Ambiente / Opinioni

Emissioni: dopo l’azzeramento è tempo di ingranare la retromarcia

Estrarre CO2 dall’atmosfera non deve distrarre dal compito principale. Ma è necessario partire subito. La rubrica a cura del prof. Stefano Caserini

Tratto da Altreconomia 224 — Marzo 2020
azzeramento emissioni anidride carbonica
© Nina Hale - Flickr

Per limitare il riscaldamento globale ai livelli richiesti dai 187 Stati che hanno ratificato l’Accordo di Parigi, è necessario raggiungere emissioni globali nette di biossido di carbonio (CO2) pari a zero entro metà secolo o poco dopo. Quando si capisce quanto sia impegnativo questo compito, viene naturale non crederci, pensare che a Parigi si sia esagerato, che in fondo si possa anche prendersela un po’ più comoda.

In realtà, se si studia la scienza del clima si scopre che i numeri sono quelli, anzi, sarebbe necessario essere più ambiziosi. Uno dei più grandi climatologi, James Hansen, aveva già spiegato una dozzina di anni fa, con un articolo pubblicato sulla rivista The Open Atmospheric Science Journal, come la concentrazione di CO2 in atmosfera che può essere considerata “di sicurezza” sia di meno di 350 parti per milioni (ppm). Nel 2019 la concentrazione media è stata di 410 ppm. L’incremento medio dell’ultimo decennio, circa 2,5 ppm all’anno, è stato il più alto da sempre. Come Hansen ha spiegato in un capitolo del suo libro “Tempeste” (Edizioni Ambiente), se si valuta la concentrazione di CO2 cui corrisponde un riscaldamento non dannoso per la stabilità delle calotte glaciali, della banchisa artica, per le riserve idriche o per l’acidificazione del mare, non c’è modo arrivare ad altri risultati, si arriva ad un intervallo fra 300 e 350 ppm.

350 ppm è la concentrazione di anidride carbonica (CO2) di sicurezza per i ghiacci del pianeta. Oggi siamo a 410 e ogni anno si aggiungono 2 ppm. Bisogna non solo raggiungere emissioni zero, ma rimuovere l’enorme CO2 in eccesso

Nel libro “The Ocean, A deep History”, scritto dal climatologo Eelco E. Rohling, ho trovato la conclusione che “è necessaria una riduzione imminente di CO2 inferiore a 350 ppm”. Smettere il prima possibile di emettere CO2 è la prima cosa da fare, inevitabilmente. Stop quindi a combustibili fossili e deforestazione che aggiungono CO2 nell’atmosfera da almeno un secolo.

Poi si tratta di mettere la marcia indietro, ossia estrarre dall’atmosfera la CO2 in eccesso, come ho già raccontato nella rubrica di Ae 5/2017. Negli ultimi tre anni la ricerca scientifica su questi processi è cresciuta molto ed è anche iniziato un dibattito pubblico sull’utilità di questi sistemi. Una critica che è stata avanzata è che occuparsi dei processi in grado di rimuovere la CO2 potrebbe “distrarre” dal compito principale, ridurre a zero le emissioni. Questo argomento ha un fondamento, ma non va ingigantito. Ricordo quando, una ventina di anni fa, qualcuno diceva che occuparsi di “adattamento” ai cambiamenti climatici (gestione dei danni inevitabili) avrebbe distratto dalla “mitigazione”, ossia la riduzione delle emissioni. In seguito, si è visto che è possibile occuparsi di entrambe le cose e oggi nessuno mette in discussione che le politiche di adattamento debbano essere avviate a tutti i livelli.

Questo potenziale effetto di “deterrenza” esiste in tanti altri campi e anche qui la sua entità è stata messa in discussione. La costruzione di inceneritori di rifiuti urbani distrae dalla prevenzione della produzione di rifiuti o dal fare la raccolta differenziata? La disponibilità di auto elettriche distrae dal promuovere politiche di mobilità sostenibile per rendere le città più amiche di pedoni e biciclette? Pur se il “rischio morale” o “azzardo morale” esiste, la realtà dimostra che ci sono alti livelli di raccolta differenziata anche dove ci sono inceneritori, che chi ha auto elettriche è attento a risparmiare energia. Quindi dobbiamo occuparci di assorbire CO2 con foreste, suoli o altri processi senza dimenticare che è urgente rottamare il sistema dei combustibili fossili. Anche perché ci conviene.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2019)

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