Cultura e scienza / Intervista

Franco Brevini. L’immaginario multiforme della neve

Da simbolo di privazione a motivo di ispirazione per poeti e artisti. Com’è cambiata la “bianca signora dell’inverno” secondo il professore di Letteratura

Tratto da Altreconomia 222 — Gennaio 2020
Franco Brevini

“Questo libro è l’opera di due autori che si agitano in me. Da una parte c’è lo studioso, il ricercatore, che è abituato a muoversi nel mondo scientifico, dall’altra c’è l’alpinista, il viaggiatore che da cinquant’anni a questa parte ha conosciuto la neve, prima quella delle Alpi e poi anche quelle polari, nell’Artico, in Groenlandia”. Franco Brevini è professore associato di Letteratura italiana all’Università di Bergamo e per Il Mulino ha appena pubblicato a fine 2019 “Il libro della neve. Avventure, storie, immaginario”, un volume di 464 pagine frutto di due anni e mezzo di lavoro, ricco di illustrazioni che spaziano dall’arte al cinema, dalla pubblicità alla fotografia. Il libro ha alle spalle una lunga gestazione, “una vita dedicata all’esperienza della neve a diversi livelli – racconta Brevini -: sono partito dalla sfera dell’immaginario, e mi sono domandato com’è mutato ciò che la neve rappresenta nella cultura occidentale, com’è cambiata l’immagine della neve.
Una materia, apparentemente emblema dell’effimero perché la neve si scioglie al sole, che è stata da sempre carica di molteplici significati. Il libro ne mostra la stratigrafia, spaziando dalla letteratura alla storia dell’arte, dalle guerre alle esplorazioni, dallo sport fino alla scienza, per finire con i dialetti e la linguistica”.

Ognuno, scrive, ha esperienza della neve, una memoria.
FB La neve non è la pioggia ma una materia particolare, spesso associata all’incanto dell’infanzia, carica di valori emotivi. Da lì inizia un viaggio di scoperta, che ho compiuto per primo. Faccio un esempio: la neve è stata un emblema della labilità, ma scopriamo che garantisce una continuità nel tempo, con le carote di ghiaccio scavate in Artico che ci restituiscono le caratteristiche del clima sulla Terra di milioni di anni fa, o il Deposito globale di semi delle Svalbard, cui viene anche affidato l’archivio del patrimonio genetico tradizionale. Neve è anche l’immagine seduttiva della donna, la cui pelle gareggia con lo splendore dell’avorio, e il suo contrario, il livido pallore della morte. Questa polisemia, questa ricchezza di significati, mi sembra una delle cose più interessanti: per i pittori olandesi la neve era l’ingrediente di un grande teatro sociale, un grande palcoscenico, e per gli impressionisti era la testimonianza che in natura il bianco non esiste. Per gli scrittori, la neve è la materia della magia dell’incanto, ma anche di qualcosa di inerte.

Quando cambia la percezione sociale della neve?
FB Alla fine del Settecento: per secoli neve è  stata uguale a disagio, a sofferenza. Vivere nella neve significava avere i piedi bagnati e freddi. Da quel momento, invece, c’è lo sdoganamento dei nuovi paesaggi artici o montuosi e la neve diventa lo sfondo di avventure nuove che culminano negli sport invernali. La neve viene sdoganata e si va a cercare ciò che prima era considerato il “crudo verno”.

“Per i pittori olandesi la neve era l’ingrediente di un grande teatro sociale. Per gli scrittori la neve è la materia della magia dell’incanto”

Prima del boom degli sport invernali, però, la neve è teatro di guerre.
FB Con la Prima Guerra Mondiale anche il mondo occidentale sperimenta la guerra combattuta sulla neve. Ma un’opera fondamentale, scritta a metà del Cinquecento, l’“Historia de gentibus septentrionalibus” di Olao Magno, racconta come combattono i popoli nordici, avvelendosi di soluzioni tattiche e militari consentite dalla neve e dal ghiaccio. La neve era già nella storia di Annibale, con la leggendaria traversata delle Alpi del Duecento a.C., e con Napoleone. Con la Grande Guerra si è andati a combattere in alta montagna, occupandola; i soldati ci vivono per anni. Fino ad allora non si sapeva nemmeno se l’uomo fosse in grado di sopravvivere a determinate condizioni. Poi c’è stata la campagna di Russia, con la ritirata degli Alpini. E ancora oggi indiani e pakistani combattono per il controllo del ghiacciaio Siachen, nel gruppo dell’Himalaya, tra i 5 e i 6mila metri sul livello del mare.

Che cosa rappresenta lo sci nella storia della montagna e della neve?
FB Lo sci è la sola attività in grado di mantenere la gente in montagna. Solo dove viene praticato non assistiamo all’abbandono. Lo sci ha fatto sì che le Alpi siano il secondo polo per ricchezza in Europa, dopo le città metropolitane. Nessuno impedisce che possa essere affiancato da altre attività, ma non possiamo pensare che sia finito. Anzi, è un settore molto vitale che non cresce solo per ragioni economiche: è costosissimo, deve diventare più accessibile. Rappresenta però un’esperienza totale, non come il calcio o il tennis. Credo che anche gli impiantisti abbiano fatto passi verso una sensibilizzazione ai valori ambientali: se devastano l’ambiente, come è stato fatto in passato, compromettono il proprio lavoro, perché oggi serve un atteggiamento rispettoso, altrimenti gli sciatori non scelgono più un comprensorio.

La cosa che mi interessa di più, e a cui ho cercato una risposta nel libro, è un’altra: perché lo sci, che si praticava da secoli nel Nord Europea, fino alla fine dell’Ottocento non era mai uscito da lì? Perché gli sci erano rimasti un attrezzo contadino, in Norvegia, in Finlandia, nella Russia settentrionale, ed è solo grazie alle Alpi che diventano un fenomeno mondiale? Questa era la vera domanda, che non aveva ancora una risposta, storicamente fondata. Nel libro dò la mia. S’incontrano due aspetti: la prima è la scoperta della montagna,  dell’ambiente alpino come nuovo territorio di pratica sportiva, che c’era già stata con l’alpinismo; la seconda è l’esperienza del tempo libero. Lo sport diventa esperienza per la nuova classe borghese sulle Alpi e trasforma la percezione di questo strano attrezzo.

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