Ambiente / Reportage

Il futuro della Bosnia è nero. C’è troppo carbone nell’aria

Cinque centrali termoelettriche obsolete anneriscono il cielo, ma il governo non vuole chiuderle, erogando invece sussidi per mantenere aperte le miniere che le riforniscono. Reportage dalla Repubblica balcanica

Tratto da Altreconomia 223 — Febbraio 2020
La miniera di Banovici, nei pressi della città di Tuzla - © Marco Carlone

A Tuzla, in inverno, anche la neve è grigia. Dal belvedere di Kicelj, appena oltre i bordi del centro ottomano, il colore del cielo si mescola a quello dei palazzoni in cemento di epoca jugoslava. Verso la periferia, le cinque ciminiere della termoelektrana -la centrale termoelettrica più grande della Bosnia Erzegovina- lanciano in cielo volute di fumo grigio. Fin dai tempi dei romani, Tuzla è stata celebre per le sue miniere di sale: si chiamava Salinae. Oggi invece è famosa per i livelli record di inquinamento prodotti dalla combustione di un altro minerale: il carbone.

Stando ai dati dell’Energy Community, in Bosnia Erzegovina -un Paese di appena 3,5 milioni di abitanti- il 66% del fabbisogno di energia elettrica viene prodotto bruciando carbone in cinque centrali termoelettriche. Sono strutture obsolete e quasi interamente prive di dispositivi per la riduzione di agenti inquinanti come il diossido di zolfo, un gas dannoso per le vie respiratorie e uno dei principali componenti delle “piogge acide”. Se si esclude l’impianto di Stanari, inaugurato nel 2016, le altre quattro centrali hanno un’età media di 48 anni e sono il frutto di una pianificazione energetica risalente al dopoguerra.

Durante il periodo jugoslavo le autorità decisero infatti di concentrare in Bosnia gran parte dell’industria pesante e delle centrali, prevedendo che sarebbe stato più facile difenderle in caso di attacco esterno. L’aggressione venne però dall’interno e la Bosnia dal 1992 al 1995 si dissanguò in un conflitto intestino, che però non danneggiò gli impianti. “Dopo la guerra, il settore energetico divenne uno dei pochi comparti redditizi”, racconta Denis Žiško, coordinatore del programma per l’energia e il cambiamento climatico dell’Ong Cee (Centar za ekologiju i energiju). “Le centrali ci hanno permesso di diventare gli unici esportatori netti di energia dei Balcani occidentali. Ma tutto ciò ha un costo ambientale altissimo, che paga la popolazione locale”.

Denis Žiško, coordinatore del programma per l’energia e il cambiamento climatico dell’Ong Cee (Centar za ekologiju i energiju). Sullo sfondo la centrale a carbone di Tuzla – © Marco Carlone

Sebbene ogni anno la repubblica balcanica consumi solo lo 0,1% delle riserve mondiali di carbone, tre dei suoi cinque impianti producono il 25% di tutto il diossido di zolfo emesso sommando i Paesi dell’Unione europea e tutti quelli dei Balcani, come riporta lo studio “Chronic coal pollution” effettuato nel 2019 dall’Ong Heal. La sola termoelektrana di Ugljevik, una delle più recenti (33 anni di servizio), immette nell’atmosfera dosi di diossido di zolfo superiori a quelle emesse da tutte le centrali a carbone della Germania.

Quando arriva la stagione fredda, nei centri come Tuzla il cielo annerisce presto. I fumi della locale centrale termoelettrica da 715 MW, del traffico e dei riscaldamenti domestici a carbone rendono la città uno dei luoghi con l’aria più irrespirabile d’Europa. Secondo le rilevazioni dell’organizzazione internazionale Bankwatch, nel 2016 i livelli medi di PM 2,5 sono stati 6,5 volte superiori alla soglia di benessere raccomandata dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Nei periodi più critici, i medici consigliano di tenere i bambini in casa oppure di portarli fuori città almeno nei weekend a respirare aria pulita. Il 19 dicembre 2019 nell’ospedale cittadino ci sono stati 22 ricoveri infantili per disturbi dell’apparato respiratorio.

“Quando in città provi a dire che in futuro bisognerà chiudere l’impianto, molti ti rispondono ‘sei matta, non potrà mai succedere’” –  Mirha Husica, della Ong Alternativa

Ma Tuzla è solo l’esempio più noto della crisi ambientale che soffoca la Bosnia, non l’unico. Mirha Husica vive e lavora a Kakanj, una cittadina della Bosnia centrale dove sorge la centrale a carbone più vecchia del Paese (i lavori di costruzione del colosso sono iniziati nel 1947). Mirha fa parte di Alternativa, una Ong che cerca di sensibilizzare la cittadinanza sulla necessità della transizione energetica. “Quando in città provi a dire che in futuro bisognerà chiudere l’impianto, molti ti rispondono ‘sei matta, non potrà mai succedere’. Durante l’inverno, per giorni non si vede neanche il sole. È sempre pieno di smog”, spiega sconsolata. Osservata dall’alto, la vallata mostra tutte le sue cicatrici: un grande condotto squadrato parte dalla termoelektrana tagliando in due l’avvallamento. Si innesta dritto nella pancia della montagna, là dove si estrae il prezioso minerale.

La miniera di carbone di Stanari. Nella stessa località è stata inaugurata nel 2016 una delle cinque centrali termoelettriche bosniache – © Marco Carlone

Nonostante i costi sanitari e ambientali siano più intensi a livello locale, i danni della combustione da carbone non restano entro i confini degli Stati balcanici. Nel 2017 lo studio “Chronic coal pollution” dell’Ong Heal ha attestato che le 16 centrali a carbone dei Balcani occidentali causano ogni anno almeno 3mila morti premature, 8mila casi di bronchite infantile e altre malattie croniche; patologie che costano ai sistemi sanitari europei tra i 6 e gli 11,5 miliardi di euro. Di questi, l’Ue ne paga tra i 3,1 e i 5,8 miliardi. Gli impatti maggiori si registrano soprattutto nei Paesi limitrofi, Italia in primis: per il solo 2016 il report parla di almeno 570 morti premature in Serbia, 334 in Bosnia, 380 nella vicina Romania e 370 in Italia.

66% dell’energia elettrica in Bosnia viene prodotta bruciando carbone in cinque centrali termoelettriche

Per comprendere perché, a fronte di un quadro così compromesso, la Bosnia continui a procrastinare l’avvio della transizione energetica bisogna partire dalla sua complessa architettura politico-istituzionale. Lo Stato bosniaco è diviso in tre entità amministrative disegnate in base a criteri etnici dopo la guerra degli anni Novanta. Questa situazione crea un meccanismo di scatole cinesi per cui esistono tre aziende pubbliche elettriche, controllate rispettivamente dalla comunità bosgnacca, da quella serba e da quella croata. Le prime due possiedono centrali termoelettriche e miniere di carbone, mentre solo il recente impianto di Stanari appartiene a un’impresa privata. Il risultato è un quadro istituzionale disfunzionale, dove prevale il nepotismo e dilaga la corruzione: il clima ideale per far germogliare un groviglio di relazioni clientelari, prezzi calmierati ed equilibri politici.

“Dopo la guerra, per i partiti politici al governo il settore energetico divenne un ottimo bacino per distribuire posti di lavoro e assicurarsi voti”, spiega Žiško. Ma mentre le centrali garantiscono introiti grazie alle esportazioni di energia, le miniere, in forte stato di arretratezza, annaspano registrando debiti su debiti. La miniera di Ugljevik ha accumulato nel 2014 perdite per 5,5 milioni di euro, 9 milioni nel 2015 e 3,4 milioni nel 2017. L’impianto di Gacko, nel Sud del Paese, ha chiuso il 2015 con i conti in rosso per 13,5 milioni di euro (dati Bankwatch). “Le miniere riescono a sopravvivere solo grazie a generosi sussidi statali -continua Žiško- e tutto ciò è fatto per preservare la pace sociale, tenendo artificialmente bassi i prezzi dell’elettricità”. Secondo i dati dell’Energy Community, dal 2015 al 2017 lo Stato bosniaco ha erogato sussidi per 124,6 milioni di euro alle compagnie dell’energia, puntellando un’impalcatura economica che in un normale regime di mercato sarebbe crollata. Ciononostante, il governo bosniaco non sembra impegnato a elaborare piani alternativi per il futuro.

Nella vita Mirza Kušljugić è stato attivista, parlamentare, rappresentante permanente della Bosnia Erzegovina presso le Nazioni Unite. Oggi è professore alla facoltà di elettrotecnica dell’Università di Tuzla: “Per entrare in Unione europea la Bosnia sarà costretta a effettuare la decarbonizzazione”, afferma. “Non siamo condannati a essere sconfitti dalla transizione: abbiamo sole, vento, risorse idroelettriche. Dobbiamo ripartire da questo”. Lo Stato bosniaco continua però a spingere l’acceleratore sulle fonti fossili: sta pianificando due nuovi impianti da 350 e 430 MW, mentre per quattro centrali già esistenti sono stati approvati piani di allargamento delle unità produttive. Nel marzo 2019 il Parlamento della Federazione della Bosnia Erzegovina ha approvato la garanzia per un prestito da 614 milioni di euro da una banca cinese per la costruzione di una nuova unità da 450 MW nella centrale di Tuzla. Per il primo ministro della federazione, Fadil Novalić, il progetto “fornirà un mercato alle miniere di carbone locali e garantirà la produzione in futuro”. “Il problema è politico -sostiene il professor Kušljugić-, servirebbero soluzioni a lungo termine, ma la politica ragiona sul breve termine. Se vai a chiedere a politici, presidenti, primi ministri qual è la loro visione dell’economia per i prossimi vent’anni, e in base a quello quali saranno le prospettive del settore energetico, non riceverai alcuna risposta”, chiosa Kušljugić. “Se la transizione avverrà in condizioni di mercato, gli effetti sociali ed economici saranno decisamente più difficili da controllare”.

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