Interni / Reportage

Un racconto collettivo elabora il dolore della pandemia in Val Seriana

Nelle biblioteche in provincia di Bergamo un centinaio di persone sono state formate come biografi e narratori. Hanno imparato a narrare se stessi e gli altri per superare i lutti e la sofferenza causati dal Covid-19. Hanno creato comunità facendo memoria

Tratto da Altreconomia 245 — Febbraio 2022
Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo, è stato uno degli epicentri della pandemia da Covid-19. Nell’ospedale Pesenti Fenaroli il 23 febbraio 2020 sarebbero stati individuati i primi casi di Coronavirus nella bergamasca © Carlo Cozzoli / Fotogramma

Due anni fa la provincia di Bergamo veniva colpita dal contagio più virulento di Coronavirus, contando tra marzo e aprile del 2020 almeno seimila morti. Superata l’emergenza e lo sgomento, la Val Seriana, famosa per essere stata l’epicentro del contagio, ha cercato di ottenere un altro primato e rompere quello che a livello globale e da queste parti -terra di montanari, gente abituata a rimboccarsi le maniche e a fare da sola- è un vero e proprio tabù: la rielaborazione del dolore che come una valanga ha travolto i suoi abitanti. E lo ha fatto partendo dalle sue biblioteche attraverso una delle cure più antiche e lenitive: il racconto collettivo. Un racconto guidato, attraverso il metodo dell’autobiografia, utilizzato anche in psicologia per superare i traumi. Perché i detriti sono ancora lì e vanno maneggiati con cura.  

Tutto è partito dall’idea di Cristina Paruta, bibliotecaria di Ranica. “È stato prima di tutto un mio bisogno -racconta-. Ricordo benissimo quei giorni, quanto era duro vedere quello che succedeva attorno a me. Mi sono sentita una sopravvissuta, baciata dalla fortuna, e ho pensato di mettere a disposizione il mio saper fare”. Paruta ha seguito percorsi di raccolta territoriale della memoria e autobiografia. Scrive un progetto in piena emergenza e a fine marzo 2020 lo presenta a colleghi e amministratori del Comune di Ranica, che lo approvano. Arrivano una quindicina di contributi, le persone sembrano aver voglia di raccontarsi e allora Cristina pensa di estendere il progetto. Coinvolge Matilde Cesaro, docente dell’Università dell’autobiografia di Anghiari, e lo propone al Sistema bibliotecario della Val Seriana che comprende 41 delle 250 biblioteche della rete bergamasca.

A settembre del 2020 inizia così “Fare memoria in Valle Seriana. Racconta i tuoi giorni al tempo del Coronavirus”. Un centinaio le persone che aderiscono tra narratori e biografi: questi ultimi vengono formati, prima imparano a raccontarsi e poi a raccontare gli altri. Intervistano i narratori e per un anno continua il lavoro di riscrittura, confronto e correzione, finché nel dicembre scorso il percorso diventa anche un oggetto concreto: il libro “Vorrei ricordare per sempre. Fare memoria in Valle Seriana. Raccontare il tempo del Covid-19”.  

Una cinquantina le testimonianze raccolte, più altre spontanee. Da quella del farmacista di Alzano Lombardo, che lavora di fronte all’ospedale Pesenti Fenaroli, dove il 23 febbraio 2020 vennero scoperti i primi casi di Coronavirus nella bergamasca, a quella di uno dei pochi medici che visitavano i pazienti a domicilio. Passando dalla panettiera che non ha mai smesso di lavorare, le insegnanti e gli studenti in Dad, le donne che hanno realizzato mascherine apprezzate dal papa e dal presidente della Repubblica. Il più giovane ha 11 anni, in tantissimi hanno perso qualcuno e molti di loro sono stati contagiati.

Angelo Gregis, 56 anni, collaboratore scolastico del liceo Amaldi di Alzano, si ammala negli stessi giorni in cui muore sua madre e di lì a poco perde la zia. “Raccontarmi è stato come aprire un rubinetto, non riuscivo più a fermarmi. Rileggermi è stato strano, come quando si riascolta la propria voce. Mi sembrava di avere esagerato, ma avevo l’esigenza di tirare fuori le mie sensazioni. Ho pianto e mi sono sentito accomunato a chi mi ascoltava come a un fratello. Ho imparato a non vergognarmi nell’andare incontro alle mie emozioni”. 

“Raccontarmi è stato come aprire un rubinetto, non riuscivo più a fermarmi. Ho imparato a non vergognarmi delle mie emozioni” – Angelo Gregis

Gregis è stato anche biografo: “Raccontare un’altra persona, invece, mi ha spiazzato. Mi sembrava di aver fatto un brutto lavoro, di non avere saputo cogliere la sua storia, poi invece, messa in fila l’intervista, ha funzionato. Credo sia stato per l’emozione, è stata un’esperienza molto forte. Michele Gabbiadini aveva chiesto di essere intervistato in presenza, sono arrivato in bici, eravamo in pieno lockdown, ci siamo seduti a un tavolino per bambini nel parco, tutto attorno era il deserto. Ci siamo rivisti e ogni tanto ci sentiamo”. 

Anche Caterina Guerini, 60 anni, bibliotecaria di Leffe, ha raccolto la storia di una sua compaesana, Mary Artifoni, che per il Coronavirus ha perso sia il marito sia il padre. “Per me è stato un regalo poter raccontare un’esperienza così dolorosa e recente -dice Guerini-. Ero tesa, temevo di non farcela. Dopo essere uscita, sono rimasta in macchina per un po’, volevo tenermi dentro tutte quelle emozioni. Credo di averla aiutata ad esprimere un dolore così forte senza sentirsi giudicata. Mi sono identificata in lei, anche io ho perso mio marito anni fa. Mi ha colpito la tenerezza con cui parlava del padre o dei momenti belli, le brillavano gli occhi. Di tutta quest’esperienza è stato importante il percorso: le connessioni che ha creato. Ha permesso a chi non aveva avuto voce di esprimere il proprio dolore: per elaborarlo devi buttarlo fuori, condividerlo”. 

La particolarità di questo corso -sottolinea Paruta- è il fatto che fosse legato alle biblioteche: è stato un modo per continuare a svolgere il nostro lavoro, che è anche raccolta di memoria e fare comunità”.

“Questo percorso mi ha permesso di vivere nel presente, senza chiudermi nell’attesa di un ritorno al passato o di un futuro che non è ancora arrivato” – Cristina Paruta 

“Senza la nostra rete -aggiunge Alessandra Mastrangelo, coordinatrice del Sistema bibliotecario Valle Seriana- non si sarebbero potute raccogliere tante testimonianze, fare incontrare biografi e narratori e creare nuovi legami. Credo sia stato civicamente importante”. 

“Tutti i partecipanti ci hanno ringraziato -conclude Paruta- fin dalle prime restituzioni è emerso il sollievo che derivava dalla condivisione e nel momento in cui abbiamo aperto al pubblico si è parlato di rito collettivo, ci si è sentiti parte di qualcosa di comune. Sì, credo che abbiamo centrato l’obiettivo, che era quello di sentirsi vicini e rielaborare ciò che ci è successo. Non farlo è pericoloso, purtroppo ci sono ancora molte resistenze. A me questo percorso ha permesso di vivere nel presente, senza chiudermi nell’attesa di un ritorno al passato o di un futuro che non è ancora arrivato”.

(Qui l’intervista a Matilde Cesaro)

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