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Cultura e scienza / Intervista

Bartolomeo Pampaloni. La vita e l’arte di Isravele

Nino è un eremita: vive in un faro abbandonato sopra Palermo che in vent’anni di lavoro solitario ha trasformato in un santuario di mosaici. Un documentario racconta la sua storia

Tratto da Altreconomia 249 — Giugno 2022
Nino ha scelto di chiamarsi Isravele. Per comprendere il significato del nome che si è dato occorre leggerlo al contrario: diventa così “elevarsi” © Lassù

“Lassù” è il film che racconta la storia di Isravele, l’eremita di Monte Gallo. Per realizzarlo il regista, il quarantenne Bartolomeo Pampaloni, ha vissuto per un anno con Nino, un ex muratore di Palermo che vive da solo in cima alla montagna a pochi chilometri dal capoluogo siciliano e in vent’anni di lavoro solitario ha trasformato un vecchio faro militare dismesso del XIX secolo in una sorta di tempio naïf, considerato uno dei più impressionanti esempi di outsider art in Europa. La sua opera è un santuario di mosaici dedicati a Dio e agli angeli. Il nome di Isravele va letto al contrario: “elevarsi”. Ogni giorno l’uomo sale e scende con lo zaino carico di sassolini e cemento, porta in alto il basso e così lo purifica. Ha trasformato l’incuria e un luogo abbandonato in bellezza, tramite un lavoro costante che lui definisce preghiera.

Il primo maggio “Lassù” (in quel luogo là in alto, per la Treccani) è stato presentato in anteprima mondiale al Trento Film Festival, dove il 7 maggio scorso Pampaloni ha ritirato il Premio speciale della giuria (presieduta da Michelangelo Frammartino), assegnato al suo lavoro anche per “il coraggio [del regista] di unirsi alla spedizione e di partire” unito a quello “di sapersi fermare alla quota giusta”.

Come, quando e perché sei arrivato (per la prima volta) a Monte Gallo?
BP Da studente del Centro sperimentale di cinematografia di Roma avevo visto un cortometraggio che raccontava i mosaici realizzati da Isravele e si parlava di questa persona che scappava quando arrivavano i visitatori a Monte Gallo. Contatto un amico a Palermo, mi spiega che questa persona è viva. Dopo aver finito di girare “Roma Termini” (il primo film di Pampaloni, uscito nel 2014, ndr) mi dedico a questa storia: ho da sempre una fascinazione per gli eremiti, ma non credevo ne esistessero ancora. Per questo sono andato a Palermo, mi sono fatto prestare una tenda dal mio amico e mi sono incamminato verso Monte Gallo, da solo. Lassù ho incontrato Isravele e quando sono sceso e ho visto lì davanti Pizzo Sella, uno dei più esemplari abusi edilizi della storia: nel contrasto tra le due montagne ho “visto” il mio film. Era il 2016.

Isravele ha accettato la tua presenza?
BP Lui è una persona molto particolare, che non ragiona in modo razionale ma simbolico. Tutto ciò che accade è costantemente un segno e un messaggio. Il giorno in cui sono salito lui non c’era, perché ogni tanto scende a va a trovare la famiglia in città. Mi sono fermato a dormire nel bosco, quando è arrivato il mattino dopo mi ha trovato davanti al tempio e mi chiesto se la tenda che aveva visto fosse la mia, se fossi da solo, se avessi dormito lassù da solo. Alle mie risposte affermative si è fermato, mi ha guardato e mi ha detto: “Tu sei un angelo e sei venuto a proteggere questo luogo in mia assenza”. Quando gli ho fatto capire che avrei voluto girare un film mi ha risposto: “Se sei qua, è volontà di Dio, sappi però che io non collaborerò”. La fatica è stata costante. A volte non era dell’umore e per i primi sei mesi mi ha tenuto fuori dal tempio, non mi permetteva di riprenderlo al lavoro. Per lui ero lì a fare un’esperienza spirituale.

“Quando giro un documentario sento l’esigenza di rispettare il soggetto che tratto, che non è mai un attore davanti alla telecamera: racconto vite reali senza snaturarle”

“Lassù” è un film di azioni, di suoni e rumori, ma di poche parole. Sembra, in questo, assecondare le scelte di vita di Isravele.
BP Quando giro un documentario sento l’esigenza di rispettare il soggetto che tratto, che non è mai un attore davanti alla telecamera: racconto vite reali senza snaturarle. L’esperienza di “Lassù” è quella che ho vissuto in prima persona, restando in montagna per un anno, portandomi il cibo in spalla, dormendo in tenda e accendendo un fuoco per cucinare tutte le sere vicino al santuario: è fatta innanzitutto di vento e isolamento, e siccome nel film sarebbero comparsi i pellegrini che invadono lo spazio di Isravele il sabato e la domenica, gente che cammina e intanto parla di viaggi o di chili da smaltire, ho voluto raccontare allo spettatore la vita di tutti i giorni, con i gabbiani, i corvi e lo sciabordare del mare 500 metri sotto la montagna a rompere il silenzio. Io per primo sono rimasto choccato dalla presenza dei turisti. I miei sono documentari immersivi: sono le emozioni e non le informazioni a guidare il racconto.

Nelle immagini della festa di Santa Rosalia, il rapporto con la celebrazione religiosa appare invaso e mediato dagli smartphone. In che modo questo è in contrapposizione alla fede di Nino/Isravele, fatta di meditazione e contemplazione?
BP I cellulari ritornano in tante scene fin dall’inizio del film a rappresentare una forma di mediazione dell’esperienza: in qualsiasi situazione ci si trovi c’è questa mano allungata tra noi e il mondo esterno, un filtro rispetto a quello che ci succede. Ho voluto contrapporla a un’esperienza di vita totale, fatta in modo assoluto, di un uomo che sta da solo di fronte a Dio, che parla nel vento. Sicuramente lo smartphone ha una funzione di allontanarci dall’esperienza diretta delle cose, è una specie di idolo. Ma non sono un moralizzatore e vorrei che ognuno tirasse fuori la sua interpretazione.

Bartolomeo Pampaloni è nato a Firenze nel 1982. Nel suo primo documentario “Roma Termini” racconta le storie di quattro persone senza dimora che trascorrono le notti nella stazione della capitale © Archivio Festival internazionale del film di Roma

Nel tuo primo film raccontavi la vita di quattro persone senza dimora che vivono alla stazione di Roma Termini. Anche questa è una storia di marginalità o la scelta di Isravele rappresenta altro per te?
BP Sulla carta sì, perché Nino è senz’altro un’altra persona dichiarata pazza dalla società e che vive ai margini. Ma c’è una differenza fondamentale: se in “Roma Termini” le persone si erano trovate in quella condizione per necessità, in seguito a una caduta, lui l’ha voluta. Nino si sente un profeta, una persona elevata, capace di mostrare il cammino agli altri. Nel film si parla comunque del rimosso della società, di chi sta fuori dai confini, ma si racconta la vicenda di una persona che ha scelto questa condizione. In più, lui non è proprio un eremita nel senso classico del termine, non ha scelto di ritirarsi dal mondo per avvicinarsi a Dio, ma per avvicinare noi tutti a Dio. Si sente un profeta e un artista che purifica le anime di chi sale lassù.

Alla fine del film si sente la tua voce, in un dialogo con Nino/Isravele che ti dice di non tornare più con la telecamera, che non l’avrebbe più permesso. Un elemento narrativo che aiuta a definire la forza di volontà e la fermezza di quest’uomo.
BP Assolutamente. Lui lassù è re e principe, così mi è sembrato giusto mettere quella scena, anche se cronologicamente non è successa alla fine. Dopo l’estate, che ho passato con lui senza telecamera, in ottobre mi ha accolto di nuovo, per fare altre riprese. Quella scena, però, è un messaggio allo spettatore: di fronte a Nino ci sono io, ma lui si rivolge alla telecamera, alla sala cinematografica; è un messaggio sottile che ci racconta di come il film stesso sia un’esperienza mediata e che forse per farne una reale sia necessario lasciare il mezzo per poter vivere in prima persona, spontaneamente, quella stessa esperienza. Dal mio punto di vista, come regista, quella scena segna un momento tragico: sapevo di non avere immagini a sufficienza; questo però mi ha obbligato ad aprire il film e farne un racconto antropologico e così ho filmato il centro commerciale, la discarica, gli incendi notturni. Ha modificato il film, mentre era in lavorazione. Quest’anno ad aprile sono tornato da Isravele, per vedere il film con lui. Mancavo da tre anni. È stato bello ritrovarci, anche per lui: sono l’unica persona che è rimasta lassù tanto tempo. Il film gli è piaciuto. Non aveva mai sentito la sua voce registrata in vita sua. Adesso mi ha chiesto di girare la seconda parte: il tempio è cambiato perché la sua opera continua ogni giorno.

Il documentario “Lassù” (80 minuti, 2022) di Bartolomeo Pampaloni è stato presentato in anteprima alla settantesima edizione del Trento film festival. Il trailer è disponibile sul canale Vimeo della casa di produzione GraffitiDoc 

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