Economia / Opinioni

Coronavirus: il mito della Cina “fabbrica del mondo” e la paura del capitalismo senza limiti

Da Paese divenuto modello di economia “vincente”, senza il minimo rispetto delle libertà e il vantato strapotere negli accordi bilaterali, la Cina rischia oggi di scontare tutte insieme le paure circa la natura oscura dei processi decisionali e le diffidenze per la mancanza di veri controlli. Il pericolo delle epidemie rimette così paradossalmente in gioco un insieme di valori che pareva desueto e dannoso. L’analisi di Alessandro Volpi

© Rade Šaptović - Unsplash

Di fronte all’esplosione dell’epidemia del nuovo virus si è riunito, a più riprese, il Comitato centrale del Partito comunista cinese per adottare i provvedimenti necessari. In poche ore, il presidente Xi Jinping ha deciso di sigillare oltre 56 milioni di cinesi, creando la più grande area di quarantena mai conosciuta nella storia, e ha deliberato la costruzione di un super ospedale di 25mila metri quadrati da realizzarsi in dieci giorni. Sono seguiti giganteschi blocchi alla circolazione, divieti alla celebrazione delle festività, chiusure di interi comparti e una serie di misure volte a contenere la diffusione dell’epidemia, con forti limitazioni delle libertà personali. Verrebbe da dire, la forza dell’autocrazia. Nel frattempo però, fino a che l’epidemia non ha assunto dimensioni vastissime, la televisione di Stato ha relegato la notizia del virus dopo la celebrazione della visita di Xi a una remota provincia dell’impero e i mezzi di informazione glissavano sulla situazione, evitando con cura di citare il virus in prima pagina e nei principali siti, come è noto oggetto di ferrea vigilanza. Il comunicato ufficiale dello stesso Comitato centrale, poi, esortava in modo particolare la popolazione a “rafforzare la leadership centralizzata e unificata del Partito”, non facendo mancare il proprio convinto e fedele sostegno alle autorità dello Stato-partito; la disciplina viene, infatti, nella ben oliata ideologia del plenum cinese prima di qualsiasi altro valore e persino le durissime misure di quarantena paiono orientate a dimostrare al Pianeta la saldezza del regime.

Alla luce di ciò è evidente che le vecchie e malandate democrazie, forse, sono ancora la migliore forma di governo e la loro forza discende proprio da una credibilità tuttora viva, estranea ai regimi troppo spesso glorificati per le loro performance economiche. Nei prossimi mesi è probabile che dalla Cina, oltre alle persone, non potranno più uscire merci fino a oggi molto competitive e, in tale scenario, non saranno i dazi dell’amministrazione Trump a dominare i mercati ma la capacità europea di trasmettere sicurezza; una sicurezza frutto, appunto, della trasparenza e della democrazia. In questo senso esisterà uno stretto legame tra il diffondersi dell’epidemia e lo stato dei rapporti commerciali cinesi con l’estero. La Cina, da Paese divenuto rapidamente un modello di economia “vincente”, così da far dimenticare spesso i propri limiti in termini di rispetto delle libertà e da risultare in grado di imporre condizioni chiaramente a proprio favore negli accordi bilaterali, rischia di scontare tutte insieme le paure circa la natura oscura dei processi decisionali e soprattutto le diffidenze in merito alla mancanza di veri controlli. In altre parole, uno degli elementi di forza del “capitalismo di Stato” dell’ex impero celeste è stato rappresentato dalla sostanziale assenza di vincoli ambientali, sanitari e sociali troppo stringenti. L’abbattimento del costo della manodopera, lo spostamento di intere popolazioni per lasciare spazio a siti produttivi, la scarsa attenzione alla qualità dell’aria e delle acque, le carenze nelle verifiche alimentari sono stati, per un ventennio, gli elementi che hanno fatto della Cina, insieme alla sua sterminata popolazione, il luogo ideale per realizzarvi la “fabbrica del mondo”. Ora lo sviluppo del Coronavirus, che spaventa proprio per le dimensioni demografiche del focolaio e per i timori nei riguardi di un regime per cui appare prioritario il mantenimento del consenso attraverso una costante opera di propaganda, mette a nudo le inefficienze politiche di un sistema votato all’efficienza, smontando in un attimo un intero modello.

Già nel 2003, in occasione dell’epidemia di Sars, si ridusse in maniera significativa l’apporto delle esportazioni al Pil cinese e il danno economico complessivo fu stimato nell’ordine del centinaio di miliardi di dollari. Allora l’interrelazione e gli scambi della Cina con il resto del mondo erano decisamente più limitati di oggi e dunque gli effetti attuali potrebbero essere ben più pesanti. Ciò significherà una serie di criticità non solo per la Cina, ma per tutte le economie ormai in relazione con essa. Tuttavia, pur nelle difficoltà, si aprirà uno spazio di mercato che dovrà, almeno per un certo periodo, essere occupato, rispetto al quale saranno favorite le realtà dove la certezza delle condizioni sanitarie e igieniche risulterà più solida. I costosi standard europei, in situazioni “normali”, fonte purtroppo di minore competitività delle imprese, diverranno l’atout vincente e dovranno essere ben utilizzati per sconfiggere anche la concorrenza statunitense, certo meno attenta al principio di precauzione tipico del Vecchio continente. Il pericolo delle epidemie rimette così in gioco un insieme di valori che pareva desueto e dannoso: la paura, forse anche un po’ irrazionale, diventa lo strumento che spinge a sottomettere i processi di sviluppo a regole che non sono dettate solo dal profitto. I mercati tendono, di fronte alle epidemie, a perdere i caratteri del capitalismo e a riconquistare una loro autonomia in cui la tutela delle persone appare primaria, soprattutto se diventa il tema centrale degli immaginari collettivi.

Università di Pisa

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