Interni / Intervista

Attraversare il dolore di Bergamo trattenendo il respiro

Nel libro “Ritorno in apnea” la giornalista Anna Maria Selini racconta gli effetti psicologici della pandemia a Bergamo e nella sua provincia, la zona più colpita dal Covid-19 in Italia. Una narrazione corale, intima e personale, del trauma collettivo causato dal virus. E uno strumento per iniziare a elaborarlo

Decine di mezzi militari scortano le vittime del virus Covid-19 fuori Bergamo, il 18 marzo 2020. La foto è stata scatta da Emanuele di Terlizzi ed è diventata un simbolo della pandemia

“Quando nell’aprile 2020 sono arrivata a Telgate, in provincia di Bergamo, ho trovato una città fantasma. Il mio quartiere, una zona sempre in movimento, era fermo e in silenzio. Tutti i punti di riferimento erano saltati. Nella pandemia i bergamaschi hanno reagito come fanno sempre: si sono rimboccati le maniche e si sono dati da fare. Ma è anche tempo di fermarsi e riflettere su quello che ci è successo”. Anna Maria Selini è una giornalista specializzata in aree di crisi: ha raccontato il Kosovo, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, Cuba (e collabora con Altreconomia). Nel 2020 l’area di crisi è diventata quella delle sue origini: Bergamo e la Val Seriana, le più colpite in Italia dal Covid-19. 

Quando il virus inizia a diffondersi, Selini, che vive a Roma, decide di tornare nella sua città di origine per capire l’entità dell’emergenza sanitaria. Il risultato del suo lavoro sono un libro “Ritorno in apnea. Da Bergamo a Roma, diario del Covid-19”, pubblicato nel giugno 2021 da Aut Aut edizioni, e il documentario, dallo stesso titolo, girato insieme al regista Alberto Valtellina. Selini si sofferma sulle conseguenze psicologiche causate dalla pandemia, un trauma collettivo, affrontate attraverso le testimonianze dirette di chi è stato colpito dal virus: medici, infermieri, operatori sono ascoltati insieme a chi ha perso amici, compagni, familiari. Il viaggio professionale -che mette in ordine anche i fatti di cronaca come la mancata dichiarazione della zona rossa in Val Seriana- diventa personale. “La scrittura è stata una terapia, lo è sempre”, prosegue Selini. “Adesso bisogna elaborare quello che abbiamo vissuto. e andare avanti. Ma anche valutare le opportunità che il Covid-19 ci ha dato. Credo che la cosa da cogliere sia che ci ha messi nudi davanti allo specchio. Ci ha fermati nel presente. In modo più o meno consapevole, tutti ci siamo chiesti se stavamo avendo la vita che volevamo. Nel libro lo sostiene Mariangela Cuter, la prima donna in stato di gravidanza colpita dal Covid-19. Racconta come, prima di essere intubata, si fosse chiesta se era davvero felice. Si era detta di sì. Ognuno di noi si è chiesto, con vari gradi di consapevolezza, se la nostra vita ci stava rendendo felici. Credo sia un elemento da cogliere”.

Anna Maria, “Ritorno in apnea” è un diario del Covid-19 dalla prima fino alla terza ondata. Quando hai deciso di tornare a Bergamo e, come scrivi nel libro, hai sentito “il prurito sotto le scarpe”?
AMS La molla è stata l’immagine considerata il simbolo della pandemia (la fila dei camion dell’esercito che trasportano le persone morte per Covid-19 fuori dalla città, ndr), scattata a Bergamo da Emanuele di Terlizzi il 18 marzo 2020, che poi ho incontrato e intervistato. Dopo averla vista, ho deciso di tornare a casa per capire che cosa stava succedendo. Nei primi momenti, infatti, non era molto chiaro. Vivo a Roma dove la situazione era ancora tranquilla, in apparenza. Ma il filo diretto con Bergamo mi restituiva un’immagine diversa da quella delle cronache nazionali. La città era terrorizzata. Ricevevo notizie allarmanti da persone solitamente lucide e razionali, e questo mi preoccupava e disorientava. Non ero abituata a sentirle così. Ho provato l’urgenza di tornare per capire, cercando a mio modo di fare qualcosa. È stato il mio modo di aiutare le persone care. Come spiega Gigi Riva, autore della prefazione del libro, quello che ci ha legato è stato provare quasi un senso di colpa perché noi eravamo lontani e al sicuro, mentre i nostri cari stavano annegando. Dovevo tornare e rimanere anche io in apnea.

Sei legata a Bergamo e molte delle persone presenti nel libro sono legate a te da rapporti di amicizia e conoscenza. È stato difficile raccontare una tragedia che ti colpiva in modo così personale?
AMS Credo di non avere mai fatto tanta fatica a raccontare. All’inizio perché non riuscivo a capire che cosa stava succedendo. Non riuscivo a incontrare nessuno: le persone con cui entravo in contatto, non volevano vedermi di persona. Io non capivo ma erano terrorizzate perché in quel momento incontrarsi significava contagiarsi. Ero in difficoltà e ho dovuto riformulare il mio metodo di lavoro. La componente emotiva è stata presente e ha avuto un peso. All’inizio non avrei voluto farla trasparire. Poi, anche grazie ai consigli del regista Alberto Valtellina che ha lavorato con me al documentario, ho capito che non potevo non farlo. Non doveva essere censurata o eliminata perché anche io, da bergamasca, ero coinvolta. Così, continuando a essere obiettiva, ho deciso di rompere la regola della “giusta distanza” del giornalismo. 

Nel libro e nel documentario ti soffermi sugli effetti psicologici causati dalla pandemia. Perché questa scelta?
AMS Si tratta di un aspetto che mi ha incuriosito sin dall’inizio. Quando ho iniziato a cogliere le dimensioni del fenomeno, mi sono interrogata su come si potesse reagire di fronte a quello che gli psicologi hanno definito un “trauma collettivo” che colpisce tutta la comunità. Mi sono chiesta come sarebbe stato affrontato dai bergamaschi, un popolo così operativo e abituato più al fare che al fermarsi e al parlare. Mi sono domandata che cosa sarebbe restato del terremoto quotidiano che ci ha colpiti per mesi.

Pensi ci sia stata una forma di elaborazione del trauma?
AMS In parte, credo di sì. All’inizio, nell’estate del 2020, c’è stato un rifiuto totale, una negazione, quasi una voglia di alleggerirsi. Oggi credo che si sia più predisposti alla riflessione. Me ne accorgo quando presentiamo il documentario. Siamo stati a Nembro e alla proiezione hanno partecipato anche due degli psicologi presenti nel libro: Stefano Morena e Laura Tiraboschi, mia cara amica. Ho avvertito un grande interesse: sembrava ci fosse un bisogno di assorbire quanto stessero dicendo. Ho sentito il loro bisogno di ritornare su quanto successo e rielaborarlo. Adesso che è passato del tempo, dopo una fase di distacco, credo si possa fare. Forse è meno doloroso. Ma elaborare quel dolore è necessario. Va affrontato.

In che modo si potrebbe elaborare?
AMS Penso che la risposta più efficace sia la comunità, come sostengono anche gli psicologici. Prendiamo Nembro, l’epicentro e la zona più colpita anche per gli effetti sulla salute mentale. Ha una tradizione di comunità molto forte e coesa. Si fa volontariato, ci sono molte associazioni. Grazie a questo tessuto, la città è riuscita a reagire alla pandemia. Contro il trauma, il senso di comunità è stato una protezione efficace. Penso sia anche necessaria un’azione di massa. Il documentario, insieme al libro, ha anche questo ruolo: è un confronto, è una catarsi. Un modo per parlare e capire che non si è soli. Anche questa è una risposta collettiva.

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