Diritti / Reportage
Terra e libertà: la rivoluzione delle donne Maya ha un cuore verde

In Guatemala le componenti dell’associazione Aj Quen guidano il cambiamento. Attraverso l’agricoltura rigenerativa, rafforzano i diritti delle loro comunità, promuovendo sovranità alimentare e autodeterminazione
Il Guatemala, il cui nome significa “terra di molti alberi” in lingua nahuatl, ci accoglie con un’aria pungente mentre percorriamo la strada che si snoda nel verde intenso del dipartimento di Chimaltenango, in un paesaggio dominato da maestosi alberi di pino e querce, con felci giganti e rampicanti che avvolgono i tronchi. La foresta Balam Juyú, che in lingua Maya significa “Montagna del Giaguaro”, evoca la presenza di antichi spiriti e animali selvaggi. Salendo, la nebbia l’avvolge e crea un’atmosfera quasi mistica, interrotta solo dal canto degli uccelli e dal fruscio delle foglie.
Arriviamo a Patzún, un municipio a 2.200 metri di altitudine, dove le comunità Maya Kakchiquel vivono fin dai tempi precolombiani. La giornata per le donne inizia all’alba. Avvolte nei loro abiti tradizionali, intessuti con simboli che raccontano storie antiche, si mettono al lavoro mentre la casa è ancora immersa nel buio. Preparano il mais per le tortillas, accendono i fuochi, e quando arriviamo, la colazione è già lì ad aspettarci.
Doña Victoriana Sipac Mactzul, una nonna di 65 anni dai capelli brizzolati, racconta che da giovane non aveva il permesso di uscire. Rimasta vedova a soli 27 anni con tre figli piccoli, era disperata ma determinata a farcela. Grazie ad Aj Quen, organizzazione di donne rimaste vedove a causa del conflitto armato, riuscì a rompere l’isolamento. Victoriana iniziò così a frequentare le riunioni dell’organizzazione, imparando a leggere e scrivere fino a diventare infermiera.
In quegli anni Aj Quen aveva cominciato a operare anche nel villaggio di doña Victoriana, basandosi, fin dall’origine nel 1989, sulla cooperazione tra donne a livello comunitario per scardinare pian piano l’isolamento in cui vivevano, aiutandole a scoprire il potere delle loro voci, oppresse da secoli di emarginazione. Organizzatesi in gruppi di base, queste donne di etnia Maya K´iche´, Kaqchikel, Tz’utujil y Q’eqchi’, trasformarono la propria ancestrale capacità di tessere al telaio in un’occupazione vera e propria, che ha permesso loro di vincere la doppia esclusione derivata dalla loro identità di donne e di indigene, in un Paese razzista e sessista.
Erano gli anni dell’operazione di pulizia etnica condotta dal governo contro le comunità Maya accusate di sostenere la guerriglia. Le operazioni militari Tierra Arrasada (Terra bruciata) distrussero villaggi e comunità. Questa campagna militare, che includeva la distruzione delle case, delle istituzioni sociali e delle pratiche culturali, causò la morte di oltre 200mila persone, con altre 50mila che sparirono nel nulla, dichiarate desaparecidos. Nonostante la storica condanna per genocidio nel 2013 del generale Efraín Ríos Montt, la giustizia è rimasta incompiuta in Guatemala. La sentenza fu annullata per cavilli legali, e Ríos Montt morì senza pagare per i massacri. Altri responsabili, come Mauricio Rodríguez Sánchez e Lucas García, sfuggirono anch’essi alla giustizia, e l’impunità ha continuato a dominare la scena politica.
Sebbene l’accordo di pace del 1996 promettesse una redistribuzione delle terre, la riforma agraria non è mai stata attuata. Il Guatemala rimane uno dei Paesi più diseguali al mondo con l’1% della popolazione che controlla il 65% della ricchezza. Le popolazioni indigene, che costituiscono oltre il 43% del totale, continuano a vivere in povertà estrema, e l’80% di esse sono relegate ai margini della società.
Isabel Juana Teleguario, giovane presidente di Aj Quen, sottolinea come la disuguaglianza si manifesti nel controllo della ricchezza e delle risorse del Paese a discapito delle comunità indigene Maya. “Sono loro la spina dorsale del Paese, ma lo fanno in condizioni di semi-schiavitù nelle piantagioni e nelle miniere a beneficio solo di una piccola classe dominante”. Questa disparità si riflette anche nei tassi di analfabetismo: il 15% della popolazione non sa né leggere né scrivere, e il lavoro sottopagato degli indigeni sostiene un’economia estrattivista dominata da poche famiglie di grandi proprietari terrieri.

La scarsità di accesso al cibo (non scarsità di alimenti ma di mezzi economici per poterli comprare), esacerbata dai cambiamenti climatici che riducono la produttività dell’agricoltura di sussistenza, fa sì che ci siano proprio i contadini e le loro le famiglie tra le fasce più vulnerabili e a rischio di fame. Questa precarietà diffusa si riflette pesantemente sulle condizioni dei bambini: secondo l’Unicef in Guatemala il 46,5% soffre di malnutrizione cronica, cioè uno su due.
È in questo contesto che entra in gioco il ruolo di “Agricoltura sostenibile per promuovere lo sviluppo integrale e la sicurezza alimentare in Guatemala”, progetto di cooperazione internazionale che Altromercato e Fondazione Altromercato portano avanti con Aj Quen Guatemala con l’obiettivo di rafforzare la capacità organizzativa, la formazione e la leadership delle donne, creando un accesso al mercato locale e del commercio equo per la loro produzione agricola nelle province di Chimaltenango, Alta Verapaz, Quetzaltenango, Quiché e Sololá.
A questo link sono presenti maggiori informazioni sul progetto “Agricoltura sostenibile per promuovere lo sviluppo integrale e la sicurezza alimentare in Guatemala”
Il progetto si articola su tre fronti: formazione, produzione e commercializzazione. Le duecento donne coinvolte nel progetto, con il supporto di quattro agronomi, hanno iniziato a coltivare avocado e ortaggi biologici per aumentare la sicurezza alimentare delle loro famiglie e guadagnare dalla vendita delle eccedenze. Iris Marisol, la più giovane socia di Aj Quen, rappresenta questo cambiamento. A soli 19 anni, vive a Pujujil, una piccola comunità a 2.400 metri di altitudine, e grazie alla formazione ricevuta ha iniziato a coltivare ortaggi e venti alberi di avocado che le sono stati donati. Il suo entusiasmo riflette quello di molte altre donne coinvolte nel progetto, che vedono nell’agricoltura sostenibile una concreta possibilità di migliorare la propria vita. “Non sono solo gli uomini a poter lavorare e guadagnare, anche le donne possono farlo”, dice Iris con determinazione.

Angelina Caal Coc, un’altra socia di Aj Quen, vive in Alta Verapaz e ha intrapreso lo stesso percorso. Dopo anni di difficoltà economiche, peggiorate dalla pandemia da Covid-19, Angelina ha iniziato a coltivare avocado e ortaggi. La crisi economica aveva ridotto drasticamente le vendite del suo artigianato tessile, ma ora spera di vendere le eccedenze della sua produzione agricola, migliorando così il suo reddito. Le pratiche promosse da Aj Quen si basano su metodi agroforestali integrati con il sistema della milpa, che combina mais, fagioli e zucche in un’unica coltivazione, ottimizzando l’uso delle risorse naturali, preservando la fertilità del suolo. Questo metodo non solo migliora la produttività, ma conserva anche la biodiversità delle milpas Maya, proteggendo le fonti idriche. Al termine del progetto si produrranno a regime oltre cinquecento tonnellate di cibo biologico all’anno, migliorando così gli standard nutrizionali delle famiglie coinvolte.
“Non sono solo gli uomini a poter lavorare e guadagnare, anche le donne possono farlo” sono le parole di Iris Marisol
Il progetto si estende anche in aree un tempo ricche di foreste native, ora frammentate dall’agricoltura intensiva e dallo sfruttamento del legname. Tra queste c’è il Biotopo del Quetzal, una riserva naturale di 1.044 ettari in Baja Verapaz, che ospita cinquanta specie di alberi, 87 specie di uccelli e 58 specie di animali.
Qui la produzione di avocado, sui terreni che si affacciano sulla riserva, è al centro di un esperimento cruciale: la conversione all’agricoltura biologica. Questo cambiamento, attualmente sperimentato da cinque famiglie con appezzamenti tra i venti e i 45 ettari (ben più grandi di quelli delle duecento socie di Aj Quen), mira a preservare la biodiversità e proteggere il fragile ecosistema del quetzal, l’uccello simbolo del Guatemala incapace di volare su lunghe distanze.

L’adozione di metodi biologici ha l’obiettivo di creare una zona cuscinetto, un anello di protezione per permettere al Corridoio biologico della foresta pluviale di prosperare, ristabilendo la connessione tra le aree protette. Questa trasformazione non è solo un’opportunità per i produttori di avocado per accedere a nuovi mercati, come quello del biologico, ma vuole diventare un modello virtuoso di sostenibilità che potrà coinvolgere sempre più agricoltori, in un processo di riconversione che lega la sostenibilità economica alla salvaguardia ambientale.
Nel cuore di questo progetto pulsa una verità semplice e profonda: solo uno sviluppo sostenibile può salvare il quetzal, simbolo di libertà, e anche l’intero e fragile equilibrio di un ecosistema sull’orlo del collasso. La scelta del biologico e l’impegno nelle milpas delle duecento socie di Aj Quen non è solo una strategia agricola: è un gesto di resistenza. Un atto di speranza per il futuro delle foreste e per le comunità indigene Maya.
Viviamo in un mondo che ci spinge a credere che il cambiamento sia impossibile. Dove l’immaginazione sembra prigioniera, bloccata da una rete invisibile che spegne azioni, che soffoca persino i sogni. Ma la storia del Guatemala degli ultimi cinquant’anni e la lotta instancabile delle donne Maya di Aj Quen ci mostrano un’altra via. Ci ricordano che cosa significhi essere una comunità che desidera e non si arrende. Una comunità pronta a ogni sacrificio per spezzare il ciclo della povertà, della distruzione delle foreste e dell’emigrazione verso gli Stati Uniti come ultima risorsa, quando tutto sembra essere perduto. Questa è la forza di Aj Quen. È la voce di chi crede che un futuro migliore si costruisca insieme.
© riproduzione riservata