turismo, queste ultime si limitano spesso a interventi di natura promozionale il cui obiettivo è attrarre più visitatori, senza mitigare gli effetti che tale modello comporta sulle città e sui residenti. Crea un sistema che si autoalimenta e rende le città più dipendenti dal turismo con evidenti difficoltà quando diminuisce, come sta succedendo per l’emergenza sanitaria”.

Il Comune di Milano dal 2017 al 2020 ha incassato 166,8 milioni di euro. Sono 13,2 milioni quelli arrivati tramite Airbnb e solo negli ultimi tre anni. Nel 2019 dei 56,6 milioni di euro derivanti dall’imposta, 50 milioni sono stati usati per sostenere “finalità, iniziative e promozioni” che hanno interessato alcuni soggetti istituzionali tra i quali la biblioteca centrale, musei e fondazioni comunali, mostre, spettacoli oltre che “servizi turistici, marketing territoriale e identità”. Ma il Comune non specifica in quali percentuali. Le stesse categorie nel 2017 erano state finanziate con 37 milioni (su 45,8) e nel 2018 con 44 milioni (su 53,6). Negli stessi quattro anni il Comune di Torino ha incassato invece 23,4 milioni di cui 1,8 da Airbnb. L’amministrazione non dà un’informazione dettagliata sull’utilizzo del gettito, limitandosi a specificare come finisca nella “missione 05” del bilancio, cioè l’ambito per la tutela e valorizzazione dei beni e attività culturali, e nella “missione 07”, dedicata invece al turismo.

“Di fronte agli impatti negativi dell’overtourism, penso sia opportuno avviare una riflessione sulla natura dell’imposta di soggiorno” – Filippo Celata

A Genova dal 2017 al 2020 il gettito dell’imposta è stato pari a 10,7 milioni. Airbnb ha versato 938mila euro. Nel 2017 le risorse ricavate sono state di 2,2 milioni, nel 2018 3,3 milioni, nel 2019 3,8 milioni e nel 2020 1,4 milioni. Sono state utilizzate per il decoro urbano, come la manutenzione, e per la promozione che comprende attività come marketing territoriale, eventi, congressi e “promozione del brand” della città. Negli ultimi quattro anni dal Comune di Bologna sono stati raccolti 25,4 milioni di euro di 1,9 milioni dalle piattaforme online: sono stati pari a 5,9 milioni nel 2017, 6,8 milioni nel 2018, 10,2 milioni nel 2019 e 2,5 milioni nel 2020. Nel 2020 la spesa più alta, pari a 1,9 milioni di euro, è stata per attività per la promozione turistica della città, seguita dall’Istituzione Biblioteche (1,3 milioni euro), dall’Istituzione musei (1,1 milioni euro), da “altre attività culturali e iniziative varie” (1,1 milioni euro), dalla Fondazione Cineteca (1,1 milioni euro). A Napoli dal 2017 al 2020 nel bilancio del Comune sono finiti 32 milioni di cui 4,1 milioni attraverso Airbnb: nel 2017 il gettito è stato pari a 7,3 milioni, nel 2018 a 9,3 milioni, nel 2019 a 12,1 milioni e nel 2020 a 3,2 milioni.

“La questione della trasparenza e della effettiva utilizzazione dell’imposta è un tema su cui i Comuni riflettono poco. Invece potrebbe essere la chiave per rendere più condiviso il pagamento della stessa da parte di una platea più ampia”, spiega Giuseppe Scanu, ricercatore di Diritto tributario presso l’Università di Sassari. “Bisogna comprendere la prospettiva del ‘consenso al tributo’, anche se può sembrare un paradosso. Il cittadino paga con condivisione e consapevolezza se dal principio comprende le ragioni che hanno portato all’attuazione dell’imposta e se conosce per che cosa è utilizzata. In Sardegna, per esempio, il Comune di Villasimius ha indicato sia a monte sia a valle come sarebbe stata impiegata l’imposta di soggiorno e questo permette trasparenza anche per i cittadini. È un marketing tributario che può creare consapevolezza e condivisione”. È l’opinione espressa anche da Andrea Ferri, a capo dell’area finanza locale dell’Associazione nazionale comuni italiani (Anci). “È possibile che ci sia poca trasparenza perché il decreto lascia criteri di applicazione molto ampi. Sarebbe augurabile che l’adozione dei fondi provenga da un piano condiviso da tutti gli operatori coinvolti”, spiega. “L’accesso ai dati funziona inoltre come strumento di controllo e deterrenza”.

A mancare erano i dati relativi alle piattaforme digitali, almeno fino a quando dal 2017, con grande ritardo, alcuni Comuni hanno iniziato a stringere accordi per riscuotere l’imposta di soggiorno. Il colosso degli affitti brevi ha trovato l’intesa con Roma, Milano, Torino e Genova. Agisce come sostituto di imposta e versa il prelievo al Comune con una cadenza trimestrale. “Di fronte agli impatti negativi dell’overtourism, penso sia opportuno avviare una riflessione sulla natura dell’imposta di soggiorno”, aggiunge Filippo Celata. “Si può iniziare a pensare di impiegare il gettito per finalità diverse, come la tutela del paesaggio e delle città. E anche per politiche abitative a lungo termine, e per gli affitti di lungo periodo, perché uno degli effetti del turismo di massa è proprio aggravare l’emergenza abitativa delle grandi città”.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.