Cultura e scienza / Reportage

Storie del mondo. Il Chiapas raccontato dalle parole di Arturo Ceballos Alarcón

La cooperativa di turismo responsabile ViaggieMiraggi lancia una campagna dal basso per realizzare un libro di racconti a cura di autori provenienti dai Paesi che non ha potuto visitare nel 2020 a causa della pandemia. L’estratto di “L’altra testimonianza” di Arturo Ceballos Alarcón dal Chiapas

© Holagringa - Flickr

ViaggieMiraggi, cooperativa sociale e tour operator attivo dagli anni Novanta in Italia e all’estero, ha lanciato una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso con l’obiettivo di realizzare un libro di racconti provenienti dai Paesi che non ha potuto visitare a causa della pandemia. Da oltre vent’anni organizza viaggi di turismo responsabile in oltre 50 Paesi in tutto il mondo e per la prima volta nel 2020, a causa del Covid-19, non ha potuto farlo incontrando direttamente chi fa parte della sua rete di relazioni. La raccolta “Storie del mondo. Viaggio tra le voci degli scrittori” racchiude le parole che gli autori hanno affidato alla cooperativa per raccontare un pezzo del loro Paese, società e storia locale.

Pubblichiamo l’estratto del racconto “L’altra testimonianza” di Arturo Ceballos Alarcón dal Chiapas, Messico.

La campagna punta anche a sostenere i referenti locali di VeM così come le realtà sostenute nell’ambito dei viaggi (cooperative, associazioni locali, produttori, attivisti).


Un estratto del racconto “L’altra testimonianza” di Arturo Ceballos Alarcón dal Chiapas.

Hugo aspetta con la mente vuota. Non gli rimangono né domande né punti esclamativi. Guarda, stupito, la pioggia che sbatte sulla finestra della stazione radio. Sa che non lontano da lì la pioggia è molto più di un semplice disegno sul vetro; che non lontano da lì la pioggia condiziona la vita delle persone. È fuori dall’ufficio del direttore da più di un’ora, seduto sulla panca tubolare che tortura le natiche delle persone che aspettano per parlare con lui. Oggi é solo, è tardi. La segretaria si nasconde dietro una bottiglia di Coca Cola riciclata da cui escono fiori di carta. Si strappa le sopracciglia o finge di farlo. Il piccolo altoparlante su un lato del monitor non smette di riprodurre canzoni pop, canzoni d’amore, ragazze, uomini con cuori nobili e sentimenti di zucchero. Hugo li accompagna con la punta delle dita tamburellando sul ginocchio, mentre nell’altra mano tiene il biglietto che aprirà il radiogiornale di domani.

– Isabel, potresti fargli sapere che sono qui?

– Gliel’ho detto.

– Puoi farlo di nuovo? Sembra che si sia dimenticato.

Hugo guarda il suo braccio raggiungere il telefono, un braccio pallido e flaccido circondato da braccialetti. Le dita che prendono la cornetta terminano con unghie allungate piene di scintillii di colore, incontaminate, asciutte e al riparo da ogni tempesta.

I cani sentono che si avvicina una tormenta, le disse Pascuala mentre Hugo la aiutava a riparare il tetto di lamiera. Ascoltali abbaiare, presto l’acqua arriverà. Non erano passate nemmeno due ore da quando era arrivato in questa comunità immersa nella Selva, a quattro ore dalla città, ed era già a suo agio con la gente, ferita dalle forti piogge e dagli strascichi di una vecchia guerriglia. Per prima cosa aveva aiutato un paio di uomini a spingere un camion bloccato nel fango, e in seguito aveva portato il figlio di una donna, Pascuala, su per la collina. Il bambino stava dormendo, gesticolando per il dolore ai monconi ancora sanguinanti dove solo una settimana prima c’erano due giovani caviglie.

– È stata una bomba, una bomba! – diceva la madre mentre spingeva polli e maiali per strada con un bastone. Hugo avrebbe voluto accendere il registratore per raccogliere l’intensità di quelle frasi, ma lo portava nello zaino, avvolto in una borsa di nylon perché non si bagnasse. I volti delle persone che lo avevano visto passare non assomigliavano per niente a quelli pubblicati sui giornali quando era stato segnalato un nuovo movimento guerrigliero tra le comunità della montagna.

Erano facce leggere, stanche del disprezzo, dei rimpianti, stanche di vivere. Hugo e Pascuala entrarono nella capanna di legno e mattoni da una porta stretta. Un’unica porta per entrare in cucina e sala da pranzo, soggiorno e camera da letto; alla sala da pranzo che era nella camera da letto, al soggiorno che era la cucina, alla cucina sopra la camera da letto. Insomma, in una stanza , la Casa. Dovette chinarsi e passare di lato in modo che il ragazzo non colpisse la testa sulla porta.

– Lascialo pure qui, sulla coperta – Hugo si appoggiò lentamente all’indietro e mise giù il ragazzo.

– Grazie, güero.

Durante il viaggio, mentre osservava i recinti dei pollai coperti di piante rampicanti, le aveva spiegato che lavorava alla radio e che era venuto a informarsi sul massacro della settimana prima. Pascuala rimase in silenzio. Perché non assomigliava agli altri giornalisti della radio e della televisione che venivano con i soldati e che non si avvicinavano mai alla gente delle comunità indigene per chiedere loro cosa provavano? Fu il primo a non venire con i militari, arrivò completamente solo e con un dispositivo delle dimensioni di una pietra. Dopo averla aiutata con il bambino, Pascuala cedette.

– Se mi aiuti a riparare le lamiere del tetto, ti racconterò e ti preparerò anche il caffè – disse Pascuala; cosicché Hugo uscì nel cortile e prese una scala.

– però attento ai cani che iniziano ad arrabbiarsi – gridò Pascuala che stava sistemando suo figlio sul materassino.

Dopo aver sistemato il tetto, tornò alla capanna ad aspettare il caffè. La pentola di peltro sul fornello risaltava nell’oscurità. Estrasse il registratore, gli mise le batterie e lo accese.

– Hugo. Hugo. Hey Hugo. Avanti, entra.

– Grazie, Isabel.

– Non ci mettere troppo, oggi voglio andar via presto.

Lui la guarda, desideroso che la tempesta le cancelli la sua faccia da manichino. Avanza con i fogli tra le mani. Non c’è angolo nell’ufficio del direttore che non profumi di tabacco. Il vecchio divano su cui si sdraia ogni pomeriggio dopo aver mangiato ha i cuscini ricoperti di buchi delle bruciature di sigaretta. Ogni volta che Hugo lo incontra, non può fare a meno di guardargli i denti giallastri e disegnati con qualcosa di simile alla sporcizia. Hugo seziona i suoi passandoci sopra la lingua. Non c’è confronto.

– Com’è andata? Se rimanevi un altro giorno il radiogiornale lo faceva Octavio.

– È stato difficile.

– Ti vedo smunto, sei dimagrito?

Anche se scuote la testa, Hugo sa che la scarsità e le pietre, fredde e appuntite sotto i piedi, finiscono per logorarti.

Il direttore sposta il portacenere e gli chiede, scrocchiando le dita, di mostrargli il materiale. Hugo sente che in questo racconto c’è parte della sua dignità e di quella di centinaia di contadini. Lo consegna con entrambe le mani, rilasciandolo delicatamente. Prima sarebbe bastato metterlo sulla scrivania, ma ora è diverso. Il direttore comprende al volo il perché di quella lentezza.

– Non ti preoccupare, ti avevo detto niente drammi o sentimentalismi.

Hugo affonda la testa tra le spalle e incrocia le braccia. Ecco di nuovo il direttore: appoggia i gomiti sulla scrivania, i fogli davanti a lui sorseggiando il caffè freddo del mattino.

Mentre beveva il caffè, Hugo le chiese delle pecore e degli asini, delle piante di rosa, del pozzo e degli uccelli che rendono breve la giornata, delle donne che stendono i panni ad asciugare e dei bambini che disegnano la vita con un bastoncino, degli uomini che canticchiano e di quelli che fischiano alle ragazze e dei guerriglieri, della cappella con i quadri della Madonna e del santo che aiuta i viaggiatori, del liquore l’acquavite di mais, delle ostetriche tradizionali, delle erbe medicinali come il dente di leone e del sole. Del sole. Ottenne risposta su tutto, eccetto del sole. Le braci della stufa languivano. Pascuala corse a ravvivarle con un pezzo di cartone inumidito. Dallo sforzo e dalla fretta uscì un reclamo, Hugo aveva pronto il registratore.

– Il giorno in cui è caduta la bomba, quel muro è stato distrutto; era impregnato di pioggia. Ovunque c’era fango e acqua, é come se la montagna fosse entrata a casa mia

Hugo guardò il terreno: sabbioso e disseminato di erba morta. Anche il materasso sembrava altrettanto morto, macchiato di una mappa di sangue che gli ricordava la geografia del Golfo.

– Poi sono arrivati ​​i soldati ma non é stata una sorpresa, li stavamo aspettando.

– E come mai li aspettavate?

– I cani, i cani sentono le disgrazie e ancor più quelle di color verde e che puzzano di polvere da sparo.

Pascuala mise un altro ceppo sulla stufa e aprì la finestra: in realtà era un pezzo di nylon attaccato a una debole struttura di legno che si apriva spingendola con forza. L’abbaiare dei cani entrò nella casa come se volesse pulire l’aria. Hugo avvicinò il registratore.

– Questi due cani, quello nero e l’altro, non hanno smesso di abbaiare nemmeno quando hanno ucciso mio marito. Erano tre, ma uno è stato ucciso da un soldato. Prima gli ha sparato alla pancia e poi gli ha calpestato la testa finché non si è rotta. Ma nemmeno cosi gli altri due si sono zittiti. Pomeriggio e notte puro abbaiare e abbaiare, li doveva vedere.

L’abbaiare non si vede, pensò Hugo. Tenendo il registratore fuori dalla finestra, immaginò il corpo coriaceo dell’uomo nel fango, che ululava e si contorceva per il piombo caldo che lo rompeva di dentro.

– Poi arrivarono gli elicotteri e lì iniziò la disgrazia. Le lamiere dei tetti volarono lasciandoci allo scoperto – Pascuala indicò il soffitto- Si può immaginare a quel punto come era impossibile nasconderci. Sotto la pioggia battente, correvamo inciampando sui polli e cadendo nelle pozzanghere. I proiettili ci cercavano, e hanno raggiunto quasi tutti.

La traduzione è a cura del Collettivo Laikin

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