Ambiente / Intervista

Stefano Unterthiner. Fotografare il clima che cambia

Con i suoi scatti fa conoscere al mondo la vita degli animali selvatici, l’ambiente in cui vivono e la loro fragilità. “Le immagini da cartolina fanno sognare, ma ingannano. Credo sia arrivato il momento di denunciare quello che non va”

Tratto da Altreconomia 216 — Giugno 2019
© Stefano Unterthiner

“Sono vent’anni che faccio questo mestiere, ma ancora non so se le mie fotografie siano state di una qualche utilità”. Stefano Unterthiner, 48 anni, gira il mondo per raccontare la vita degli animali selvatici, l’ambiente e la loro fragilità. È uno dei più acclamati fotografi di natura: i suoi scatti vengono pubblicati con regolarità sul National Geographic, e premiati nel celebre concorso internazionale Wildlife Photographer of the Year. Il dubbio su quanto la fotografia possa realmente aiutare l’ambiente, però, non lo abbandona mai. “Sono nato nel 1970, da allora la popolazione umana è più che raddoppiata, mentre quella della fauna selvatica è diminuita del 60%. Decenni di comunicazione e divulgazione cosa hanno portato? Certamente hanno prodotto una maggiore sensibilità nei Paesi occidentali, ma laddove la biodiversità sta scomparendo non è cambiato nulla. Anzi, il consumismo anche in quei luoghi continua a crescere e la natura a retrocedere. Oggi sembra che la verità sia quella che ci arriva dai social media. In tanti, come Leonardo DiCaprio, provano anche a scuotere le coscienze su Instagram o Facebook intorno alle questioni ambientali.
Ma cosa resta? I social raggiungo milioni di persone, ma in maniera superficiale: i messaggi forti, le immagini con una storia, finiscono per essere dimenticati in un mare di altri post e fotografie senza alcun valore. Nel frattempo, in vent’anni di viaggi ho visto il Borneo scomparire un pezzo dopo l’altro”.

Ci racconti il tuo percorso di fotografo naturalista?
SU Sono nato in Valle d’Aosta e ho cominciato a girare in montagna a 15 anni con mio zio e il suo migliore amico, un guardiaparco del Gran Paradiso, entrambi grandi appassionati di natura e fotografia. Ho scoperto che mi piaceva conoscere gli animali e stare fuori a fotografarli. La sfida di allora era riuscire a scattare un’immagine migliore di quella fatta in precedenza, qualcosa di cui andar fiero. Poi mi sono laureato in scienze naturali e ho preso un dottorato in zoologia in Scozia. Credevo fosse la ricerca universitaria il modo per riuscire a stare a contatto con la natura, ma ho presto scoperto che preferivo fotografare e raccontare storie. Avevo cominciato a realizzare già allora qualche reportage per alcune piccole riviste, e ho deciso di provarci fino in fondo e vedere cosa sarebbe successo. Mi è andata bene.

“On assignment”, il libro di Stefano Unterthiner. Un’avvincente testimonianza che ci invita a scoprire il mondo della fotografia, ma anche a riflettere sul nostro rapporto con la natura e le altre specie. Edizioni Ylaios (2019), 180 pagine, 132 fotografie a colori (42 euro)

Nella costruzione di un’immagine ha più peso la tua idea di partenza o il caso?
SU Uno dei processi più stimolanti è immaginare una fotografia, magari anche molto ambiziosa, e poi inseguirla, anche per giorni o settimane, provando a realizzarla. Mi è successo, per esempio, con un varano di Komodo che si nasconde tra la vegetazione al tramonto, o in Giappone con un gruppo di cigni nella tempesta di neve. Lavoro però in natura e con animali selvatici, e so che non sempre l’immagine sognata è realizzabile. Invece può succedere che la fortuna ti venga incontro in maniera inaspettata. Forse il caso più incredibile mi è accaduto nell’arcipelago sub-antartico di Crozet, nell’oceano Indiano. In quello scatto è ritratto un maschio di orca che nuota in un mare in tempesta a pochi metri dalla riva, e in primo piano una fila di pinguini reali spaventati dalla presenza del predatore. Non avrei mai potuto immaginare una foto simile. Tutto è successo quasi per caso. Quella mattina non volevo nemmeno uscire dalla base, a causa del tempo pessimo. Una chiamata via radio mi avvisò della presenza delle orche. Corsi a riva e cominciai a scattare, mentre davanti a me accadeva di tutto. E ancora oggi ringrazio mia moglie Stéphanie, che si precipitò per aiutarmi nel momento in cui esaurii le schede memoria: devo anche a lei essere riuscito a realizzare quello scatto. Ecco, per quell’immagine hanno contribuito tanti fattori, ma in fondo è sempre così: ogni fotografia è un equilibrio fra quello che vuoi, quello che riesci a fare e un pizzico di casualità.

“La natura fa stare bene. Anzi, più la natura è selvaggia, più ci rende profondi, sensibili, attenti, introspettivi: si ha il tempo di pensare, di ‘sentire’ di più. Può essere doloroso ma porta serenità”

Dopo migliaia di ore trascorse in solitudine nella natura c’è qualcosa che credi di avere scoperto?
SU Che la natura fa stare bene. Anzi, più la natura è selvaggia, più ci rende profondi, sensibili, attenti, introspettivi anche: si ha tempo di pensare, di “sentire” di più, può essere un processo doloroso talvolta, ma porta serenità e a un maggiore equilibro. È un insegnamento semplice, ma pare che oggi abbiamo dimenticato quello che la natura è capace di darci, se solo abbiamo tempo e pazienza per ascoltarla. È quello che cerco di fare con la mia fotografia: avvicinare l’uomo alla natura. Anche raccontando storie difficili. Ho provato a farlo, per esempio, con il mio lavoro sui cinopitechi, una specie endemica dell’isola indonesiana del Sulawesi. Quel progetto è iniziato con uno scatto che ritrae un giovane maschio dalla buffa espressione. È un’immagine che ha avuto un grande successo mediatico e mi ha permesso, anni dopo, di tornare in Sulawesi per il National Geographic. Ho realizzato un reportage in cui mostro come la deforestazione e il bracconaggio stiano portando la specie all’estinzione. Il mio lavoro ha avuto il merito di far conoscere la specie al grande pubblico e spero di aver contribuito a generare anche qualche ricaduta positiva per le comunità locali. Purtroppo le foreste dell’Indonesia continuano a essere distrutte per fare posto a terreni coltivabili. Soprattutto piantagioni di palma da olio, che viene poi utilizzato dalle multinazionali per i dolcetti che ci piacciono tanto.

Nella penisola settentrionale di Sulawesi, i macachi neri (Macaca nigra) vengono cacciati per la carne e minacciati da un habitat in contrazione – © Stefano Unterthiner

Come si può rendere più penetrante il racconto della natura oggi?
SU Credo stiamo sbagliando il modo in cui cerchiamo di comunicare. Prendiamo il cambiamento climatico, per esempio: finora è stato sempre divulgato in maniera estremamente didattica, facendo anche un po’ di “terrorismo”. Vengono elencati dati che parlano di trasformazioni epocali, già in atto, ma le cui conseguenze, per la maggior parte della gente, saranno pienamente tangibili soltanto in un futuro non del tutto precisato. Sono informazioni che ci appaiono distanti, sembra che non ci riguardino: facciamo fatica a immaginare quello che faremo il mese prossimo, che interesse può avere qualcosa che accadrà nel mondo nel 2050, o nel 2100? Credo invece che la via sia passare a una comunicazione più emozionale, diretta. La strada indicata da Greta Thunberg è quella giusta. Lei funziona perché è una bambina che si preoccupa dei problemi che avrà nel suo futuro; lo fa come una ragazzina: in maniera semplice, comprensibile e diretta. Funziona perché è facile capirla ed entrare in empatia. Inoltre credo che il ruolo della fotografia sia quello di risvegliare le coscienze. Per troppo tempo la fotografia naturalista è stata soprattutto celebrativa: immagini da cartolina che fanno sognare, ma ingannano, illudono, allo stesso tempo. Credo invece sia il momento di denunciare quello che non va.

A cosa ti dedicherai nel prossimo futuro?
SU Dopo tanti anni in cui mi sono occupato soprattutto della perdita di biodiversità, lavorerò a un progetto sul cambiamento climatico. Trascorrerò diversi mesi nell’Artico per documentare quello che sta accadendo. Negli ultimi cinquant’anni l’aumento medio della temperatura terrestre è stato di circa 0,9°C, nell’Artico siamo già a 5,7°C. Voglio provare a raccontare le trasformazioni in atto in questo ecosistema delicato e fortemente minacciato. L’Artico racconta quello che potrebbe presto succedere anche alle nostre latitudini. Attraverso il mio lavoro spero di riuscire a comunicare l’urgenza e la necessità di un cambiamento nelle nostre vite. Perché la natura ha una grande resilienza. Guardiamo quello che sta accadendo a Chernobyl, per esempio. In quei luoghi di distruzione la natura sta lentamente risorgendo: gli animali, la vegetazione stanno tornando a ricoprire il mondo abbandonato dagli uomini. Dunque la natura si riprende, passa oltre, quello che è in gioco è soprattutto la nostra sopravvivenza come specie. Dovrebbe farci riflettere sugli errori che stiamo commettendo e su come evitare di farne altri.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia