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“Che cosa ci ha insegnato la pandemia? Niente”. Lettera da un infermiere di Bergamo

Giuseppe Saragnese lavora all’ospedale Papa Giovanni XXIII e ha vissuto gli effetti dell’epidemia. Sa che cosa significa “ospedalizzare il Covid-19”. “Non pensavo che ci saremmo ritrovati di nuovo al punto di partenza”. È mancata una coordinata e lungimirante risposta delle istituzioni, dentro e fuori gli ospedali, denuncia

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Sono un infermiere dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo dal 1986, lavoro nell’unità operativa di senologia. Non pensavo che dopo tutti questi mesi ci saremmo ritrovati di nuovo al punto di partenza. In Lombardia, dove è stato attivato appena il 21% dei posti di terapia intensiva aggiuntivi previsti, si sta di nuovo ospedalizzando il Covid-19. Come è stato possibile?

Giudico irrilevante e sciagurata la politica sanitaria della Regione: la medicina territoriale è ancora ferma perché mancano quelle unità sanitarie (Usca) che avrebbero dovuto svolgere un’azione di cura fuori dagli ospedali.

Scrivo da un ospedale dove al 25 ottobre 2020 la situazione non è ancora così drammatica come nei mesi scorsi o come oggi lo è ad esempio a Milano città e provincia. Ci stiamo preparando, ovviamente, mettendo a disposizione nuovi posti di terapia intensiva e sub-intensiva.
So però che cosa significa dover rinunciare alla cura dei pazienti cronici, fragili o affetti da patologie tumorali a causa del fatto che le strutture ospedaliere vanno in sofferenza. Solo da poco qui a Bergamo avevano ripreso le attività di degenza e chirurgia. Fino all’estate infatti nel mio reparto erano garantiti di nuovo solo gli interventi al seno per donne con patologie tumorali, quelli non urgenti erano stati tutti posticipati. È questo quello che succede quando un ospedale diventa quasi totalmente dedicato a pazienti Covid-19: le sale operatorie e i prericoveri si fermano (a Bergamo al momento non ancora), ambulatori allo stremo con visite che non riescono e non riusciranno a smaltire. È inevitabile se non si fa nulla o troppo poco, ma avevamo già vissuto le conseguenze.

Che dire del personale sanitario, gli “eroi” della “prima ondata”: non è stato minimamente salvaguardato, tanto meno economicamente. A noi infermieri non servono premi temporanei ma un rinnovo contrattuale che ci porti a un livello di stipendi europeo e con un alto riconoscimento professionale. Sotto il profilo sanitario posso solo dire che dopo i test sierologici effettuati nel mese di maggio, nessun altro controllo sanitario ci è più stato fatto. D’accordo, “avremo gli anticorpi”, come ci viene detto, ma segnalo che in estate in parecchi hanno “fatto le ferie”, viaggiato e avuto numerosi contatti.

Guardo indietro e mi chiedo che cosa ci abbia insegnato la pandemia? Niente. In questi mesi sono cresciuti i “negazionisti”, sdoganati anche da medici “televisivi” come Alberto Zangrillo e Matteo Bassetti. E mentre la medicina territoriale è rimasta al palo oggi vengono adottate misure emergenziali come in ultimo il cosiddetto “coprifuoco” dalle 23 alle 5 o bloccate le attività sportive dilettantistiche (e forse anche quelle scolastiche tra poco). Ma la colpa è dei bambini e dei ragazzi che fanno la loro sacrosanta attività sportiva?

Sono rimaste del tutto inascoltate le circostanziate proposte avanzate a settembre 2020, davanti alla recrudescenza epidemica autunnale prospettata dall’Organizzazione mondiale della sanità, da parte di centinaia di medici e infermieri di Bergamo e della Lombardia che hanno partecipato in prima persona alla gestione dell’epidemia a partire da febbraio. Nella lettera aperta che segnalo all’attenzione dei lettori e che si può ancora sottoscrivere si diceva proprio questo: “Siamo preoccupati […]. Lo scenario prevedibile sarà caratterizzato da un notevole aumento di richieste di prestazioni e di azioni sanitarie. Il rischio è che l’intero sistema venga messo ancora una volta sotto stress estremo, ritardando la cura di altre patologie”.

E ancora: “Per arrivare ad una gestione efficace e ordinata degli eventi non può bastare la sola disciplina della popolazione, che ci ha consentito di uscire dalla fase di crisi e di immaginare una nuova normalità, ma serve una coordinata e lungimirante risposta delle istituzioni preposte”. Guardate invece che cosa sta succedendo.

Le azioni proposte devono essere messe in campo dentro e fuori gli ospedali. Per quanto riguarda quelle “intraospedaliere”, solo per citarne alcune, si tratta di ridurre le liste di attesa di pazienti cronici oncologici ed elettivi, creare percorsi rapidi per condurre precocemente in gestione extraospedaliera i pazienti Covid-19 e tenere i casi lievi o moderati fuori dall’ospedale, finché possibile.

Fuori dagli ospedali era ed è necessario sostenere una capacità diagnostica che consenta un tempo massimo per l’accertamento virologico e la comunicazione del risultato di ogni sospetto Covid-19 entro 24 ore, su tutto il territorio nazionale. E poi creare una vera rete integrata e coordinata di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta con una regia centralizzata, istituire cliniche mobili che possano spostarsi in presenza di cluster epidemici, rendere effettiva da subito con una regia delle Agenzie di tutela della salute (Ats) la presenza dell’infermiere di comunità per pazienti fragili del territorio, nelle cui liste inserire pazienti Covid-19 convalescenti e a rischio aumentato di sviluppare un’infezione Covid-19 correlata. Potrei andare avanti a lungo perché l’elenco è dettagliato.

Concludo però questo sfogo appellandomi a tutti i medici, infermieri, tecnici di radiologia e di laboratorio, operatori socio-sanitari. Mobilitiamoci: rivendicare i nostri diritti in questo momento significa rivendicare una sanità pubblica qualificata al servizio dei cittadini.

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