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Studenti picchiati dalla polizia: è uno scandalo che nessuno chieda spiegazioni

Che bisogno c’era di accanirsi contro ragazzi scesi in piazza a protestare dopo la morte di un loro coetaneo, Lorenzo Parelli, ucciso a 18 anni da una trave nell’ultimo giorno di tirocinio in un’azienda? Perché picchiare? Non c’è risposta e quel che è più grave è che non c’è non c’è nemmeno la domanda. Il commento di Lorenzo Guadagnucci

© Paolo Valdemarin - Flickr

Perché i poliziotti manganellano gli studenti? È una domanda ovvia, di fronte alle immagini che molti hanno visto in rete. Che bisogno c’era di accanirsi in quel modo contro gruppi di ragazzi scesi in piazza a protestare dopo la morte di un loro coetaneo, Lorenzo Parelli, ucciso a 18 anni da una trave d’acciaio nell’ultimo giorno di tirocinio in una piccola azienda in provincia di Udine? Perché picchiare? Non c’è risposta e quel che è più grave è che non c’è nemmeno la domanda. Non nel discorso pubblico corrente, quello che si fa attraverso la carta stampata, i tele e radio-giornali nazionali, i dibattiti televisivi e parlamentari. Se ne discute in rete, sui social network, ma in modo giocoforza frammentato se non caotico e senza nemmeno poter avviare un dibattito approfondito e aperto a tutte le parti in gioco.

Sono immagini, quelle viste in rete, brutte, tristi e gravi. Brutte perché le violenze di polizia non appaiono giustificate: non da pericoli percepibili, non da posture o azioni degli studenti. Tristi perché vedere dipendenti dello Stato, gli uomini in divisa, che si scagliano contro dei ragazzi disarmati, in piazza perché preoccupati del loro presente e futuro nel mondo del lavoro, è uno spettacolo avvilente e poco degno di una democrazia che funziona. Gravi perché dopo i fatti non è successo niente. Nessuno scandalo, nessuna richiesta pubblica di spiegazioni. Non dalla ministra dell’Interno, non dal capo del governo, non dal presidente della Repubblica, meno che mai dal capo della polizia. Eppure immagini così brutte e tristi -agenti che picchiano pochi indifesi ragazzi e lo fanno in almeno tre città diverse- restituiscono l’immagine di uno Stato brutale e irragionevole, ciò che dovrebbe colpire e riguardare ministri, presidenti, dirigenti delle forze dell’ordine. Invece niente, silenzio.

Nessuno che domandi il perché della scelta di picchiare, invece di optare -se necessario- per modalità d’intervento meno brutali. Nessuno che chieda relazioni dettagliate ai responsabili di piazza. Nessuno che invochi una parola di chiarificazione, e di assunzione di responsabilità, da parte dei questori interessati e del capo della polizia. Non si è nemmeno alzata una voce -all’opposto- per dire che è stato giusto così, che i colpi andavano inferti, che le manganellate hanno raggiunto i corpi e le teste giuste. Si è scelta, ancora una volta, la strategia del silenzio, coi vertici istituzionali e politici che fanno finta di niente, e la polizia di Stato che ancora una volta si chiude in sé stessa, convinta -evidentemente- di non dover rendere conto a nessuno delle proprie condotte.

Ancora una volta tocca constatare quanto siamo lontani da standard etici e professionali in linea con i princìpi delle moderne democrazie costituzionali, che anche per questa via ahìnoi- confermano d’essere sulla via di trasformarsi in qualcos’altro: semi-democrazie, democrature o come vorremo denominarle. I nostri agenti, va da sé, continuano a non avere i codici identificativi sulle divise e quindi, se anche vi fossero le condizioni per ipotizzare denunce o azioni penali, non se ne farebbe niente. Appunto.

Insomma, possiamo solo chiedere a ciascuno, una volta ancora, di svolgere lealmente e fino in fondo il proprio mestiere: ai giornalisti di indagare, domandare e se necessario puntare il dito sui poteri inadempienti; ai governanti di chiedere conto a questori e capo della polizia di quanto avvenuto, anche per non fare la figura di chi finge di non vedere, non sapere, non capire; a questori e capo della polizia di indagare, ricostruire e riferire quanto accaduto e poi, se del caso, punire chi ha sbagliato e chiedere scusa a chi ha subito maltrattamenti inutili e sbagliati, oltre che alla cittadinanza tutta. In un’autentica democrazia succederebbe così, ma oggi, nell’Italia del 2022, sembra fantascienza. Che brutta, triste e grave vicenda.

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”.

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