Ambiente / Attualità

Dal Terminillo alle Cime Bianche: la montagna senza neve e quegli impianti a tutti i costi

In provincia di Rieti, tra i 1.500 e i 1.900 metri, è in arrivo l’ampliamento dell’impianto sciistico “Terminillo Stazione Montana”. Gli impatti sulla biodiversità e la crisi di un settore che necessita sempre più di risorse pubbliche per sopravvivere non fermano un modello di sviluppo senza futuro. Le proposte delle associazioni

Monte Terminillo © Flickr

Sul versante Nord del monte Terminillo, in provincia di Rieti, verrà ampliato l’impianto sciistico “Terminillo stazione montana” (Tsm). Approvato dalla Regione Lazio nel gennaio 2021 con lo stanziamento di 20 milioni di euro, il progetto prevede la costruzione di impianti di risalita che arriveranno a un totale di 17 strutture (tra queste dieci sono impianti nuovi oppure da sostituire e ammodernare, i rimanenti sono già esistenti) per un totale di 37 chilometri di piste tra i 1.500 e i 1.900 metri di altezza in un’area che fa parte della Rete Natura 2000, il principale strumento dell’Unione europea per la conservazione della biodiversità. Per renderle utilizzabili saranno realizzati impianti di innevamento artificiale che consumeranno 175mila metri cubi di acqua l’anno.

Il Tsm non è un caso isolato ma si inserisce nella lista degli impianti su cui si continua a puntare per definire il futuro della montagna in inverno nonostante la sofferenza del settore, gli impatti sull’ambiente e le conseguenze del cambiamento climatico che hanno portato a un calo delle precipitazioni nevose e accorciato la stagione. Come evidenziato da Legambiente, il 2021 si è aperto con l’annuncio di un nuovo collegamento tra San Martino di Castrozza e il Passo Rolla, in provincia di Trento. Si sta proseguendo con il progetto funiviario tra il paese di Frachey e gli impianti a monte di Cervinia nel vallone delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, al pari di “Avvicinare le montagne” che prevede la costruzione di nuovi impianti al centro della valle Devero in Piemonte.

I progetti sono pensati per sostenere un settore in cui secondo le stime dell’Associazione nazionale esercenti funiviari (Anef) si contano 400mila dipendenti tra posti di lavoro diretti e indiretti e un fatturato tra i 10 e 12 miliardi di euro per circa 1.500 impianti e 6.700 chilometri di pista. Ma non tutte le società sono in attivo e necessitano sempre più dell’intervento pubblico per sopravvivere. Solo per l’innevamento artificiale, ormai ricorrente a causa del cambiamento climatico, secondo Anef si spendono circa 100 milioni di euro a stagione.

Per “Terminillo stazione montana”, le neve artificiale coprirà l’80% delle piste e il piano del progetto prevede bacini e impianti di innevamento per una spesa di 11 milioni di euro. Legambiente nel rapporto “Nevediversa. Il mondo dello sci alpino nell’epoca della transizione energetica”, pubblicato nel 2020, lo aveva definito un caso di “accanimento terapeutico”, messo accanto ad altri 102 impianti presenti in diverse Regioni d’Italia ad alta e bassa quota ormai vecchi, spesso costretti a chiudere per mancanza di neve, tenuti in vita solo grazie al sostegno del pubblico. “Il Tsm sarebbe una ferita ulteriore in un territorio dove già si trovano edifici abbandonati e i piloni dei vecchi impianti di risalita. Prevede che vengano abbattuti 17 ettari di una faggeta ultra-centenaria situati un’area protetta. Si comprometterebbe il bosco della Vallolina, un sito di interesse comunitario e area strategica per la conservazione della specie dell’orso bruno”, spiega ad Altreconomia un appartenente al comitato NoTsm che, insieme ad altre organizzazioni tra cui il Cai di Rieti, Italia Nostra e Mountain Wilderness, contesta il progetto. “Chiediamo che le risorse pubbliche siano utilizzate per sviluppare un’idea diversa di montagna, valorizzando forme di turismo responsabile e lento, come quello permesso da cammini e sentieri”, conclude.

La pandemia da Covid-19 e la chiusura degli impianti sciistici, rimandata almeno fino al prossimo 6 aprile dal governo, ha mostrato le criticità legate al modello del turismo di massa e delle grandi strutture. In “Nevediversa” Legambiente aveva fotografato la situazione sul territorio nazionale e censito 132 impianti dimessi da anni e 113 temporaneamente chiusi. “In Italia a partire dagli anni del boom economico si è iniziato a costruire in quote molto basse e non adatte alla pratica dello sci. Sono le strutture che ora risentono maggiormente della mancanza di neve e quelle che saranno destinate a chiudere, in particolare nell’Appenino centrale”, spiega Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi Legambiente e tra gli autori del dossier. “L’industria dello sci non è stata capace di modificare le sue strategie adattandole al cambiamento climatico. Nonostante le difficoltà del settore, ormai stagnate, e la mancanza di neve continuiamo ad assistere all’ampliamento degli impianti e di collegamenti funiviari”, prosegue. Uno degli ultimi casi è rappresentato dal nuovo Carosello delle Dolomiti che metterebbe in comunicazione Cortina d’Ampezzo con Arabba e la Marmolada, Alleghe e il comprensorio della Civetta, attraversando anche alcune aree patrimonio Unesco. L’investimento stimato è di circa 100 milioni di euro di cui la metà della Regione Veneto.

“Crediamo che la pandemia sia il momento per cambiare e dare forma a un’idea diversa di montagna. Le risorse pubbliche devono essere utilizzate per sostenere un nuovo turismo, lento e responsabile anche in una logica di riconversione delle offerte tradizionali. È un settore in crescita. L’ultimo rapporto di Skipass Panorama Turismo ha evidenziato che le ciaspole costituiscono già oltre il 15% del turismo sulla neve. Il Piano di ripresa e resilienza nazionale (Pnrr) è l’occasione giusta”, aggiunge. Legambiente ha elaborato le sue proposte per il Pnrr sottolineando la necessità di non erogare più finanziamenti pubblici per l’innevamento artificiale o per realizzare impianti di risalita al sotto di 1.800 metri. Ha inoltre suggerito di evitare una “distribuzione di risorse a pioggia”, nella forma di ristori oppure di bonus vacanze, e di non sostenere le aziende che non prevedano una più ampia strategia di sviluppo territoriale o azioni che non siano coerenti con la scelta di individuazione e promozione di prodotti turistici green. “Questo è il momento per sottolineare che la montagna offre molto altro, accanto allo sci”.

È un’opinione condivisa da Betto Pinelli, presidente onorario di Mountain Wilderness. “Dobbiamo superare l’idea che la montagna si esaurisca in una gestione ludica come quella dello sci da pista e che i grandi impianti siano il solo strumento che permetterebbe di sostenere la sua economia”, afferma. “Invece di puntare il dito, bisogna fare un passaggio ulteriore. Riconoscere gli errori e i miti del passato e sviluppare pratiche che devono anche sostenere le aree interne”, aggiunge. “E fermare il finanziamento dei grandi impianti di risalita che oltre a uno scempio del paesaggio sono anche uno scempio morale”.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.