Ambiente / Attualità

Il carbone della centrale di Tuzla in Bosnia e il ruolo di Intesa Sanpaolo

Continua nei Balcani l’espansione di “Tuzla 7”, uno dei progetti più inquinanti alle porte dell’Unione europea. Le Ong denunciano le conseguenze sulla salute e gli anni di vita persi a causa dell’impianto. Tra i suoi finanziatori anche la banca italiana. La denuncia di Re:Common

Le proteste contro la discarica di Bukinje a Nord-est di Tuzla, marzo 2020 © Center for Ecology and Energy

In Bosnia ed Erzegovina prosegue l’espansione della centrale a carbone di Tuzla. L’impianto industriale, uno dei più grandi dei Balcani e tra le principali fonti di inquinamento del Paese, è uno dei progetti “più devastanti e con significativi impatti sulla salute in fase di realizzazione alle porte dell’Unione europea”, denuncia l’associazione Re:Common. L’ampliamento della struttura da 715 MW, che comporta l’aggiunta di un’ulteriore unità alle sei realizzate tra gli anni Sessanta e Settanta, vede tra le banche finanziatrici anche Intesa Sanpaolo. Dal 2019 il gruppo italiano fa parte di un consorzio di istituti di credito europei -composto da NLB Banka e dalla russa Sberbank- che ha finanziato il 15% dei costi di costruzione di Tuzla 7 per un ammontare di 74 milioni di euro, mentre il restante 85% è a carico di China Exim Bank. Nell’aprile 2020 Intesa Sanpaolo aveva annunciato che non avrebbe più sostenuto nuovi progetti nel settore del carbone e, scrive Re:Common nel recente rapporto “Tuzla tra seta e carbone“, il contributo di fine 2019 “è stata un’attività ‘mordi e fuggi’, giunta prima del suono della campana”.

La storia di Tuzla 7 ha inizio nell’agosto 2014 quando la controllata bosniaca EPBiH firma un accordo con il gruppo China Gezhouba e con Guandong Electric Power Design -entrambe sussidiarie della China Energy Engineering Corporation- per la costruzione dell’unità “7” della centrale a carbone. Nel novembre 2017, durante il summit tra la Cina e i Paesi dell’Europa centro-orientale, China Exim Bank ha accordato al governo bosniaco un prestito per l’85% dei 720 milioni di euro previsti per la realizzazione della centrale a fronte della promessa di una garanzia totale da parte di Sarajevo. Un anno prima, nel 2016, Tuzla 7 aveva infatti ottenuto un nuovo attestato di conformità ambientale nonostante le denunce degli impatti sull’ambiente e sulla salute portate avanti da organizzazioni ambientaliste e della società civile. L’Ong locale Ekotim, denunciando alcune mancanze procedurali, aveva contestato il rinnovo presso il Tribunale di Sarajevo. Quest’ultimo aveva sostenuto che una Ong con base a Sarajevo non aveva il diritto di contestare un progetto a Tuzla. La Corte suprema del Paese deve ancora pronunciarsi.

L’espansione dell’impianto, che comprende anche una miniera a cielo aperto e una discarica giunta al massimo della sua capienza, rientra nell’agenda energetica della Bosnia ed Erzegovina, esportatore netto di elettricità, che insieme alla Serbia ha in programma di costruire nuove centrali a carbone, nonostante Paesi limitrofi come Montenegro e Kosovo le stiano chiudendo. Il rafforzamento del settore del combustibile fossile, favorito dai capitali cinesi come nel caso della China Exim Bank, è uno dei principali ostacoli per raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi del 2015 di limitare il riscaldamento globale entro i 1,5 gradi. La Bosnia, inoltre, è firmataria dell’Energy community treaty, trattato che si pone l’obiettivo di integrare i mercati energetici dei Paesi vicini all’Ue con quello unico europeo, oltre a prevedere importanti indicazioni in materia ambientale.

L’espansione della centrale a carbone non è allineata con il protocollo “Eu Best Available Techinques”, previsto dal trattato anche se non in modo vincolante, perché comporta emissioni di anidride solforosa, ossido di diazoto, polveri sottili e mercurio più elevate rispetto a quanto sarebbe permesso nell’Unione europea. Un rapporto sugli impatti causati dalle centrali esistenti di Tuzla e Banovići, commissionato dall’organizzazione ambientalista Center for Ecology and Energy di Tuzla, ha sottolineato che nel periodo 2015-2030 i costi legati alla salute ammonterebbero a 810 milioni di euro e gli anni di vita persi sarebbero 39mila. Uno studio realizzato nel 2019 dalla coalizione Europe Beyond Coal ha denunciato che l’inquinamento generato dall’impianto avrebbe causato 274 morti premature oltre a 500 casi di bronchite tra i bambini di Tuzla. “Abbiamo trovato concentrazioni molto elevate di mercurio e metilmercurio. Quando si trova metilmercurio nei capelli, significa che la persona è avvelenata”, è la denuncia di Abdel Ðozić, professore di ingegneria ambientale presso la facoltà di Tecnologia di Tuzla, in un video realizzato da Re:Common.

A contestare e contrastare l’ampliamento dell’impianto sono le comunità locali e le organizzazioni della società civile di Tuzla e Lukavac. Si oppongono anche all’uso della discarica di Šićki Brod che subentrerà all’attuale, quella di Bukinje, poiché ha esaurito la sua capacità di raccolta e si presenta come una sorta di lago di acque reflue e ceneri che si diffondono per chilometri. Secondo il Center for Ecology and Energy, minacciano di inquinare le falde acquifere dell’area. “Chiunque investa anche solo un euro per un’impresa del genere è complice”, è l’accusa rivolta ai soggetti che finanziano Tuzla 7 da Senad Isaković Roko, presidente dell’associazione eco-sportiva di Šićki Brod.

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