Esteri / Opinioni

La Cina alla guida del sistema finanziario mondiale

La crisi dell’Europa, il solipsismo degli Stati Uniti e le fragilità irrisolte dei Paesi emergenti consegnano il primato a Pechino, divenuto il più grande attrattore di risorse dalle altre parti del Pianeta. Mentre il colosso cinese Hna Capital perfeziona la scalata di Deutsche Bank. L’analisi di Alessandro Volpi

© European Union 2014 - European Parliament
© European Union 2014 - European Parliament

In Europa è in corso una dura stagione elettorale, destinata a rivelarsi cruciale per il futuro del Vecchio Continente e animata da toni decisamente ruvidi. Questa asprezza è resa ancora più accentuata dalle conseguenze della Brexit che sta assumendo, sempre più, i caratteri della resa dei conti fra Unione europea e Inghilterra, dal cui esito dipendono la sopravvivenza dell’idea stessa di mercato comune e il permanere di un equilibrio, ormai consolidato da tempo, delle relazioni internazionali.

Dai risultati delle urne, nei prossimi due anni, può davvero discendere così la disarticolazione dello storico tessuto connettivo  di un’area decisiva per le sorti del Pianeta, già contraddistinto dalla profonda delegittimazione delle principali istituzioni internazionali, dall’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) alle Nazioni Unite, passando per i grandi accordi e le organizzazioni regionali. Stanno sparendo, velocemente, le sedi di “concertazione globale” , in grado di costruire mediazioni e compromessi complessivi, che sono sostituite dal ritorno degli Stati nazionali, sorretti da retoriche sovraniste e autarchiche. In questo scenario sarà per multi versi inevitabile una nuova e più forte “cinesizzazione” mondiale. Solo la Cina sembra infatti nelle condizioni, pur con alcuni affanni, di assumere un ruolo centrale in uno scacchiere popolato da pedine più o meno azzoppate; gli Stati Uniti di Donald Trump paiono avvolti nelle fumosità e nelle contraddizioni di una strategia economica dove la parola d’ordine della rivoluzione fiscale minaccia radicalmente la reale capacità di tenuta della più attrezzata economia del mondo, abbagliata da dati poco credibili sulla fine della disoccupazione, mentre gli altri Paesi emergenti, dalla Russia di un affaticato Putin, all’ormai incomprensibile Brasile, non hanno né gli strumenti né la visione per svolgere un ruolo internazionale di vero rilievo.

Ben diverse sono invece le capacità e le potenzialità cinesi come dimostra qualche numero anche solo superficiale. Nel primo trimestre di quest’anno l’economia della Cina è cresciuta del 6,9%, con un incremento degli investimenti pari al 9,2%. Gli investimenti esteri nel Paese sono lievitati del 53,7% nel corso del 2016, facendo della Cina il più grande attrattore di risorse dalle altre parti del Pianeta a cui si abbina un altro record costituito dal maggior numero di brevetti registrati in un anno che sono risultati oltre 500mila. Un significativo rialzo, durante gli ultimi due anni, hanno conosciuto i consumi interni, garanzia di una minore dipendenza dai mercati esteri e in grado di fornire un contributo alla crescita del Pil pari al 71%. Alla luce di simili cifre generali appare evidente che la Cina sia la potenza con le migliori chance per imporsi nei prossimi anni, come del resto testimoniano alcuni fatti più specifici, ma decisamente eloquenti. Le ultime settimane hanno visto il compiersi della scalata da parte del colosso cinese Hna Capital di Deutsche Bank, di cui è diventato, a sorpresa, il primo azionista e, più o meno contemporaneamente, alla Borsa di Hong Kong, la conglomerata Tencent è divenuta la prima società cinese ad aver superato i 300 miliardi di dollari di capitalizzazione; due segnali della capacità dell’ex impero celeste di essere un pivot determinante, incardinato nei gangli vitali del sistema finanziario mondiale. Forse non è irrilevante ricordare che proprio Deutsche Bank è stata una delle principali finanziatrici delle imprese di Trump, che deve all’istituto tedesco ancora 300 milioni di dollari, coperti da garanzie personali.

Questa centralità è altrettanto tangibile nell’ambito dell’economia “reale”, come conferma il varo del gigantesco progetto One Belt One Road, che consiste nello stanziamento di centinaia di miliardi di dollari per realizzare due “nuove” Vie della Seta, una terrestre e una marittima, grazie alla quali la Cina diventerà il cuore strategico di un Continente asiatico decisamente allargato, collegato ad una rete di 65 Paesi, comprese varie realtà europee, tra cui far circolare merci e capitali. La piena consapevolezza cinese della proprie prospettive è testimoniata poi dalla dura stretta bancaria posta in essere delle autorità monetarie che ha lo scopo di sgonfiare ogni possibile ipotesi di bolla speculativa; una stretta così marcata che ha provocato una rapida flessione dei prezzi del petrolio e delle materie prime a livello mondiale. La crisi dell’Europa, il solipsismo degli Stati Uniti e le fragilità mai risolte dei Paesi emergenti consegnano dunque alla Cina un primato che già è emerso al recente vertice di Yokohama, dove la stessa Cina, insieme a Giappone e Corea del Sud hanno affermato la volontà di dar vita alla più forte area economica del mondo; le differenti forme politiche, le diverse appartenenze internazionali e persino le radicali distanze culturali sembrano pesare sempre meno tra questi tre partner a conferma della sempre più palpabile inconsistenza della dimensione politica dei processi mondiali, dove si rafforzano le geografie aliene dai populismi.      

Università di Pisa

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