Diritti / Opinioni

Pandemia, un anno dopo. Il punto di vista di un infermiere di Bergamo

“In Lombardia, definita l’eccellenza sanitaria, è stato sbagliato tutto dall’inizio di questa tragedia, senza peraltro ammetterlo. Nessun provvedimento è stato preso in materia di assunzione di personale e di potenziamento della sanità territoriale”. La lettera di Giuseppe Saragnese dell’ospedale Papa Giovanni XXIII

© Mick Haupt - Unsplash

Mai avrei pensato che dopo un anno ci saremmo trovati nelle stesse condizioni di un anno fa. A marzo dello scorso anno la pandemia che ci aveva investito prendendoci apparentemente di sorpresa perché c’erano tutte le probabilità che ci avrebbe travolto, senza un piano antipandemico aggiornato.

Gli ospedali e le strutture sanitarie già in piena crisi di personale hanno avuto durante la pandemia un colpo mortale che ha messo in evidenza tutte le problematiche che in questi anni si sono accumulate con colpe equamente distribuite tra centrosinistra e destre che hanno tagliato i fondi per la sanità pubblica.
A loro volta anche i sindacati che dovevano contrastare questa politica sono stati colpiti da narcosi permanente e oggi i lavoratori ne pagano le conseguenze. Soprattutto poi quando si lavora in una Regione, la Lombardia, definita l’eccellenza sanitaria dove è stato sbagliato tutto dall’inizio di questa tragedia, senza peraltro ammettere di aver sbagliato, nessun provvedimento è stato preso in materia di assunzione di personale e di potenziamento della sanità territoriale.

Intanto aumentano i ricoveri di pazienti Covid-19 a causa delle varianti del virus molto più aggressive, l’età media dei ricoveri si è abbassata anche ai giovani con nessuna comorbilità, sono segnalati casi di focolai in alcuni reparti di ospedali che hanno dovuto riconvertire i reparti in settori Covid-19, ridotto drasticamente ricoveri, sale operatorie e attività ambulatoriali, così i pazienti fragili e con patologie ne pagheranno le conseguenze.

Per il personale di nuovo bloccate ferie e aumentati i carichi di lavoro, a cui per giunta si nega in alcuni ospedali la sorveglianza sanitaria come ad esempio il test sierologico dopo il vaccino. Nonostante tutto è sempre in prima linea, ormai stufo e stanco della retorica degli “eroi” a cui ultimamente è stato proposto il Nobel, ma che invece andrebbe premiato con un vero riconoscimento economico e professionale che oggi è nettamente inadeguato.

Purtroppo le iniziative del nuovo governo a cui il sindacato confederale ha fatto un apertura di credito senza nessuna discussione al suo interno e con i lavoratori, con il decreto Sostegni congela il vincolo di esclusività degli infermieri del Servizio sanitario nazionale esclusivamente alla campagna vaccinale, legalizzando in pratica il doppio lavoro e arricchendo le agenzie interinali che sfrutteranno i lavoratori. Invece la prospettiva sarebbe l’assunzione di almeno 100mila infermieri.

Anche nella scuola la situazione non è delle migliori, la Dad sta piegando la scuola, i ragazzi davanti al computer, chiusi in casa, senza fare sport, la situazione è al collasso, i bambini sono i primi ad essere coinvolti sotto tutti i punti di vista.
La priorità è senza dubbio, riaprire al più presto le scuole, le iniziative di questi giorni in varie città italiane di genitori, bambini e insegnanti vanno in questo senso. Non è certamente la scuola la causa degli aumento di contagi.

Occorre velocizzare la campagna vaccinale, bisogna togliere il brevetto a big pharma e renderlo libero affinché le varie industrie farmaceutiche producano il vaccino che deve essere gratuito, disponibile per tutti i popoli.
Bisogna quindi adottare tutte le misure che facciano sì che la sindemia che ormai ha preso il sopravvento sulla pandemia venga sconfitta cancellando tutte le ineguaglianze che sono emerse in questo anno. Ricordare tutto quello che è successo è necessario, ma la commemorazione istituzionale di qualche giorno fa a Bergamo appare solo un’operazione mediatica, per giunta senza coinvolgere i parenti delle vittime che stanno aspettando risposte e giustizia.

Giuseppe Saragnese lavora come infermiere all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, rappresentanza sindacale unitaria Cgil

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