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“Come un vecchio film”: la guerra in Ucraina vista 30 anni dopo il conflitto jugoslavo

In Bosnia ed Erzegovina l’invasione russa rievoca gli eventi traumatici patiti dai cittadini di Sarajevo. A Belgrado, invece, c’è chi ricorda il 1999, quando la Nato bombardò il Paese. I ricordi e le voci, con le dovute differenze tra conflitti non paragonabili

Il murale dedicato a Belgrado al criminale di guerra Ratko Mladić

Indira Kučuk aveva ventun anni quando è cominciata la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Studiava storia presso l’Università di Sarajevo e il suo sogno all’epoca era di raccontare il ricco passato del suo Paese. Invece di andare e seguire le lezioni, si è ritrovata ad aiutare i soldati bosniaci che per quattro anni hanno difeso la città dai cecchini serbi che dalle meravigliose colline circostanti sparavano a ogni essere vivente che si trovasse per le strade della capitale.

Quando è iniziata l’aggressione russa in Ucraina, il 24 febbraio scorso, Kučuk -che oggi è scrittrice, storica e antropologa- ha visto le stesse immagini come se fossero vecchi filmati della guerra che ha vissuto trent’anni fa. “L’assedio di Sarajevo oggi mi sembra ancora più spaventoso, più doloroso. Forse perché quando è successo non avevo nemmeno pensato all’orrore e al male che ci circondavano. Sono stata ferita, la mia casa è stata rasa al suolo, ma sono sopravvissuta”, racconta Indira. Quello che succede oggi nelle città ucraine, per lei, è come se fosse un boomerang. Lo è anche per tutti i cittadini di Sarajevo, la città che è stata sotto l’assedio più lungo e più sanguinoso della storia moderna.

Le immagini di una città simbolo del più grande e feroce conflitto dopo la Seconda guerra mondiale, se le ricorda anche Diana Bošnjak Monai, scrittrice bosniaca che oggi vive a Trieste. Nel suo libro “Da Sarajevo con amore. Diario dall’assedio”, pubblicato da Besa Muci, racconta le storie di suo nonno che rimase nella città per quattro anni, sotto minaccia di morte e di fame e senza mai abbandonarla. Oggi quando vede le donne e i bambini che scappano dalla guerra in Ucraina, Bošnjak ricorda i giorni di quando la profuga era lei e si chiede come sia possibile che succeda ancora, di nuovo, in un’Europa che si è vantata di non aver avuto più guerre da settant’anni. “Pare che abbiamo dimenticato che cosa è successo nei Balcani tre decenni fa”, dice augurandosi che il conflitto ucraino non si espanda negli altri Paesi.

Le due guerre, questa scoppiata più di un mese fa e quella in Jugoslavia, sono di natura diversa e accadono in momenti storici differenti, ma la guerra tra i popoli di un Paese che non c’è più potrebbe offrire la possibilità di comprendere meglio l’invasione russa in Ucraina. “L’aggressione russa può essere collegata all’inizio della guerra nell’ex Jugoslavia che finì nel 1999 con i bombardamenti della Nato. La Serbia diceva di voler proteggere la minoranza serba prima in Croazia, dopo in Bosnia, come oggi la Russia giustifica l’invasione proteggendo il popolo russo delle repubbliche di Donetsk e Lugansk”, spiega Mladen Obrenović, giornalista di Al Jazeera Balkans.

I ricordi della guerra del 1992-1995 in Bosnia sono ancora freschi. Già prima dell’invasione russa, dalle dichiarazioni di alcuni politici si sospettava che potessero esserci di nuovo conflitti armati. Ivana Marić, analista politico di stanza a Sarajevo, dice però che le tensioni nazionali fanno parte della vita quotidiana in Bosnia. “Non perché le diverse etnie che vivono lì si odiano a vicenda ma esclusivamente perché l’aumento delle tensioni è l’unico argomento della coalizione di governo per rimanere al potere e continuare a derubare il popolo”.

“È interessante notare che la guerra in Ucraina abbia persino calmato la situazione politica in Bosnia ed Erzegovina. I partiti nazionalisti da sempre creano conflitti artificiali. Con lo scoppio del conflitto ucraino, i disordini in Bosnia hanno acquisito un contesto completamente nuovo e sono diventati l’oggetto delle scaramucce della Russia con il resto del mondo. Da allora i politici si sono calmati poiché sono diventati consapevoli che la reazione dell’Occidente potrebbe ora essere molto più rapida, più severa e più diretta”, aggiunge Marić.

Un altro elemento paragonabile è come oggi in Russia si continui a negare la natura degli eventi in corso, non definendoli guerra o invasione, ma preferendo l’espressione “operazione speciale militare”. La stessa espressione che la Nato impiegò per definire i bombardamenti della Serbia nel 1999. Ma Giorgio Fruscione, analista di ISPI ed esperto di Balcani, ritiene che le due guerre sono molto diverse.
“Entrambe non sono sostenute dalle Nazioni Unite ma è sbagliato dire che oggi la Russia fa all’Ucraina quello che la Nato ha fatto alla Serbia. Per quanto illegale, l’attacco della Nato non colpì indiscriminatamente edifici residenziali, teatri che ospitavano rifugiati, né impedì corridoi umanitari o assediò città con l’artiglieria pesante”, dice Fruscione. E aggiunge: “La Nato ha ucciso civili in Serbia e questo è un crimine di cui non ha risposto nelle sedi opportune, ma fortunatamente furono casi circoscritti che possono essere ascritti ad ‘accidentalità’. Invece, nel caso dell’aggressione russa in Ucraina non è così”.

Nella capitale serba intanto molte persone pensano che questa guerra abbia anche una terza parte, cioè gli Stati Uniti, l’Occidente. Lo sostiene anche Pedja Popović, giornalista freelance di Belgrado. Ricorda che i serbi hanno un atteggiamento tradizionalmente “positivo” nei confronti della Russia e che la maggioranza dei cittadini sostiene la decisione di non sanzionare quel Paese.
“Oggi parliamo della violazione del diritto internazionale umanitario ma ci dimentichiamo che fu proprio la Nato a violare quel diritto quando bombardò la Serbia, creando un precedente”, dice Popović.

E nonostante molti cittadini serbi abbiano mal giudicato l’aggressione russa, mentre il mondo scendeva in piazza per dare sostegno ai cittadini ucraini, nel centro di Belgrado si sono svolte manifestazioni per dare sostegno a Vladimir Putin. È stato disegnato anche un nuovo murale nel centro della città con il ritratto del presidente russo. Lì vicino, su un altro muro dell’edificio, sorge da mesi un dipinto in onore dell’ex generale serbo Ratko Mladić, criminale di guerra che lo scorso giugno è stato condannato all’ergastolo dal Tribunale internazionale dell’Aja per il genocidio di Srebrenica e per il ruolo ricoperto nella guerra in Bosnia ed Erzegovina negli anni 90.

Milan Antonijević, avvocato specializzato in diritti umani di Belgrado, spiega come sia molto forte la propaganda mediatica in Serbia che giustifica l’operazione militare russa. “I cittadini sono disorientati. Sì, esiste anche un legame storico con la Russia, ma le manifestazioni che si sono svolte a Belgrado per dare sostegno al presidente Putin sono state messe in piedi da organizzazioni di destra”, dice Antonijević.
Anche i serbi hanno i loro traumi come i bosniaci, spiega la giornalista Jelena Petković di Belgrado. “Tutti noi viviamo ancora una volta quello che abbiamo già vissuto. Le immagini del dramma della guerra, i milioni di civili in fuga non hanno lasciato nessuno indifferente. Per noi è un doloroso ricordo di ciò che è accaduto nella nostra terra”, spiega Petković.
Jelena si occupa da anni delle indagini che riguardano i 20 giornalisti tra serbi e albanesi che sono stati sequestrati e uccisi dal 1998 al 2005 in Kosovo.

Questi crimini sono avvenuti nonostante l’arrivo delle forze Nato nel 1999 e il lancio di missioni internazionali che avrebbero dovuto garantire la pace e ristabilire la legge nello Stato, a seguito alla proclamazione dell’indipendenza del Kosovo avvenuta poco dopo la guerra. Oggi però per tutti questi casi di giornalisti scomparsi o uccisi non ci sono condannati, numerosi processi non sono mai stati avviati, altri sono stati ostacolati o chiusi.

“Mi si stringe il cuore a pensare che oggi assistiamo ancora una volta a crimini di guerra in Ucraina che avevamo pensato non sarebbero mai più successi -conclude Petković-. Soprattutto perché la strada verso la giustizia è troppo lunga, a volte non arriva mai. Questo lo abbiamo visto in Jugoslavia e oggi si ripete in Ucraina”.

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