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In Guatemala cinema e democrazia stanno vivendo la loro gioventù

Il regista Jayro Bustamante © Desiree Zeceña

Il regista Jayro Bustamante, tra i primi a ottenere riconoscimenti internazionali e una candidatura agli Oscar, dialoga con Altreconomia sulla crisi politica, il razzismo e la ricchezza della cultura indigena del più grande Paese centroamericano. Una storia di lotte, minacce e resistenza al “software dell’autoritarismo”

Jayro Bustamante è stato il primo regista guatemalteco a partecipare ai grandi festival internazionali del cinema, le sue pellicole sono state premiate a Berlino, Venezia, Madrid, Toronto, nominate agli Oscar, e proiettate in tutto il mondo. Prima di lui, nessun film del Paese centroamericano aveva ottenuto tanta attenzione, anche perché la produzione cinematografica era quasi inesistente e ancora oggi ci sono poche persone che si dedicano alla recitazione a livello professionale. Molti degli attori di Bustamante erano alle loro prime esperienze. “Più che attori cerchiamo potenzialità, gente che può diventare attore. Abbiamo fatto lunghi periodi di formazione prima di iniziare a girare”, spiega il regista ad Altreconomia.

Nato quarantasei anni fa a Città del Guatemala -capitale del più popoloso Paese dell’America Centrale, con 19 milioni di abitanti- Bustamante ha studiato a Parigi e al Centro sperimentale di cinematografia di Roma. Rientrato in Guatemala ha fondato La casa de producción, con la quale ha prodotto i suoi primi lavori. Con il suo trittico Ixcanul (2015), Temblores e La Llorona (entrambi del 2019) ha raccontato il proprio Paese a partire da tre insulti comuni nella società guatemalteca: “indio, hueco (il volgare frocio, ndr) e comunista”.

I film raccontano il furto di neonati indigeni, le terapie di “recupero” delle persone omosessuali promosse dalle chiese evangeliche (il Guatemala è il secondo Paese d’America Latina per numero di fedeli evangelici, il 42%, secondo un sondaggio dell’agenzia di consulenza CID Gallup), e il genocidio maya, durante la guerra civile del 1966-1996, che ha fatto 160mila morti e 40mila scomparsi.

“Ancora oggi risuonano questi insulti, rivolti a chi ha difende la democrazia”, afferma Bustamante, riferendosi alla crisi politica degli ultimi mesi. Il 20 agosto 2023, al secondo turno delle elezioni presidenziali, è risultato vincitore Bernardo Arévalo, del partito progressista anticorruzione Movimiento Semilla. Da allora, è iniziato un percorso a ostacoli da parte delle autorità elettorali e giudiziarie, legate al governo conservatore in carica, per cercare di sovvertire l’esito elettorale ed impedire l’insediamento di Arévalo. In difesa del risultato elettorale, ci sono state proteste in tutto il Paese e pronunciamenti di organizzazioni internazionali, come l’Organizzazione degli Stati Americani, l’Unione europea egli Stati Uniti.

“Le proteste nelle strade mi hanno commosso. Prima pensavo che ci meritassimo i governanti corrotti. Adesso, vedendo il risultato elettorale e come il popolo si è sollevato per difendere il voto, mi si è risvegliata la speranza. Certo ho paura, però la speranza fa sì che questa paura sia sopportabile”, racconta il regista.

Il regista Jayro Bustamante © Desiree Zeceña

Arévalo è un sociologo e ha pubblicato diversi lavori sul proprio Paese. È figlio di Juan José Arévalo, presidente del governo rivoluzionario tra il 1945 e il 1951, ecco perché nella storia di Guatemala il loro cognome è associato a iniziative progressiste e democratiche. “Abbiamo l’hardware della democrazia, ma il software dell’autoritarismo”, ha scritto Bernardo nel libro Culture Matters di L.E. Harrison e S.P. Huntington. Il Guatemala è formalmente una democrazia dal 1985, ha firmato gli accordi di pace che hanno posto fine alla guerra civile nel 1996 e ha avviato la transizione democratica, “ma non ha la cultura della democrazia”, sostiene ancora Arévalo. Dal 2016 la situazione si è ulteriormente deteriorata, con lo Stato occupato dal gruppo di politici, impresari, militari in congedo, gruppi criminali, organizzazioni di estrema destra, comunemente definito “il patto dei corrotti”. Tale gruppo controlla i tre poteri dello Stato e li usa per perseguire i propri interessi, reprimere il dissenso politico, bloccare le inchieste giornalistiche, fermare i funzionari pubblici indipendenti. La vittoria di Arévalo è un avvenimento di primo piano perché il “patto dei corrotti” aveva preparato le ultime elezioni come una formalità, un rito utile a rinnovare lo status quo. Il risultato elettorale è una reazione a “tanta corruzione, che arriva dappertutto, nei municipi, nelle chiese, nei commissariati di polizia, è così forte che non ci lascia respirare, è la malattia dalla quale vogliamo guarire”, spiega Bustamante.

A guidare le proteste degli ultimi mesi l’organizzazione indigena 48 Cantones. Il Paese ha una delle più grandi comunità indigene d’America Latina: il 44% della popolazione si riconosce nelle etnie maya e in altre civiltà mesoamericane, “sono molte di più, ma molte persone rifiutano di definirsi come indigene”, afferma il regista.

“Il Guatemala guarda solo agli Stati Uniti”, dice Bustamante. Non si riferisce solo ai legami economici e alle carovane migranti che si mettono in marcia verso il “sogno americano” (il milione e centomila migranti guatemaltechi che sono riusciti a insediarsi negli Stati Uniti inviano rimesse per un valore pari a un quinto del Prodotto interno lordo nazionale, quattordici volte il valore degli investimenti diretti esteri). Ma anche all’influenza culturale. “Abbiamo il razzismo piantato nella testa, ‘più’ è bianco, ‘meglio’ è si pensa qui, copiamo la loro cultura, anche come cineasti ci compariamo con i colleghi di New York. Oggi a Hollywood i latinos ottengono più visibilità, ma manca ancora visibilità di latinos nei Paesi d’origine, con i loro problemi e le loro lotte”. Bustamante, che è cresciuto in una cittadina di cultura maya dell’altipiano e aveva una nonna dell’etnia maya kaqchikel, critica l’idea di trattare “gli indigeni come folklore”, slegando l’identità indigena dalle tensioni sociali e culturali.

I suoi film “Ixcanul” (il primo film in Kaqchikel, lingua della famiglia maya) e “La Llorona” raccontano la persecuzione contro gli indigeni. Ne “La Llorona”, Bustamante usa ingegnosamente la narrazione da film horror per raccontare il genocidio contro i maya realizzato dalla dittatura militare, in particolare dal generale Ríos Montt, che ha guidato il Paese tra 1982 e 1983. La produzione del film è stata ostacolata nel Paese, nessuno voleva affittare gli appartamenti per girare e Bustamante e la sua troupe hanno filmato nei locali delle ambasciate francese e messicana. “Abbiamo ricevuto minacce anonime” ricorda. Nel 2013, Rios Montt è stato condannato per genocidio e crimini contro l’umanità, ma poco dopo la sentenza è stata revocata, il processo mai più riaperto e nel 2018 il generale è morto da uomo libero. Nel film appare anche l’attivista indigena Rigoberta Menchú, premio Nobel per la pace nel 1992, seduta in un’aula di tribunale durante il processo al dittatore che rappresenta Ríos Montt, proprio come ha fatto nella vita reale. Menchú vede nel cinema di Bustamante un mezzo per parlare di temi tabù come la memoria storica e i diritti umani, e nel regista “una lanterna in un Paese nel quale abbiamo pochi punti di luce”.

I film di Bustamante hanno avuto successo all’estero. “La Llorona è stato per sei mesi in cartellone nei cinema del Giappone”, racconta, e hanno raccolto diffidenza e ostracismo in patria. Il cinema, come la democrazia, è giovane in Guatemala, e come le migliori gioventù è carica di promesse. Oggi la produzione culturale è “ancora in una fase embrionale, gli artisti si devono occupare da soli degli aspetti legati alla gestione, non c’è una vera e propria industria”. Ma c’è una grande ricchezza culturale e a chi volesse conoscerla, raccomanda di visitare Comalapa, la “Firenze d’America”, cittadina di cultura Kaqchikel, ricca di pittori, la musica di Gaby Moreno, il cinema di César Díaz e le poesie di Humberto Ak’abal. “Attraverso i suoi versi si può capire la magia della cosmovisione maya” racconta. “Cammino all’indietro”, una poesia di Ak’abal recita così:

“Ogni tanto
cammino all’indietro:
è il mio modo di ricordare.
Se camminassi solo in avanti,
ti potrei raccontare
come è l’oblio”. 

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