Cultura e scienza / Intervista

Paolo Verzone. La scienza fotografata

Il fotografo premiato con il World Press Photo, dal 2015 è stato tre volte alle isole Svalbard, in Norvegia, per un progetto su un centro di monitoraggio ambientale sull’Artico

Tratto da Altreconomia 219 — Ottobre 2019
Jürgen Graeser, tecnico responsabile delle misurazioni meteorologiche e di altro tipo presso l’osservatorio atmosferico della stazione franco-tedesca di Ny-Ålesund nelle Svalbard. Usa un pallone frenato (soprannominato “Miss Piggy”) per misurare il vento - © Paolo Verzone

Sulle isole Svalbard i confini non esistono. “Se la comunità internazionale fosse coesa e così propensa a condividere le proprie scoperte e conoscenze, come lo sono i ricercatori di tutto il mondo che ho incontrato nella base di Ny-Ålesund, il mondo sarebbe un posto migliore”. Paolo Verzone è uno dei maggiori fotografi italiani, premiato con il World Press Photo nel 2000, 2009 e 2015, e da allora è tornato tre volte alle isole Svalbard, ultimo lembo di terra prima del Polo Nord nello Stato norvegese, sede di un centro di monitoraggio ambientale e di ricerca internazionale sull’Artico. È una sorta di laboratorio a cielo aperto e quindi adatto alle indagini scientifiche: in un contesto praticamente non antropizzato, ogni variazione è chiaramente visibile e quantificabile. “Ho incontrato persone che parlano la stessa lingua, quella della scienza. Sono almeno trent’anni che parlano del climate change e ci dicono che le soluzioni ci sono e sono parecchie: il loro lavoro, però, non è decidere, ma offrire dati affinché la politica possa decidere”.

Il progetto di Verzone, ancora in corso, si chiama “Arctic Zero”, ed è stato esposto in anteprima fino al 29 settembre al festival internazionale di fotografia Cortona On The Move (cortonaonthemove.com), dove il fotografo torinese -che oggi vive tra Barcellona e Parigi, membro dell’Agence VU- è stato protagonista di una conversazione -“Humans and landscape: what are we doing?”, Esseri umani e paesaggio: che cosa stiamo facendo?- insieme al collega inglese Simon Norfolk.

Che umanità ha incontrato alle Svalbard?
PV Un mondo intero che si muove al di là delle frontiere che noi immaginiamo e che ci offre dei dati che sta a noi interpretare per agire. In quel contesto ho trovato anche le ultime possibilità per l’uomo di vivere solo attraverso le proprie emozioni e i propri sensi: il nostro corpo, dopo alcuni giorni, si muove più velocemente, l’occhio vede più lontano, l’orecchio sente molto meglio, anche rumori impercettibili. Ci adattiamo a un ambiente ostile, l’Artico, e il corpo tira fuori caratteristiche che non sappiamo più di avere. Fin dal primo giorno ti accorgi che tutti i sensi sono ripartiti.

Jean Charles Gallet, glaciologo dell’Istituto Polare Norvegese, effettua alcuni campionamenti per determinare la quantità di carbonio nero presente nella superficie del manto nevoso, nella base di ricerca di Ny-Ålesund – © Paolo Verzone

   

Come si svolge la vita quotidiana alla base?
PV Ogni giorno ha una serie di rituali, gesti che si ripetono e che hanno grande valenza scientifica, ma anche estetica. Tre volte al giorno, ad esempio, fanno volare un grande pallone con sonde e hanno appena un quarto d’ora per lanciarlo: la preparazione è un momento di bellezza e mistero, una sorta di cerimonia perché per calibrare gli strumenti devono andare in una specie di nicchia. Quei “palloni”, però, ci offrono informazioni preziose, giorno per giorno, sullo stato del Pianeta.

Sono gesti estremamente limitati, apparentemente banali, quelli che compiono, e però fondamentali. Mi ha colpito la compresenza di high-tech e low-tech, che si mescolano come in pochi posti al mondo. Da una parte c’è un ricercatore che fa dei prelievi di neve, che viene spedita in Germania per essere analizzata: è una specie di gioco folle e la neve raccolta diventa quasi un oggetto sacro. Dall’altra, c’è un laser che va su per quasi trenta chilometri, fino allo spazio, e la Climate Change Tower che in simultanea offre informazioni su inquinamento, pressione aerea e purezza, un progetto italiano portato avanti dal Cnr.

Una visione aerea della base artica di Ny-Ålesund – © Paolo Verzone

Sono resilienti, gli abitanti delle Svalbard?
PV Tutte le regole rispondono al paesaggio e alla collocazione geografica del luogo, dove nessuno avrebbe mai pensato di vivere fino alla scoperta di miniere, all’inizio del Novecento. L’ambiente ti detta le sue condizioni: la parola chiave nell’Artico è adattarsi, sempre. La capacità è anche quella di adattare la propria agenda quotidiana. Osservarli offre una lezione su più livelli: insegna, ad esempio, a essere più autonomi. Perché siamo ormai abituati a una società in cui tutto è a portata di mano.

Come opera in un contesto del genere un fotografo?
PV Sono arrivato la prima volta per caso, per un assignement casuale di Le Monde. Nell’Artico il fotografo deve fare molta attenzione alla seduzione del bello: tutto sembra talmente pazzesco che scatti qualunque roba, anche una casetta con un paesaggio misterioso intorno. Non bisogna cedere alla tentazione, selezionare, studiare. L’Artico è un territorio che dal punto di vista geopolitico è stato importante e lo sarà ancora di più, perché si sono aperte alcune rotte commerciali. Per questo ho immaginato di lavorare a un progetto di ampio respiro, partendo dalla scienza.

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