Cultura e scienza / Attualità

Chi non lavora non va al cinema. A Vicenza c’è il Working Title Film Festival

Dall’1 al 5 ottobre nella città palladiana arriva una nuova edizione del festival del cinema del lavoro, nato quattro anni fa per dare spazio alla produzione audiovisiva indipendente che racconta il mondo del lavoro. Un appuntamento dalla vocazione internazionale e attento allo sguardo femminile, che si svolge in diversi spazi urbani creando nuove connessioni per interpretare la complessità del mondo presente

Un frame del film in concorso “Time to change” della regista iraniana Maryam Rahimi @WTFF

Il racconto del lavoro attraverso gli sguardi del cinema. È quello che propone il Working Title Film Festival, festival del cinema del lavoro -presentato in anteprima al Lido di Venezia, durante la Mostra internazionale d’arte cinematografica in corso in questi giorni-, la cui quarta edizione si svolgerà a Vicenza tra meno di un mese, dall’1 al 5 ottobre 2019.

Il Working Title Film Festival è nato nel 2016 per dare spazio alla produzione audiovisiva indipendente che racconta il mondo del lavoro su iniziativa dei giovani Marina Resta, direttrice artistica del festival, e Giulio Todescan dell’associazione “LIES – Laboratorio dell’inchiesta economica e sociale”, ed è sempre più forte la sua vocazione internazionale e femminile. I 20 film in concorso quest’anno (7 quelli italiani) provengono da 10 Paesi, e la metà sono realizzati da registe. “Non una mera questione di quote rosa, ma di alta qualità dei film proposti, che sono anche stati realizzati da donne -ha detto Marina Resta alla presentazione-. È un dato incoraggiante, visto che alcuni ruoli come la regia, ma anche la fotografia o il suono, sono monopolizzati dal genere maschile. Le registe dei film in concorso, ma anche i loro colleghi maschi, ci offrono sguardi inediti e personali sulla società odierna nella dimensione locale e globale”.

I film e documentari in concorso, lungo e cortometraggi (qui il programma completo), ci portano dentro le complesse sfaccettature del lavoro in diverse geografie contemporanee: dalla cupa Londra che preconizza la Brexit (“Cold Blow Lane” di Penny Andrea) alle montagne della Norvegia dove c’è chi si rifugia in una vita solitaria immersa nella natura (ma senza abbandonare lo smartphone -“Drømmeland” dell’olandese Joost van der Wiel); dalle piattaforme petrolifere dove un sommozzatore recupera le navi affondate, tra cui la Costa Concordia (“L’ora d’acqua” di Claudia Cipriani) allo stabilimento Canon di Hanoi -uno dei siti industriali più grandi al mondo-, visto dalle operaie (“Nimble Fingers” di Parsifal Reparato); dal Vietnam rurale del nord con le sue guaritrici (“Hoa” di Marco Zuin) all’Iran contemporaneo letto attraverso le discriminazioni di genere (“Time to change” di Maryam Rahimi) alle pietre delle Ande peruviane modellate da uno scalpellino (“Ronco rumor remoto / Rough Remote Rumble” di Jorge López Navarrete) e fino alla superstrada pedemontana veneta (“Il giardino” di Francesca Bertin).
In questo mappamondo del lavoro, una chiave interpretativa la offre il libro con cui si inaugura la rassegna il 1° ottobre: “La dissolvenza del lavoro. Crisi e disoccupazione attraverso il cinema” (Ediesse, 2019), in cui l’autore Emanuele Di Nicola ci ricorda che “il cinema inizia dal lavoro”, nel 1895, quando “i fratelli Lumière filmano l’uscita degli operai dalla loro fabbrica a Lione”. E “negli ultimi anni è tornato a descriverlo: nel Duemila, e in particolare dal 2008 con lo scoppio della crisi economica, i registi italiani, europei e americani ricominciano a riflettere su questo grande tema”.

Proprio per favorire la crescita di nuovi progetti sul tema del lavoro, nel programma del WTFF si terrà “Work in progress” (5 ottobre): un momento d’incontro in cui tre registi selezionati tramite un bando (Alessia Di Giovanni con “Roba da donne”, Andrea Canova con “Schianti” e Jeissy Trompiz con “I suoni del tempo”) presenteranno ad altrettanti produttori di Bo Film, Ginko Film e Metropolis Produzioni i loro progetti in corso di film sul lavoro. Sarà inoltre presentata l’esperienza di studio visuale sul quartiere storico dei Ferrovieri di Vicenza, che ha visto tre registi under 35 (Davide Crudetti, Carlo Tartivita e Chiara Faggionato) realizzare dei corti documentari per raccontare questo particolare spazio.
WTFF è anche un’occasione di fare rete sul territorio, non solo per i numerosi sostenitori, sponsor e partner locali, ma anche per i giovani artisti: la sigla di questa quarta edizione, ad esempio, è della graphic designer Chiara Cant con la musica di LSKA e i premi sono stati realizzati dal designer Roberto Simoncello con la stampante 3D del Fablab Dueville. Perché è solo in questi intrecci che il lavoro potrà avere futuro.

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