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Viaggio in Carnia, tra chi sogna la rinascita della montagna

Nelle aree interne del Friuli-Venezia Giulia, colpite dalla perdita di residenti e servizi, giovani e cooperative hanno deciso di contrastare l’abbandono della terra. Con reti e alleanze, avviano iniziative mentre la Regione è assente

Tratto da Altreconomia 236 — Aprile 2021
La veduta del Comune di Tolmezzo, capoluogo dell’Alto Friuli © Veronica Rossi

Nei paesi della Carnia, territorio montuoso della provincia di Udine, in Friuli-Venezia Giulia, al confine con il Veneto e l’Austria, le case vuote aumentano ogni anno di più. Gli abitanti dell’area sono passati dai 44.699 del 1982 ai 35.894 del 2020 -escludendo la popolazione di Sappada, annessa a fine 2017–, mentre la percentuale di under 20 si è quasi dimezzata (dal 25 al 14%) e quella degli over 70 è più che raddoppiata (dal 10 al 22%). Se nulla verrà fatto, le previsioni degli esperti per i prossimi 25 anni sono sconfortanti: nel 2045 i residenti saranno solo 27.415.

“Libers di scugnî lâ”, “liberi di dover andare”. Leonardo Zanier, uno dei più conosciuti e amati tra i poeti carnici nel 1964 definiva così i suoi conterranei, costretti a lasciare le proprie case a causa della mancanza di possibilità lavorative e servizi. Oggi, però, alcuni giovani reclamano il proprio diritto a costruirsi una vita nel luogo in cui sono nati e cresciuti. Marco Craighero, 30 anni, è uno di questi. È assessore alla Cultura, all’istruzione e al turismo del Comune di Tolmezzo, capoluogo, con i suoi 10.106 abitanti, dell’Alto Friuli. “In passato -spiega- la nostra cittadina ha compensato il flusso in uscita con l’arrivo di coloro che scendevano dalle montagne; ora questo meccanismo non funziona più: negli ultimi tre anni abbiamo perso 185 residenti”.

“La prima cosa da fare contro lo spopolamento è riportare e mantenere nelle terre alte i servizi. Accentrarli a fondovalle è un errore” – Mauro Pascolini

Insieme ad altri 16 amministratori under 40 Craighero ha fondato una rete, denominata CUMò, acronimo di Carnici Uniti per la Montagna, che in friulano significa “adesso”. “L’iniziativa nasce come reazione al progressivo abbandono della nostra terra che sembra ormai inevitabile -racconta-. Intendiamo proporre una seria riflessione sul tema; invertire il trend è possibile”. I giovani coinvolti provengono da 12 paesi, dal fondovalle -a circa 50 chilometri da Udine-fino al confine con l’Austria; da novembre 2020 si stanno incontrando a cadenza settimanale per discutere del rilancio del territorio nel suo insieme: la Carnia per loro è un’unica comunità, per cui va ideato un piano di sviluppo complessivo. Le problematiche da affrontare sono tante, dall’assenza di opportunità lavorative, soprattutto per le persone più specializzate, fino alla mancanza della connessione internet veloce -divenuta fondamentale in tempi di Covid-19 e smartworking-, passando per la carenza di servizi, trasporti pubblici e proposte culturali. “Abbiamo approntato un documento -spiega l’assessore- che raccoglie le nostre idee su cosa potrebbe essere fatto per permettere ai ragazzi di rimanere. Proponiamo, per esempio, la predisposizione di spazi di coworking per ovviare alla mancanza di segnale, o la creazione di una sede dislocata dell’Università di Udine, in cui tenere summer o winter school”.

Lo scritto, 22 pagine divise per aree tematiche (futuro, concretezza, benessere, armonia), andrà depositato sulla scrivania del presidente della neonata Comunità di montagna della Carnia, ente rappresentativo dei 28 Comuni della zona, sorto dalle ceneri della vecchia Uti (Unione territoriale intercomunale) con l’obiettivo di promuovere e valorizzare il territorio. I giovani vorrebbero mettersi a disposizione di questa nuova realtà fornendole stimoli, sollecitazioni, suggerimenti.

La valorizzazione delle aree interne non può prescindere dal sostegno della Regione Friuli-Venezia Giulia che, tuttavia, sembra spesso prendere decisioni contrarie agli sforzi di chi si spende per ripopolare la montagna. Nel mese di gennaio 2021, per esempio, la giunta Fedriga, a trazione leghista, ha dato il via libera nell’ambito della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) al progetto per la costruzione di una merchant line, un elettrodotto privato, che dovrebbe collegare la città di Würmlach, in Austria, alla centrale idroelettrica di Somplago, attraversando il territorio carnico.

Marco Craighero è assessore alla Cultura, all’istruzione e al turismo del Comune di Tolmezzo, capoluogo dell’Alto Friuli
© Veronica Rossi

“Come amministrazione avevamo espresso un parere negativo, ma non siamo stati ascoltati. In alcuni punti il tracciato passerà molto vicino alle case -afferma Craighero-. Noi carnici siamo stufi che ci vengano imposte servitù, mentre vengono chiusi o accorpati i servizi territoriali, come il tribunale, le caserme, gli uffici postali, i plessi scolastici e i presidi sanitari”.

I motivi che portano Trieste a disinteressarsi delle terre alte si possono ritrovare nelle dinamiche della politica. “Il peso elettorale della montagna è molto basso”, spiega il professor Mauro Pascolini, docente di Geografia umana che si occupa di coordinare l’Officina Montagna, gruppo di lavoro all’interno di Cantiere Friuli, un’iniziativa realizzata dall’Università di Udine con fondi propri nell’ambito del Piano strategico di Ateneo, con lo scopo di favorire il confronto e il dialogo sullo sviluppo dei diversi territori della Regione. “Piangersi addosso non porta a nulla -dice-. È tempo di agire”. Le potenzialità delle zone montane, secondo gli studiosi, sono moltissime e non si limitano al turismo, troppo spesso pensato come unica risposta ai problemi delle aree interne. “Stanno nascendo progetti interessanti -spiega il docente-, come il recupero degli incolti o la creazione di cooperative di comunità; la Carnia potrebbe anche attrarre nuovi abitanti grazie al fenomeno dell’amenity migration, il trasferimento verso aree in cui la qualità della vita è migliore. La prima cosa da fare contro lo spopolamento, però, è riportare e mantenere nelle terre alte i servizi: accentrarli a fondovalle, come è già stato fatto con le attività produttive e industriali, è un errore”.

“Mentre in città si punta sull’innovazione produttiva, qui da noi dovremmo ragionare in termini di innovazione sociale, coinvolgendo le comunità” – Vanni Treu

Una realtà che da sempre si spende per fare ricerca e sensibilizzazione sull’abbandono dell’Alto Friuli è la Cooperativa Cramars, che prende il nome dagli antichi venditori ambulanti carnici che, col loro zaino in legno pieno di mercanzie, arrivavano a piedi in tutta l’Europa centrale. “La scorsa estate -racconta il vicepresidente e membro fondatore, Vanni Treu, che ora lavora nel settore ricerca e sviluppo dell’ente- abbiamo organizzato le ‘Passeggiate SottoSopra’. Davamo ai partecipanti una sfida da affrontare, ma a rovescio: ipotizzavamo, per esempio, che nel 2050 un paese montano fosse stato quello che, al mondo, aveva attratto più nuovi abitanti e chiedevamo ai residenti, dopo una camminata per le vie dell’abitato, di spiegare a ritroso com’era stato possibile ottenere quel successo”. Un’attenzione particolare, secondo la cooperativa, deve essere riservata ai rimanenti, coloro che hanno avuto il coraggio di restare -o tornare-, credere nel territorio e creare qualcosa di nuovo. “Mentre in città si punta sull’innovazione produttiva o di processo, rappresentata dalle start up, qua da noi dovremmo ragionare in termini di innovazione sociale, coinvolgendo le comunità”, sostiene Treu.

Caterina Pillinini ha deciso di trasferirsi a Cavazzo Carnico e di lasciare il suo lavoro in un’agenzia assicurativa di Trieste. Insieme al marito, gestisce l’azienda agricola e il ristorante di famiglia Borgo Poscolle: nei prati attorno al locale ha aperto una fattoria didattica © Veronica Rossi

Scommettere sulla montagna è stata la scelta della trentaseienne Caterina Pillinini, che qualche anno fa ha deciso di lasciare il suo impiego in un’agenzia assicurativa di Trieste per trasferirsi un centinaio di chilometri più a Nord, a Cavazzo Carnico, il paese di fondovalle di cui è originario il padre. Ora la donna gestisce insieme al marito l’azienda agricola e il ristorante di famiglia Borgo Poscolle; attorno al locale ci sono prati e recinti, dove vivono gli animali della fattoria didattica che ha da poco aperto.

Mentre narra la sua storia arrivano dei contadini a portarle le uova per la cucina. “Utilizziamo prodotti del territorio -sottolinea-, ortaggi dei nostri campi o di altre realtà locali. Mi piace l’idea di essere un ponte verso la Carnia: spieghiamo ai clienti da dove vengono i cibi che consumano, così da stimolargli la curiosità di visitare la montagna, dalle malghe ai paesini”. I coperti, nella sala, non sono tanti. “Puntiamo sulla qualità e non sulla quantità”, afferma la proprietaria. E la stessa cosa, secondo lei, dovrebbe fare la terra in cui ha scelto di vivere: “Non dobbiamo snaturarci per avere più turisti. Bisognerebbe valorizzare le piccole attività, che lavorano nel rispetto dell’ambiente e della natura”. Parlando, si tiene una mano sulla pancia: è in arrivo un piccolo carnico che forse, grazie alle prese di coscienza di oggi, domani sarà “liber di podei restâ”, libero di poter rimanere.


In dettaglio
L’elettrodotto che taglia la Carnia

L’elettrodotto Würmlach-Somplago attraverserà sei Comuni della Carnia, Cavazzo Carnico, Tolmezzo, Arta Terme, Sutrio, Cercivento e Paluzza, per poi continuare il suo percorso nella valle della Gail in Austria. La storia del progetto per la costruzione della merchant line è lunga -la prima proposta da parte delle aziende friulane Fantoni e Pittini, leader rispettivamente nel campo dei mobili da ufficio e dell’acciaio industriale, risale agli inizi degli anni 2000- e costellata di proteste da parte della popolazione locale. L’idea originale, poi abbandonata grazie alle azioni dei comitati e alle mobilitazioni di piazza, prevedeva un tracciato aereo che avrebbe sfregiato con tralicci alti oltre 50 metri il paesaggio carnico. Ora si è optato per una linea interrata, che però in alcuni punti corre accanto a case e scuole. Un tratto dell’elettrodotto, inoltre, rimarrà di fatto aereo e, collegandosi a un viadotto, passerà proprio sopra a un quartiere dell’abitato di Tolmezzo. Per questi motivi l’amministrazione comunale del capoluogo dell’Alto Friuli ha dato un parere contrario al piano dell’opera, rimasto però sostanzialmente inascoltato dalla giunta regionale.

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