Cultura e scienza / Intervista

Telmo Pievani. La natura è un sistema imperfetto

Le imperfezioni sono alla base del processo evolutivo, dove non c’è teleologia ma contingenza. Sopravvive chi è flessibile e magari dotato di strutture che sembrano inutili, ma che sono un repertorio di cambiamento. Vale anche per il genoma umano

Tratto da Altreconomia 228 — Luglio/Agosto 2020

“La verità è che la natura non fa progetti, semmai trova espedienti. La natura non è perfetta: la perfezione è solo una nostra narrazione”. Telmo Pievani è professore ordinario presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli studi di Padova, dove ricopre la prima cattedra italiana di Filosofia delle Scienze Biologiche. Dal 2017 al 2019 è stato presidente della Società italiana di Biologia evoluzionistica. Dirige Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione (pikaia.eu) ed è autore di numerosi volumi sull’evoluzionismo e non solo, la cui lettura ricorda e appaga come quella dei testi del grande biologo Stephen Jay Gould per la capacità di unire accuratezza, completezza e chiarezza. Il suo ultimo lavoro è “Imperfezione. Una storia naturale”, pubblicato per Raffaello Cortina Editore lo scorso anno.

Professore, perché studiare l’imperfezione?
TP È un’idea che -passando da Gould, di cui sono allievo- arriva direttamente da Charles Darwin il quale, rispondendo -ormai anziano- alle sollecitazioni di uno studente, lo esorta a “cercare le imperfezioni perché dove ci sono imperfezioni c’è cambiamento, ovvero c’è evoluzione”. È quanto mai utile indagare a fondo le ragioni scientifiche delle imperfezioni che osserviamo in natura. Di solito noi carichiamo l’evoluzione di significati molto “nostri”, come l’idea di efficienza ottimale e quella di progresso, di un processo che va di bene in meglio, con l’idea che chi viene dopo sia migliore e più adatto dei predecessori. Ma non è così: l’evoluzione è l’esplorazione di possibilità molto contingenti. In un certo senso è molto più democratica, e quelli che oggi sembrano i più adatti non lo sono più quando cambiano le condizioni. Lo testimoniano gli ecosistemi o le strutture ad alta complessità, come il DNA o il nostro cervello, che sono pieni di ridondanze ed elementi inutili. Imperfetti, appunto. Se dobbiamo usare un’immagine, il processo evolutivo ricorda più il lavoro di un artigiano, che utilizza quel che ha a disposizione, anziché quello di un ingegnere, che pianifica da zero una macchina.

Questo esclude che ci sia un “disegno” evoluzionistico, una qualsiasi forma di “teleologia”.
TP Noi abbiamo uno svantaggio, che è quello di ragionare con il “senno di poi”. Poiché conosciamo gli esiti di un processo evolutivo immaginiamo che sin dall’inizio il processo sia stato disegnato per raggiungere quell’esito. Ma è una visione fuorviante. Nell’osservare un esito, dovremmo sempre ricordare che c’erano molte altre possibilità insite, biforcazioni molto contingenti, eventi anche catastrofici. Sarebbe potuta andare diversamente e altri esiti sarebbero stati altrettanto plausibili. Noi stessi Homo sapiens siamo una sorpresa dell’evoluzione, non eravamo previsti, e siamo anche sopravvissuti per un pelo a un cataclisma di 73mila anni fa. Nell’evoluzione la categoria è la possibilità, non la necessità.

“Carichiamo l’evoluzione di significati molto ‘nostri’, come l’idea di efficienza ottimale e di progresso, con l’idea che chi viene dopo sia migliore e più adatto dei predecessori. Ma non è così: l’evoluzione è l’esplorazione di possibilità molto contingenti”

Esattamente 50 anni fa il biologo e filosofo Jacques Monod, premio Nobel per la medicina nel 1965, pubblicava il suo “Il caso e la necessità”, che suscitò grande dibattito.
TP Il caso sono le mutazioni genetiche, la necessità sono le condizioni ambientali che selezionano gli organismi. Ma Monod ci ha dato anche un altro grande insegnamento in quel libro: è vero, siamo una stranezza nell’universo e si è rotto il patto animistico che pensavamo di avere con la natura, che in realtà avrebbe potuto facilmente fare a meno di noi. Ma non arrendiamoci al nichilismo, dice Monod: troviamo semmai un senso laico rispetto alla grande fortuna che ci ha permesso di trovarci qui. Anche io ho spesso scritto che la Terra potrebbe fare a meno di noi, ma non è un messaggio “contro” l’uomo: semmai l’esortazione a giocarci fino in fondo questa occasione rara e preziosa.

Lo scheletro di un alce irlandese, estinto 9mila anni fa. “Non era un alce e neppure irlandese. Si trattava di un cervo di grandi dimensioni delle terre subartiche”. I “palchi” potevano raggiungere l’apertura di 3,65 metri, utili ai maschi per primeggiare ai fini riproduttivi © Wikipedia

All’imperfezione si accompagna spesso la ridondanza.
TP Sono due concetti legati l’un l’altro. La selezione naturale non ricomincia ogni volta da capo. Non è un meccanismo di banale problem solving. Semmai, l’ambiente genera un problema, la selezione trova espedienti. E uno degli espedienti più efficaci è utilizzare qualcosa che magari si è evoluto per altri utilizzi. È quel bricolage evolutivo che ha fatto sì che le ali, alla fine, funzionassero bene nel volare. Ma non si sono evolute “per” volare. Si è trattato del riutilizzo di strutture preesistenti, che avevano altre funzioni. È un principio che c’è già in Darwin, ed è uno di quei casi in cui la scienza ritrova dinamiche che la filosofia aveva già intuito e detto sulle istituzioni umane. Oggi è un principio che si applica allo sviluppo tecnologico o alla linguistica: ereditare parole da un dialetto ma dandogli un significato diverso. Tradotto: la funzione attuale non necessariamente corrisponde all’origine storica.

“Quando avviene uno sconvolgimento ecologico di importanti proporzioni, le prime specie a saltare sono quelle meglio adattate alle condizioni precedenti. Le ‘più perfette’ per quell’ambiente, si direbbe. Sopravvivono gli imperfetti, i flessibili”

E poi compare anche l’inutilità, di cui la natura sembra abbondare.
TP Nell’evoluzione un aspetto radicale riguarda la dismissione di strutture inutili. La selezione naturale non lavora infatti perfezionando tutte le strutture: ma quando una non è più utile spesso viene mantenuta, se questo non è troppo “costoso” in termini di efficienza. Perché può darsi il caso che alcune strutture vengano riutilizzate in maniera creativa, come gli occhi rattrappiti della talpa che, lungi dal servire per vedere, colgono le temperature. Questo riguarda anche sistemi ad altissima complessità come il DNA umano, visto che circa l’80% delle sequenze non ha funzione nota. Non è semplice ancora capire come mai -c’è chi parla di “esuberanza intrinseca” del DNA- ma io sposo la posizione di chi sostiene che la ridondanza abbia una funzione indiretta, quella di essere repertorio di cambiamento. Quel DNA inutile non è da considerare “spazzatura” di cui liberarsi, semmai è un po’ come quelle cianfrusaglie che metti in garage, con l’idea che prima o poi potresti servirtene. In una prospettiva evoluzionistica conviene essere imperfetti e ridondanti.

Una costante tensione tra efficienza e resilienza.
TP Infatti quando avviene uno sconvolgimento ecologico di importanti proporzioni, le prime specie a saltare sono quelle meglio adattate alle condizioni precedenti. Le “più perfette” per quell’ambiente, si direbbe. Sopravvivono gli imperfetti, i flessibili, che hanno un “repertorio” di strutture che sono il risultato della loro storia evolutiva. Sono certamente un vincolo, fino a quando al momento buono diventano utili.

Un ornitorinco. Nuotatore, dotato di pelliccia, depone uova ma la madre allatta i cuccioli, ovvero è un mammifero. Il becco ricorda quello di un’anatra, il corpo quello di un castoro. Ha piedi palmati, ma dotati di artigli. “Un essere imperfetto e speciale, con biologia inusuale, strano e moderno a modo suo” © Wikipedia

Una delle maggiori “imperfezioni” dell’uomo è quella di non essere predisposto alla lungimiranza.
TP È una condizione dettata dal fatto che la nostra specie si è evoluta in un contesto in cui contava sempre il “qui e ora” e nel quale il futuro è solo un’ipotesi astratta. Esiste ormai molta letteratura scientifica sull’argomento, anche recente: il nostro cervello non ha attitudine per la lungimiranza. Intuitivamente abbiamo una sorta di etica della prossimità, ovvero ci viene facile prendere un impegno etico se ne vediamo il risultato prossimo a noi. Diversamente, se il risultato è lontano nel tempo e nello spazio richiede uno sforzo maggiore. Ma attenzione, anche se è un retaggio della natura, non vuol dire che sta scritto nella pietra che ci si debba comportare così. Vuol dire solo che ci viene più facile. Non si deve cadere nell’idea che si tratti di istinti necessari e inevitabili.

“Con il nostro modello economico abbiamo aumentato la probabilità che si verifichino eventi come il salto di specie dei virus. Ancora una volta, senza lungimiranza abbiamo preferito una rendita miope”

È vero che solleticare le parti ancestrali del nostro cervello funziona -e lo sa bene chi si occupa di marketing o di propaganda-, ma poi esistono le parti corticali a riportare ragionevolezza. Quindi la buona notizia è che lavorare sulla cultura aiuta a compiere scelte lungimiranti. Il nostro è un progresso ambivalente: il nostro successo di specie risiede nella capacità di trasformare e sfruttare l’ambiente attorno a noi, ambiente che abbiamo imparato ad addomesticare. Ma abbiamo portato alle estreme conseguenze questa strategia: abbiamo cambiato la composizione atmosferica, distrutto ecosistemi e massacrato la biodiversità. Il rischio che corriamo si chiama “trappola evolutiva”: non essere in grado di adattarsi all’ambiente che abbiamo così radicalmente trasformato. E non solo: siamo anche predisposti alle credenze, in particolare verso quelle che prevedono dei “fini” o delle presenze nascoste. Leggiamo messaggi nei fenomeni naturali, quando ovviamente non ve ne sono. La verità è che le credenze hanno un effetto consolatorio. Tutto diventa chiaro se leggiamo un “disegno”, tutto assume un significato rassicurante. E tuttavia falso. Qualcuno ha sostenuto ad esempio che il Coronavirus sia stato prodotto in laboratorio. Un modo efficace per dare la colpa a qualcuno: consolatorio e autoassolutorio. Più difficile dover ammettere che è colpa di tutti noi, della distruzione dell’ambiente di cui siamo responsabili, e che dobbiamo cambiare una serie di comportamenti verso la natura per evitare altre pandemie.

La pandemia può essere letta in chiave evoluzionistica?
TP Sembra un classico esempio di trappola evolutiva. Non sposo infatti la lettura di chi dice “la natura ci punisce”. La realtà è che con il nostro modello economico abbiamo aumentato la probabilità che si verifichino eventi come il salto di specie dei virus. Ancora una volta, senza lungimiranza abbiamo preferito una rendita miope, pagando un prezzo carissimo nel medio periodo: quel futuro astratto si è presentato sotto forma di virus. Quel virus è l’emblema dell’efficienza darwiniana: non fa altro che riprodursi, riducendo al massimo tutte le ridondanze -è un filamento di RNA ricoperto di proteine-, consumando pochissimo, utilizzando altri organismi come veicolo. La natura fa il suo mestiere, non ci punisce: il virus fa il suo mestiere, e ci mette in scacco.

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