Una voce indipendente su economia, stili di vita, ambiente, cultura
Interni / Intervista

Cronaca dell’eccidio di tre pacifisti italiani in Bosnia nel 1993. Alla ricerca di un movente

Da sinistra: Sergio Lana, Guido Puletti e Fabio Moreni

Anna Giunchi e Lorenzo Faggi hanno ricostruito in un podcast i fatti del 29 maggio 1993, quando nei Balcani furono uccisi Sergio Lana, Fabio Moreni e Guido Puletti. Si salvarono per caso solo Christian Penocchio e Agostino Zanotti: i processi non hanno chiarito il “perché” di quella violenza su un convoglio umanitario. Una vicenda attuale

“Questa è una storia che ancora oggi lascia delle tracce. Ed è fondamentale non dimenticarla”. È nitido il movente che ha spinto Anna Giunchi e Lorenzo Faggi a ripercorrere in un podcast l’eccidio di tre pacifisti italiani in Bosnia il 29 maggio 1993. Resta oscuro, invece, il motivo di quei colpi di Kalashnikov che hanno interrotto la vita di Sergio Lana, Fabio Moreni e Guido Puletti. Da qui la decisione di intitolare “Nessun Movente – Cronaca di un eccidio” il lavoro realizzato dai due autori in collaborazione con la ricercatrice Manuela Stura e Simone Lombardi (sound-design). 

La produzione di OnePodcast ripercorre attraverso la voce dei sopravvissuti, Christian Penocchio e Agostino Zanotti, dei famigliari delle persone scomparse, di avvocati e giornalisti che avevano già lavorato sulla vicenda, quanto successo 30 anni fa: la mattina del 29 maggio 1993 il convoglio di aiuti umanitari diretti a Zavidovici viene fermato lungo la Diamond route, una strada della Bosnia ed Erzegovina centrale che collega le città di Prozor e Travnik. Una strada sicura, sulla carta, perché controllata dalle Nazioni Unite e quindi percorribile dai convogli umanitari. Ma che si rivela pericolosa quando un gruppo armato comandato da “Paraga”, al secolo Hanefija Prijić, ferma la spedizione: inizialmente sembra uno dei frequenti e pretestuosi blocchi che portano alla razzia degli aiuti provenienti dall’Europa ma l’esito, in questo caso, è diverso: solo due dei cinque partecipanti alla missione sopravviveranno a quella tragica giornata.

Anna Giunchi, come nasce il tuo interesse per questa storia?
AG Quasi incidentalmente. Stavo lavorando sulla storia di un giornalista ucciso in Cecenia, Antonio Russo, e mentre cercavo notizie su di lui ho incrociato la storia di Guido Puletti. Ho riaperto così il cassetto dei miei ricordi in cui era “chiusa” la vicenda dei cinque pacifisti: io, bresciana come alcuni dei protagonisti, ne avevo una conoscenza molto vaga ma non avevo mai approfondito quanto successo. Parlandone con Simone Lombardi, abbiamo deciso che fosse necessario farlo.

Perché ha senso, a tuo avviso, raccontarla a trent’anni di distanza?
AG Perché è una vicenda che è stata sepolta sotto la sabbia della storia. Ma è un errore, per diversi motivi. Il primo riguarda la guerra degli anni Novanta nella ex Jugoslavia che oggi è come se non fosse mai esistita per molti: penso a quando, riferendosi all’Ucraina, diversi giornalisti hanno scritto come quello in Ucraina fosse il primo conflitto europeo dopo la Seconda guerra mondiale. Il secondo aspetto invece riguarda la vicenda in sé, che ci ricorda l’importanza di agire. Mi ha colpito, parlando soprattutto con Agostino e ascoltando i racconti su Fabio Moreni, come sia il versante laico sia quello cristiano della spedizione credessero profondamente nell’importanza di intervenire, anche mettendo a rischio la propria vita. Questo è un aspetto culturale che riguarda questa storia che andrebbe studiato, ripreso e riconosciuto. Il rischio era che quella vicenda finisse dimenticata nonostante le tracce che ancora oggi lascia. 

Chi erano i cinque che hanno partecipato alla spedizione? Pacifisti? Volontari?
AG La sigla riprende una frase del libro che il giornalista Ilario Salucci ha dedicato alla vicenda. “Volontari è un termine generico”, scrive. Ecco, lavorando su questa storia ci siamo accorti che siccome è stata raccontata prevalentemente da giornalisti, la vicenda umana e personale dei protagonisti non era “comprimibile” nello spazio limitato di un articolo. E così sembrava che tutti si fossero mossi per gli stessi motivi. Ma non è così. Le ragioni erano molto diverse e all’interno delle singole storie di Fabio, Guido, Christian, Agostino e Sergio ci sono ragioni molto importanti che il “cappello” di volontari non può contenere tutti. Così come quello di pacifisti: qualcuno di loro voleva “solo” aiutare, mettersi in gioco, e non rientra neanche sotto la nozione stretta identificata dal pacifismo. Quel che è certo, però, è che ciascuno di loro si meriterebbe un podcast a sé e che ciò che oggi resta di quella storia ha molto a che fare con il tentativo di trovare una via alternativa alla guerra. 

“Nessun movente – Cronaca di un eccidio” è prodotto da OnePodcast. Scritto da Anna Giunchi e Lorenzo Faggi. Ricerca e collaboratrice testi: Manuela Stura. Montaggi e soundesign: Simone Lombardi. È disponibile su OnePodcast e su tutte le principali piattaforme di streaming audio.

Il titolo “Nessun movente” sposta il fuoco anche sulla vicenda giudiziaria. Che cosa si è scoperto nelle aule dei tribunali?
AG Ci sono stati due processi. Uno in Bosnia ed Erzegovina, a Travnik, nel 2001, che ha individuato come responsabile Hanefija Prijić, detto Paraga, il comandante militare dei gruppi che controllavano il territorio attraversato dalla Diamond route condannandolo a 15 anni di reclusione. Si sa che è stato lui a dare l’ordine e su questo punto anche le testimonianze dei sopravvissuti sono incontrovertibili: il fatto che siano stati portati in una miniera lontani dal campo base, prima che i soldati sparassero, dà conto del fatto che Paraga abbia autorizzato l’eccidio perché nulla in quella zona si muoveva, anche secondo i report militari dell’epoca, senza il suo assenso. Il comandante però non ha mai ammesso le proprie responsabilità e spiegato il motivo di questa decisione. Anche nel processo di Brescia, svoltosi nel 2016-2017, quando Paraga ha già scontato la pena nel carcere bosniaco, non emergono nuovi elementi. Gli viene contestato il delitto politico ma lui continua a negare, aggiungendo informazioni solamente su due esecutori materiali. Manca la ragione del suo ordine, il perché. E questo ha dato adito a diverse teorie. 

Quali sono le più accreditate?
AG Difficile individuarle. Ce ne sono alcune, però, che hanno meno coni d’ombra e uniscono di più i puntini di quanto successo. La prima riguarda il movente religioso. Si pensa che in realtà il gruppo fosse stato scambiato per un convoglio di aiuti diretti verso la Croazia, acerrimo nemico della Bosnia in quel periodo, a cui appunto si aggiunge il fatto che il furgone su cui viaggiavano i cinque italiani aveva il simbolo della Caritas. Si può pensare che siano stati uccisi anche perché cattolici, ma va sottolineato che è stato l’unico caso simile avvenuto in tutta la guerra dei Balcani. La seconda ipotesi riguarda invece la spartizione di potere: si può pensare che questo sequestro sia stato un segnale di Paraga per far capire chi comandava. E la sopravvivenza di due testimoni non era prevista. Forse sono queste, come dicevo, le teorie più accreditate. Ma non facciamo il gioco delle probabilità, in questa vicenda bisogna andarci con i piedi di piombo. 

Dall’ascolto del podcast emerge una vicenda molto complessa. Con molte ipotesi in più rispetto a quelle che ci hai restituito.
AG Sì. Inizialmente immaginavamo una storia, termine orribile, molto più lineare. Un gruppo di volontari, in Bosnia ed Erzegovina, va a cercare di aiutare la popolazione locale ed è vittima della guerra stessa. Ma approfondendo tutta la parte giudiziaria è risultata complessa, articolata, con molti aspetti mai chiariti. Tanto che alla fine abbiamo dedicato ben tre puntate all’inchiesta. Non ci immaginavamo tale e tanto lavoro sulla parte giudiziaria e all’inizio pensavamo di chiamare il podcast “corpi di guerra”, poi ci è sembrato più adeguato insistere sull’assenza di un movente. 

Il memoriale dedicato a Sergio Lana, Fabio Moreni, Guido Puletti sul luogo dell’eccidio del 29 maggio 1993. Vicino al monumento, sulla destra, Agostino Zanotti, sopravvissuto

La ricerca della verità è un tratto comune per coloro che avete intervistato per il podcast?
AG Le vicende umane si sono molto separate: parliamo di personalità, orizzonti culturali da parte dei protagonisti della vicenda molto diversi. Per Christian e Agostino, i due sopravvissuti, il procedimento giudiziario fissa un punto importante anche se non restituisce il movente reale. Per i parenti delle vittime invece è più complesso: i genitori di Puletti riconoscono questo risultato, mentre quelli di Sergio Lana non accettano l’assenza di una spiegazione più approfondita. La relazione con il vuoto è diversa per ognuno dei protagonisti, ma nasce proprio dal diverso modo in cui si è vissuta la vicenda. 

Avete pubblicato anche una bonus track intitolata “Il bene è più testardo del male”. Perché?
AG Quella puntata nasce dal lavoro di Lorenzo Faggi, l’altro autore del podcast. L’idea era di dare conto del fatto che nonostante il pericolo è necessario agire. È una puntata sul “che cosa resta” di questa vicenda. Ancora oggi ci sono persone che sulla scia di quella tragedia portano il proprio corpo, come diceva Alex Langer, nelle zone di guerra per dare aiuto. La bonus track racconta dell’oggi, di come questa vicenda non finisce né il 29 maggio 1993 né quando viene emessa la sentenza del tribunale. Ma prosegue: ci sono e ci saranno sempre dei Fabio, Sergio, Guido, Agostino e Christian.

© riproduzione riservata 

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.


© 2024 Altra Economia soc. coop. impresa sociale Tutti i diritti riservati